DAVID ABULAFIA.
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FEDERICO SECONDO.
Un imperatore medievale.
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Parte 4.
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Titolo originale: Frederick the Second. A medieval emperor. 1988.
Traduzione di: Gianluigi Mainardi.
1990. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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11. Un approccio diverso, 1239-45.
12. Una crociata infinita, 1245-50.
13. I fantasmi degli Hohenstaufen.
Conclusione.
Bibliografia e note.
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FINE Indice.
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Capitolo undicesimo. UN APPROCCIO DIVERSO, 1239-45.
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1.
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Nel 1239 le speranze di vittoria di Federico riposavano ancora sul fronte lombardo. Memore dell'impetuoso successo del 1229-30 nell'Italia meridionale, che aveva costretto Gregorio Nono a scendere a soddisfacenti patti in quel di San Germano, egli supponeva di poter raggiungere lo stesso scopo a dieci anni di distanza con un trionfo in Lombardia. Autorizzava un certo ottimismo il collegio dei cardinali, parecchi dei quali premevano per una sollecita ripresa dei negoziati - Tommaso di Santa Sabina, tra gli altri. Non  che i porporati fossero tutti solidali con l'imperatore, ma si rendevano conto che Gregorio poneva a rischio la futura sicurezza del papato per inseguire un suo desiderio privato di vendetta; le solenni dichiarazioni di principio sulla natura dell'autorit di Pietro parevano loro meno importanti della conservazione pratica di quell'autorit entro e attorno a Roma. Federico aveva insomma bisogno di un successo eloquente, e fu proprio questo che sulle prime lo eluse, propiziando una revisione dei suoi piani. Senza dubbio lui e Ezzelino avevano sbaragliato senza difficolt le fortezze guelfe dell'Italia nordorientale, ma nell'estate del 1239 avevano fallito a Treviso, giocandosi le effimere simpatie del rivale di Ezzelino, Azzo d'Este. La perdita del sostegno veneziano fu un duro colpo: i privilegi del 1232 non avevano convinto la repubblica che fosse suo interesse primario un'alleanza con un personaggio che minacciava di appropriarsi di tutto l'entroterra lagunare. Senza dubbio pi allettante per Venezia e Genova si present l'ambizioso piano papale di invasione dell'Italia meridionale e della Sicilia. Perch mercanteggiare con l'imperatore la possibilit di accedere al "regnum" se si poteva con minor fatica ottenere lo scopo stringendo un patto con il pontefice? Ai Genovesi fu anche fatta balenare l'esca di Siracusa, la citt che avevano dominato per due decenni sino a quando Federico non si era affacciato prepotentemente alla ribalta nel 1220.
Un rinnovato tentativo dell'esercito imperiale di colpire Milano, nel settembre 1239, si scontr con l'intenzionale rifiuto dei ribelli lombardi di uscire allo scoperto. Giudicando inutile l'assedio di una citt cos estesa e ben protetta, e non essendo riuscito a stanare il nemico, Federico, sia pur a malincuore, decise di ripiegare verso sud. Nella piana lombarda contava per ancora saldi alleati: installatosi a Cremona, ricevette la lieta novella che Como si era risolta a passare dalla sua parte. I rapporti di quest'ultima con Milano erano da tempo improntati a grande ostilit e non v' dubbio che il suo acquisto rafforzasse la posizione imperiale in Lombardia. Malgrado ci, la situazione aveva tutte le caratteristiche dello stallo, cosa di cui l'imperatore era perfettamente consapevole, tanto che gi nell'estate 1239 aveva cominciato a elaborare "un approccio diverso", descritto nella lettera all'arcivescovo di Messina, conservata tra i suoi ordini amministrativi per il "regnum": i due punti focali erano la minaccia del ricorso alla forza in sostituzione del negoziato come strumento per porre fine al conflitto; e l'asserzione dei diritti imperiali nell'Italia centrale, nel ducato di Spoleto e nella marca anconetana. Non rimase perci all'arcivescovo, a lungo adoperatosi in favore della pace, che prender nota del radicale cambiamento avvenuto nel conflitto a seguito della scomunica di Gregorio. Eppure ci pare lecito dubitare che Federico avesse davvero voltato le spalle alle trattative; la guerra gli appariva l'unico mezzo possibile, non certo l'unico desiderabile, per risolvere la questione, cio per costringere l'avversario a venire a patti. N allora n in seguito l'imperatore si prefisse la completa umiliazione del papato, come sessant'anni pi tardi avrebbe fatto Filippo Quarto di Francia nei riguardi di Bonifacio Ottavo con l'"oltraggio di Anagni". Le mosse preliminari di Enzo, che agiva in qualit di vicario di tutta l'Italia su mandato del padre (luglio 1239), avevano gi gratificato l'imperatore di significativi successi nell'estate 1239: Jesi, sua citt natale, era tornata in seno all'impero - una conquista non soltanto simbolica, data la vicinanza ai confini settentrionali del regno di Sicilia.
Ci voleva per la presenza di Federico per ridurre la regione all'obbedienza. Lo smacco patito contro Milano venne dimenticato con una rapida avanzata sulla ghibellina Pisa, dove l'imperatore trascorse il Natale del 1239 meditando non tanto sulla sua strategia lombarda quanto sul ricupero dell'Italia centrale. Si trattava di lusingare, blandire e, se necessario, soggiogare le citt dello Stato pontificio laboriosamente messo insieme, pezzo a pezzo, da Innocenzo Terzo e i suoi successori - isolando Gregorio in Roma, la cui vacillante lealt al papa era proverbiale. Il tardo inverno e la primavera del 1240 videro i piani dell'imperatore procedere a gonfie vele. L'Umbria collinare rimase tenacemente attaccata ai colori guelfi, ma le citt pi prossime a Roma alzarono bandiera bianca: Viterbo, un centro importante, spesso usato come residenza papale; Corneto (l'attuale Tarquinia); Sutri alle porte di Roma, via via che l'imperatore muoveva a sud. Obiettivo finale era Roma stessa, visto che, preceduto dalla ridondante prosa di Pier delle Vigne, l'imperatore pronostic la restaurazione delle glorie imperiali romane nella citt che le aveva celebrate. Non pareva poi cos azzardato il sogno di far di Roma la sua capitale: dopo tutto aveva gi con gradualit cominciato a integrare in una flessibile unit le amministrazioni insulare e peninsulare, usando dei Siciliani come podest al Nord e consentendo al tribunale supremo palermitano di giudicare casi a settentrione del confine tra il "regnum Siciliae" e il "regnum Italicum". Agli inizi della primavera del 1240 l'imperatore poteva cullarsi nell'illusione che il suo diverso "approccio" avesse conseguito gli effetti desiderati senza scosse e rapidamente. Restavano ancora la sottomissione di Roma e l'ammansimento del lupo Gregorio. Un moderato ottimismo non sembrava fuori luogo. La campagna di Federico era in parte finanziata con i prestiti dei banchieri romani, come rivela il registro del 1239-40; la conquista della Lombardia e dell'Italia centrale era perci sovvenzionata dagli stessi sudditi del pontefice. D'altra parte le divisioni all'interno del collegio dei cardinali, sia in materia locale che di rapporti con l'impero, accentuavano l'impressione che la Citt Eterna non avrebbe retto alla vista delle schiere di Federico, tanto pi che i suoi simpatizzanti ne preannunciavano l'imminente arrivo aggirandosi per le strade al grido: "Facciamo entrare l'imperatore e consegnamogli la citt!" La salvezza dell'Urbe era per diventata per Gregorio un punto irrinunciabile. Questa era la citt santa di Pietro e Paolo minacciata di far la fine di Gerusalemme. Dopo aver col seminato morte e distruzione, Federico avrebbe messo a sacco anche Roma. Il 22 febbraio Gregorio lanci il suo appello al popolo, e al mondo intero. Fu una cosa memorabile. Una grande processione si snod attraverso le vie cittadine dal palazzo papale presso la basilica di San Giovanni in Laterano alla tomba di San Pietro nella basilica costantiniana in Vaticano. Momenti culminanti del ben orchestrato spettacolo furono l'esibizione delle teste degli apostoli Pietro e Paolo e l'appassionato discorso con cui l'anziano pontefice esort i Romani a soccorrere la libert della Chiesa. Se non si fossero levati in armi contro l'invasore, i due santi avrebbero agito in loro vece: e cos dicendo si tolse la tiara e la depose sui crani. Combattere Federico era una guerra santa, giustamente proclamata a difesa delle fede; chi vi partecipava non era da meno dei crociati, sicuro delle gioie del paradiso se fosse morto pugnando per la causa della Chiesa, protetto da tutti i privilegi che ai crociati competevano. Croci di pezza furono distribuite tra la folla, o improvvisate dai pi entusiasti, affinch chiunque intendesse aggregarsi alle forze papali potesse cucirle sugli indumenti. Nonostante l'insistente opposizione locale dei ghibellini, Gregorio era riuscito a infiammare gli animi di una platea oceanica e vociferante. I Romani avevano dimostrato di essere volubili nella loro ammirazione per l'imperatore; ma nulla poteva escludere che si palesassero altrettanto incostanti nell'adorazione del papa.
Federico prefer abbozzare; le mura della citt erano poderose, ed egli voleva entrarvi in veste non di guerriero ma di principe della pace - un ruolo che purtroppo era stato assunto da Gregorio, abile nel brandire l'arma "pacificatrice" della crociata, la guerra santa che avrebbe saldato in un unico blocco la cristianit. Come sempre Federico riluttava a mettere alla prova le sue capacit militari, invero non eccezionali. N era suo desiderio consegnare al papa una vittoria propagandistica, riducendone in macerie i palazzi e presentandosi come nemico della Chiesa. D'altro canto, non era un mistero che Gregorio disponesse di poche truppe. Le citt dei dintorni che ancora sostenevano il papa, come Velletri, sarebbero state facile preda di Federico e ad ogni modo non avrebbero mai potuto prestare al pontefice aiuto armato nella misura che gli era necessaria.  vero che Gregorio aveva esteso ai cavalieri di tutta Europa l'invito a prender parte alla crociata contro Federico, ma l'elenco delle adesioni era piuttosto sconsolante; in realt egli mirava a impressionare potenziali simpatizzanti, soprattutto Enrico Terzo d'Inghilterra, vassallo papale e dunque in presumibile obbligo di contribuire con uomini o mezzi finanziari. Da questo quadro d'insieme - sotto gli occhi di Federico - potremmo trarre la conclusione di un clamoroso errore dell'imperatore per non aver tentato di spezzare la determinazione dei Romani. Davvero si sarebbero mostrati risoluti una volta svanita la memoria dell'istrionismo di Gregorio?
In realt Federico continuava ad attenersi a una meditata linea d'azione. La minaccia di ricorrere alla forza, adombrata nella lettera all'arcivescovo di Messina, mirava a conseguire un risultato politico: la composizione negoziale delle divergenze con Gregorio. Se l'attuale strategia in Italia avesse dato buon esito, avrebbe per potuto avviare le trattative preliminari da una posizione di forza. Nel 1240 Federico prefer soprassedere in attesa di allestire un esercito pi agguerrito, dall'Italia meridionale, continuando nel frattempo a orbitare attorno alla citt. Forse i papalisti rammentavano che lo stesso aveva fatto Annibale, con scarso costrutto. Del resto l'imperatore era convinto che i tempi fossero maturi per stipulare un accordo con i cardinali; se avesse potuto conquistarne le simpatie, sarebbe riuscito a neutralizzare il papa sul piano politico - e non soltanto questo pontefice, ma pure quelli futuri, che dovevano essere condizionati (come trapelava dalle sue lettere) dal volere del collegio dei porporati. Ma com'era possibile comunicare con i cardinali, molti dei quali erano bloccati all'interno di Roma? Federico non pose il veto quando i principi tedeschi invitarono il gran maestro dei Cavalieri Teutonici ad incontrarsi con gli alti prelati. Questi non era pi Ermanno di Salza - passato a miglior vita il giorno stesso in cui Gregorio aveva scagliato la scomunica - ma Corrado di Turingia, in verit un po' meno sintonizzato sulla lunghezza d'onda imperiale. Una palese iniziativa volta a riannodare su nuove basi i contatti senza dar luogo a imbarazzo. Il pontefice, che continuava a professare in pubblico la sua irrevocabile ostilit nei confronti di Federico, semplicemente non era stato incluso nella squadra di negoziatori.
Tra i cardinali critici verso la testardaggine papale ve n'era uno, Giovanni Colonna, che raccoglieva su di s molti dei problemi della stessa Roma. La sua famiglia era al vertice di una delle due fazioni che si spartivano la citt; di contro troviamo gli Orsini, con Matteo impegnato a rafforzare la sua presa sul governo municipale. Essendo proprietari di vaste tenute a sud di Roma, i Colonna erano ovviamente sensibili alla presenza nell'agro romano di forti contingenti imperiali e decisero quindi di affidarsi alla protezione di Federico prendendo partito a suo favore. Mal che andasse, era comunque loro interesse tener discosti papa e imperatore; e, secondo il cronista Matteo di Parigi, Gregorio boll con violenza l'atteggiamento conciliante di Giovanni Colonna nei riguardi di Federico, accusandolo di trascinarlo a un ignominioso armistizio con uno che era, ed era sempre stato, suo nemico mortale. Superfluo dire che Federico seppe approfittare a dovere della situazione. Con il trascorrere dei mesi, i Colonna, esasperati dall'ostinazione di Gregorio, manifestarono sempre pi apertamente la loro propensione per la causa degli Hohenstaufen. Pi importante per Federico fu il diffondersi della sensazione che fosse necessario convocare un concilio generale ecclesiastico cui le parti lese potessero sottomettere le loro lagnanze. Questo progetto trovava significativo riscontro nella corrispondenza epistolare di Federico Secondo con i sovrani europei, e in particolare con Luigi Nono: si era rimproverato al pontefice, dopo l'atto di scomunica, di non aver consentito che il processo intentato a Federico fosse sottoposto a giudizio. Ma chi avrebbe dovuto pronunciare il verdetto? I cardinali sapevano bene che un concilio orientato alla rappacificazione tra due rivali colmi di risentimento avrebbe dato l'esito sperato soltanto in presenza di un mediatore autorevole. Poich papa e imperatore accampavano entrambi diritti di monarchia universale, con intrinseca facolt di emettere sentenze su tutto ci che era terreno, non v'era altra possibilit che rivolgersi a una commissione formata in pi o meno larga misura dagli stessi cardinali (dopo tutto i porporati, uno ad uno inferiori al papa, avevano il potere di eleggere un Vicario di Cristo; i baroni tedeschi, un re dei Romani; un'assemblea capitolare, un vescovo). Superfluo sottolineare che Federico era accessibile all'idea soltanto a patto di poter far udire in concilio la propria voce, ad esempio tramite la bocca dei principi della Chiesa tedeschi. Analogamente, Gregorio dava per scontato che fossero rappresentati i rivoltosi lombardi e vedeva nell'adunanza una splendida opportunit per condannare l'imperatore di fronte a uno schietto uditorio proveniente dall'Italia e dal resto della cristianit. Ai suoi occhi non era semplicemente uno strumento di composizione dei dissidi, ma un viatico alla vittoria. Quella che aveva preso le mosse come sensata proposta per una conferenza di pace, non sgradita allo stesso Federico, si trasform cos in una minaccia diretta all'imperatore, un'espressione dell'impermeabile negazione di ogni possibile compromesso da parte di Gregorio.
Gregorio si affrett cos ad annunciare un sinodo per la Pasqua del 1241, senza attendere che arrivassero a buon fine i ponderosi negoziati tra i cardinali e i plenipotenziari di Federico. Sagacemente egli aveva tolto il vento alle vele dei cardinali, ma l'imperatore non si lasci impressionare e reag con ostilit alla prospettiva di un concistoro che non rappresentasse i suoi interessi, rifiutandosi di garantire la sicurezza di chiunque confluisse a Roma per l'assemblea e vietandone la partecipazione a tutti i suoi sudditi, siciliani o germanici che fossero. Nella lunga storia di contrasti della Santa Sede con le monarchie europee abbondano gli esempi di simili proibizioni ed anche l'accenno al fatto che chi decideva di affrontare il viaggio, fosse pur fuori della giurisdizione imperiale, lo faceva a proprio rischio e pericolo, non era del tutto nuovo: emissari di altri sovrani inviati in passato a Roma erano gi stati trattenuti. La vera novit era che Federico questa volta intendeva davvero impedire che l'evento avesse luogo.
I vescovi e gli arcivescovi che partirono per Roma dall'Europa settentrionale e dalla Lombardia non sospettavano per quanto fosse reale la minaccia. Nella primavera del 1241 si imbarcarono sotto scorta genovese recando con s, a quanto sembra, buona parte del denaro rastrellato in Inghilterra e altrove a seguito dell'appello finanziario di Gregorio. Adorne di croci rosse cucite sulle vele bianche, le navi erano un memento visibile della nobile causa che avvolgeva i loro passeggeri. Ma le insegne crociate non erano garanzia di immunit, soprattutto nei confronti di un ammiraglio genovese rinnegato al comando di una flotta siciliana e pisana. Antiche rivalit - tra Pisa e Genova, tra i potenti clan genovesi e tra papa e imperatore - vennero al pettine il 3 maggio 1241 quando l'ammiraglio Ansaldo de Mari piomb sulla squadra genovese al largo delle coste toscane. Alla vista del nemico, molti dei marinai genovesi vollero prendere immediatamente i voti; in un attimo si cre un'intensa atmosfera di devozione. La piet non valse per a salvarli. Furono sopraffatti, e in gran numero massacrati: conclusione nient'affatto eccezionale nelle aspre battaglie pisano-genovesi del Dodicesimo e Tredicesimo secolo. La parte pi succosa, dal punto di vista di Federico, fu la dovizia di bottino: prede vive, sotto forma di dozzine di delegati alla conferenza romana, un paio di cardinali e vescovi a iosa. Tra di essi, il cardinale vescovo di Palestrina, che meno di tutti poteva aspettarsi merc dall'imperatore. Da fonti papali, invero non troppo attendibili, apprendiamo che i prigionieri furono sottoposti ad ogni sorta di angherie, sia in mare subito dopo l'infausto esito della battaglia navale, sia nelle segrete in cui furono posti a languire in Toscana e nell'Italia meridionale. Un secondo cardinale, Ottone di San Nicola pass dalla parte dell'imperatore. Pare che il trattamento di Federico fosse commisurato al grado di cooperazione di cui davano prova (magari con qualche spintarella) i detenuti. Ad ogni modo non si pu dire che le scarse attenzioni usate ai prelati caduti nelle sue mani mal si accordassero con il pensiero del Tredicesimo secolo; spettacolari erano piuttosto il rango e il numero dei pesci impigliatisi nella rete. Come abbiamo visto, chi era giudicato nemico dell'impero (e ne fa fede il figlio Enrico) non poteva certo sperare nella sua misericordia. Altro non erano che ostaggi: vero obiettivo non era la punizione (anche se probabilmente Giacomo di Palestrina ebbe molto a soffrirne) ma il riscatto, alle sue condizioni. Non era suo desiderio che i reclusi morissero di febbri tifoidee o per negligenza, seppure parecchi soccombessero ai disagi e alle malattie prima ancora di approdare nel Mezzogiorno. Purtroppo, la nuova strategia dell'uso della forza aveva un suo prezzo. Il copione prevedeva ora di obbligare il papa a negoziare. In realt Gregorio si ritrovava ancor pi isolato: non poteva pi contare sul sinodo, visto che la maggior parte dei delegati era incorsa in un intoppo imprevisto; doveva tenere a bada i numerosi cardinali che lo sollecitavano a porre fine alle ostilit; era subissato dalle suppliche dei prigionieri. Per sua fortuna gli restava per un nucleo di seguaci determinati. Quando il fratello di Enrico Terzo d'Inghilterra, Riccardo, conte di Cornovaglia, si offerse come mediatore tra l'imperatore e il pontefice, dovette prender atto dell'inanit dei suoi sforzi e del clima di sospetto che le sue stesse proposte avevano ingenerato. Tra gli intimi di Gregorio si diffuse l'ostilit pi ingiuriosa nei confronti di Federico Secondo: Sinibaldo de' Fieschi, Rainiero di Viterbo e una manciata di altri cardinali non cedettero di un pollice.
La cattura di centinaia di alti esponenti della Chiesa non valse comunque a compensare le sconfitte subite da Federico nel nord-est. Lontano dal Veneto, egli si dimostr incapace di tenere sotto controllo alcune delle pi importanti roccheforti degli imperialisti: Ferrara, sotto Salinguerra, defezion nel 1240; e i veri vincitori risultarono i Veneziani, interessati pi a consolidare il loro predominio commerciale nell'alto Adriatico che a intromettersi nelle beghe politiche tra comune e imperatore. Sul finire del 1240 Federico fu dunque costretto a ritornare sui suoi passi e a impegnarsi a fondo per soffocare i fermenti che attraversavano i territori di confine tra il "regnum Italicum" e le zone sulle quali il papato rivendicava una nebulosa autorit. Bersagli irrinunciabili erano Ravenna (perduta nel 1239), Bologna (tetragona nella sua opposizione) e Faenza, importante crocevia verso il Meridione. Dopo un assedio di sei mesi, nell'aprile 1241 Faenza cedette per fame. Non fu un inverno spiacevole: le condizioni atmosferiche sconsigliavano battaglie campali; ci voleva pazienza, e Federico ammazz il tempo studiando testi scientifici sull'argomento che pi gli stava a cuore, la falconeria. Si cre cos un clima di fiduciosa aspettativa e, ancor prima del colpo gobbo perpetrato ai danni degli alti dignitari ecclesiastici, l'imperatore decise di mostrare al mondo il suo lato buono perdonando Faenza. A tanto fu presumibilmente indotto dalle richieste degli esuli ghibellini, preoccupati di un trionfale ritorno in una citt ridotta in macerie. D'altra parte si imponeva un equilibrio tra clemenza e terrore, tanto pi che Federico, sotto l'incalzare della macchina propagandistica papale che lo accusava di essere amico dei despoti, aveva bisogno di dimostrare con un gesto eclatante quanto fosse lontano da ogni inclinazione alla tirannide. Egli fu altres scrupoloso nell'assicurarsi che all'assedio di Faenza i suoi mercenari fossero pagati sino all'ultimo soldo. I lingotti si andavano esaurendo; ormai era stato raschiato anche il fondo del barile. Risolse dunque di coniare, o per meglio dire stampare, monete di cuoio che in seguito furono convertite in argento - una prova di buona fede verso coloro che avevano fatto conto sulle sue promesse.
Gran parte dell'Italia gli era a questo punto spalancata, nel senso che poteva scorazzare senza problemi da nord a sud. Nell'estate del 1241 rimise piede nella campagna romana, allacciando stretti legami con Giovanni Colonna. Che il cardinale volesse aiuto per sbalzar di sella gli Orsini aveva importanza relativa. Federico aveva bisogno di assistenza locale per avvicinarsi vieppi a Roma, dove poco a poco riusc a imbottigliare Gregorio. Asserragliato nella sua fortezza, il papa era per inaccessibile, anche alle preghiere dei moderati. Finalmente, in agosto, il coriaceo Gregorio Nono, prosciugato - cos si disse - dalla calura estiva, cadde ammalato ed esal l'ultimo respiro. Non aveva sconfitto Federico; ma Federico non aveva sconfitto lui.
Gregorio Nono concluse il suo pontificato nel pieno della battaglia con la quale l'aveva iniziato. Pur dando il dovuto risalto al lungo intervallo dal 1230 al 1238, caratterizzato da rapporti civili, a tratti persino cordiali,  impossibile sfuggire all'impressione che questo pontefice fosse ossessionato dallo spettacolo dell'eccessivo potere di Federico - della sua duplice monarchia in Sicilia e Germania, delle presunte prevaricazioni sulla Chiesa siciliana, della manipolazione dei veri interessi della Terra Santa, delle sue interferenze negli affari papali e dell'influenza esercitata addirittura entro la cerchia delle mura romane. In una certa misura la questione lombarda rappresent un "casus belli" piuttosto che un'ingiustizia sostanziale; gli occasionali successi di Federico nell'Italia settentrionale erano una spia del pericolo che l'impero riaffermasse la sua autorit in altre regioni, magari edificando sulle conquiste una concreta sovrastruttura di governo. Senza dubbio correva il sospetto che la Lombardia fosse solo un primo obiettivo, cui avrebbero fatto seguito la Toscana, le province adriatiche e lo stesso agro romano. La prospettiva di Gregorio andava per al di l della disputa territoriale, coinvolgendo in ultima analisi le posizioni reciproche del papa e dell'imperatore: il diritto del primo di avere l'ultima parola nelle questioni morali, e il dovere del secondo di uniformarsi alle direttive della Santa Sede. Veniva enfatizzato il concetto della cooperazione tra le due forze, ma alla base stava la dipendenza dell'impero dal papato, ricevendo la luce quello da questo come la luna dal sole. La collaborazione degli anni 1230-38 non si svolse in tale spirito, essendo interpretata da questo pontefice come un periodo di umiliazione, di messa a nudo dell'impotenza del papato di fronte all'imperatore. Ragionando in simili termini, Gregorio si predispose a un aspro confronto. Gli era fatto obbligo di redimere il suo Santo Uffizio dalla tutela di San Germano. La pace futura doveva poggiare su ben altre fondamenta; San Germano aveva sembianze di pace, ma era soltanto un armistizio. A cavallo tra il 1237 e il 1238 Gregorio Nono matur la convinzione che il pasticcio lombardo potesse essere volto a vantaggio della Santa Sede. Con cautela, passo passo, incoraggi dunque un ribaltamento di alleanze, a scapito di Federico e in favore di coloro che in ogni circostanza mai avevano trascurato di professare la loro lealt al papato, vale a dire i ribelli lombardi.
Gregorio fu un personaggio di spicco anche per altri versi. L'appoggio da lui accordato ai primi vagiti dell'Ordine francescano fu essenziale per strappare alla curia l'approvazione dell'eccentrico, ascetico, Francesco d'Assisi. La sua attivit legislativa e l'importantissima opera compiuta nel campo del diritto canonico facendo compilare una nuova raccolta di Decretali suscitarono apprezzamento anche da parte dei suoi nemici ghibellini. Come canonista, rivel abilit eccezionali; ma proprio la consapevolezza dei diritti legali del papato e della Chiesa romana lo portarono in rotta di collisione con una tradizione pi giovane ma rivale: il rifiorente romanismo dell'impero degli Hohenstaufen.

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2.

La morte del pontefice non cancell d'un sol colpo le divergenze di Federico con il papato. Per quanto nel 1241 fosse disunita, la curia papale contava pur sempre un certo numero di cardinali favorevoli alla grande causa di Gregorio. Federico non poteva che augurarsi che il nuovo Vicario fosse vicino a Dio, qualcuno disposto a "correggere gli errori e raddrizzare i torti dei suoi predecessori". Era dunque essenziale orientare per quanto possibile l'elezione in questo senso. Federico poteva gettare sul tavolo tre carte: aveva nelle sue mani i cardinali Giacomo di Palestrina e Nicola di Ostia e vantava un alleato in Giovanni Colonna. Spezzare Roma si dimostr per ancora una volta impresa fuori della sua portata: gli Orsini continuavano a fare il bello e il cattivo tempo grazie al senatore Matteo e l'imperatore disper di riuscire a manipolare a suo piacimento le votazioni, con la poco allettante prospettiva di trovarsi di fronte un nuovo papa di parte guelfa. Matteo Orsini adott metodi confrontabili a quelli, non certo raffinati, che Federico aveva messo in mostra dopo la cattura in mare dei prelati. Guardati a vista, in qualche caso addirittura ammanettati, i cardinali presenti in Roma furono condotti a un edificio in rovina, il Septizonium, dove vennero confinati nelle condizioni pi deplorevoli. Si dice che le sentinelle, piazzate nei locali soprastanti la camera dei porporati, utilizzassero il pavimento come latrina (una prassi normale nei tentativi di coercizione verso i cardinali elettori). I liquami gocciolavano nella camera attraverso le crepe e gli innumerevoli buchi. Condizioni cos terribili che la fibra dell'inglese Roberto di Somercote non resse. Non si pu dire che i due cardinali "ospiti" di Federico ormai se la passassero peggio. Ad un certo punto Matteo Orsini minacci di affrettare i lavori esumando il corpo di Gregorio Nono e collocandolo, in avanzato stato di putrefazione, nel bel mezzo della camera. Per fortuna non se ne fece nulla.
Il problema era che - nonostante i sistemi poco ortodossi di Matteo - i presuli non riuscivano a mettersi d'accordo. Lo stato comatoso in cui versava la Chiesa faceva loro dimenticare privazioni e scomodit. Gli irriducibili detrattori di Federico, tra i quali figurava Sinibaldo de' Fieschi, puntavano su Romano di Porto, uno dei cardinali che pi erano stati vicini a Gregorio Nono. Comprendendo lo stesso Romano, questo gruppo poteva contare su quattro voti. Su un altro candidato, Goffredo di Santa Sabina, confluivano invece cinque elettori con alla testa Giovanni Colonna, riammesso nell'Urbe per l'occasione. Questo era in certo qual modo il partito dei "moderati" - meno favorevoli a Federico, nel loro insieme, di quanto fosse Giovanni Colonna, ma sicuramente pronti a negoziare a oltranza per porre fine al conflitto. Ognuno  libero di immaginare l'aggrovigliarsi dei mercanteggiamenti via via che le settimane si accumulavano. Ci che era evidente era l'incapacit dei cardinali di approdare a una decisione cristallina; riluttavano persino a prendere in considerazione l'ipotesi di un candidato di compromesso, senza dubbio perch facevano assegnamento su un approccio esterno (da Matteo Orsini, dall'imperatore o da altri gruppi di interesse) per indirizzare le cose sul binario desiderato.
Pur vivendo in condizioni disgustose, i cardinali non erano in clausura. Nel Medioevo la segretezza in fatto di elezioni papali era di rigore, ma di rado veniva rispettata. Ben presto risult chiaro che un appello al mondo esterno era indispensabile per comporre divergenze all'apparenza insanabili: bisognava ammettere alle deliberazioni i due cardinali assenti perch prigionieri dell'imperatore, nella speranza che il loro apporto potesse sfociare in una fumata bianca. Qui i prelati diedero prova di acume diplomatico. Era prevedibile che Federico fosse poco disposto a dare a Giacomo di Palestrina la possibilit di contribuire ad elevare un nemico al trono di San Pietro, ma d'altra parte non poteva dispiacergli un'eventuale nomina del molto pi malleabile Ottone di San Nicola. Il timore che la scelta ricadesse su Romano di Porto indusse Federico a concludere che la liberazione degli ostaggi fosse utile a impedire guai peggiori - un rischio, d'accordo, ma, a quanto ci dice Matteo di Parigi, un po' "addomesticato": ai cardinali venne fatto sapere che dovevano accordarsi sul nome di Ottone di San Nicola; in caso contrario, questi e Giacomo di Palestrina sarebbero rimasti "ospiti" di Federico.
Il rospo era troppo grosso da ingoiare; sdegnati, i cardinali sperimentarono nuove soluzioni. Abbiamo motivo di credere che il prescelto fosse Umberto di Romans, figura di spicco nell'Ordine domenicano e abile canonista. Ma Matteo Orsini non vedeva di buon occhio un candidato difficile da controllare, preferendo ovviamente qualcuno pi manovrabile. Si ritorn cos all'irrisolto dilemma. Sembra che Romano di Porto avesse macchiato la propria reputazione perseguitando i discepoli nell'Universit di Parigi; correvano altres salaci commenti sulla sua condotta indecente in presenza della regina madre francese (ancora una volta dobbiamo queste notizie all'inglese Matteo di Parigi, insigne precursore, malgrado tutte le altre sue qualit del giornalismo scandalistico). A furia di insistere sulla scelta di Romano o di uno dei suoi colleghi, Matteo ottenne l'effetto di aggregare i cardinali sul nome del diacono di Santa Sabina, che volle chiamarsi Celestino Quarto.
Pressoch nulle erano le sue possibilit di far pace con chicchessia. Unico atto significativo del suo pontificato fu la scomunica di Matteo Orsini. Meno di tre settimane dopo essere stato eletto, senza dubbio logorato dagli strapazzi cui aveva dovuto sottoporsi, segu Gregorio nella tomba. Tutto dunque da rifare, ma non era cosa semplice: finalmente liberi, i cardinali si erano precipitati alla residenza papale estiva di Anagni. Giovanni Colonna languiva nelle segrete di Orsini, ma soltanto Sinibaldo de' Fieschi e un paio d'altri poterono restare a Roma. N vanno dimenticati gli ostaggi ancora in mano dell'imperatore. Gi soltanto radunare i cardinali sotto un unico tetto non era impresa da poco: v'era la diffusa sensazione che Roma non fosse pi un luogo sicuro e che in situazione d'emergenza si potesse tenere il conclave ad Anagni. D'altra parte chi era rimasto a Roma, presumibilmente imbeccato da Orsini, era restio ad allontanarsi dalla citt, adducendo a pretesto l'assedio posto da Federico Secondo. Dovevano dunque andare a tenere compagnia a Giacomo di Palestrina nelle umide celle del Meridione? Era evidente che il futuro di Giacomo bloccava qualsiasi iniziativa. Sintantoch fosse stato tenuto prigioniero, i cardinali ad Anagni avrebbero rifiutato di procedere a un'elezione. Chiesero inoltre a Federico di levare l'assedio (cosa che lui fece), in modo che i loro confratelli nell'Urbe potessero raggiungerli. Se non altro questo significava una ripresa dei contatti tra i principi della Chiesa e l'imperatore, sia pur limitati ai preparativi per la nuova elezione. Federico cerc dunque di assumere l'iniziativa, insistendo per il ritiro dalla Lombardia del legato papale Gregorio da Montelongo. Soltanto allora Giacomo di Palestrina sarebbe stato liberato. I cardinali fecero in proposito vaghe promesse, ma continuarono ad allargare il dibattito invitando l'imperatore a restituire ci che aveva tolto alla Chiesa e ad espiare la sua colpa: il loro tergiversare era evidente. Non fu tanto perci a motivo delle sollecitazioni dei prelati quanto piuttosto per il montare delle critiche da ogni angolo della cristianit che l'imperatore, dopo intollerabili indugi, si risolse a dar via libera a Giacomo di Palestrina. Andava infatti prendendo sempre pi consistenza, persino in Francia e Inghilterra, la convinzione che fosse proprio lui il principale ostacolo sulla strada dell'elezione papale. Con l'estate del 1243 lo scandalo della sede vacante si era volto a danno dell'imperatore. Il ruolo di Matteo Orsini era ormai passato in secondo piano; tutto il biasimo ricadeva su Federico. Non era perci pi il caso di cercare a tutti i costi un accordo con i cardinali, chiaramente non intenzionati, com'egli per breve tempo si era illuso, a governare il timone della Chiesa in assenza di un legittimo, e autorevole, pilota. D'altronde, il trattamento usato da Federico a Giacomo di Palestrina non lasciava dubbi ai prelati sui rischi della protratta mancanza di un leader lungimirante e duro quanto bastava a coagulare l'intero universo cristiano contro gli eccessi dell'imperatore.
Detto in altri termini, Federico prese un grosso abbaglio. Non era sufficiente lusingare i cardinali insistendo sulla loro autorit di governare la comunit cattolica con o senza la guida di un pontefice. Il pensiero curiale del Tredicesimo secolo non contemplava un mostro acefalo al timone della Chiesa n si piegava alle istanze imperialistiche di confrontabilit del potere di papa e imperatore. I cardinali non si chiedevano se canonisti e teologi avessero esagerato la natura della sovranit papale, ma piuttosto se i pontefici recenti avessero fatto saggio uso di quella sovranit. Occorreva una scelta: rispolverare l'approccio morbido di Onorio Terzo o portare avanti l'intrepida politica del confronto inaugurata da Gregorio Nono. Ma se anche avessero optato per una figura pi conciliante, difficilmente le acque si sarebbero d'incanto quietate. Consapevole della crescente ostilit alla sua ingerenza (trattenendo Giacomo di Palestrina), l'imperatore si risolse ad annunciarne l'imminente scarcerazione (primavera del 1243). Si riprometteva per questa via di dimostrare come egli anteponesse la pace della Chiesa alla difesa della propria dignit, auspicando che il suo gesto fosse interpretato come un atto della pi disinteressata clemenza.
Era troppo tardi; il 25 giugno 1243 salut l'elezione di Sinibaldo de' Fieschi, di nobile famiglia genovese, brillante canonista, stretto collaboratore di Gregorio Nono, che assunse il nome di Innocenzo Quarto. Era invero l'ultima persona che Federico avrebbe voluto al soglio pontificio, tanto pi dopo la scomparsa di chi sino ad allora lo aveva pi avversato nel collegio dei cardinali, Romano di Porto. Dando prova di una certa ingenuit, alcuni storici si sono meravigliati della "grande gioia" manifestata da Federico al ricevere la notizia dell'"habemus papam". Pier delle Vigne, Taddeo da Sessa e Ansaldo de Mari (certo accolto con qualche riserva), gran maestro dell'Ordine Teutonico, vale a dire i massimi dignitari della corte di Federico, ebbero incarico di costituire una solenne ambasciata: l'imperatore era ancora convinto che l'unica via d'uscita fosse una composizione negoziale e non vedeva come il nuovo pontefice potesse sottrarvisi. Lungi dall'adoperarsi per schiacciare Roma e gli Orsini, aveva ritirato su richiesta le sue truppe dai sobborghi della citt. Era tempo che le sue ragioni, cui Gregorio Nono era stato coerentemente sordo, fossero ascoltate. Presentando a Innocenzo Quarto le sue congratulazioni ed esprimendo la speranza di una futura cooperazione, Federico intendeva dar prova della sua disponibilit ad operare fianco a fianco persino con un seguace delle dottrine del primato papale. Un peccato d'ingenuit.

...

3.

I compiti di Innocenzo Quarto, dal punto di vista dei papalisti, erano chiaramente definiti: tenere le posizioni conquistate da Gregorio Nono, vale a dire non ingrandimenti territoriali ma successi di prestigio nella guerra dei pamphlet contro Federico Secondo; continuare a prestar soccorso ai ribelli lombardi assediati, tanto pi che per due lunghi anni questi avevano dovuto fare a meno di un protettore; giocare infine sul cambiamento al vertice, e sui recenti errori di Federico, per presentare al mondo l'immagine di un papato pi bonario e accondiscendente - un papato giustamente offeso dall'ostinazione di cui dava prova l'imperatore nel trattenere i delegati al concilio romano, nell'impadronirsi di territori sino a poco tempo addietro posti sotto la sovranit della Santa Sede e nell'insistere su condizioni di pace impossibili da accettare. Va detto a onor del vero che non si trattava di un piano machiavellico (anche se nel volgere di tre anni ne acquist i connotati) per indebolire gli Hohenstaufen facendo leva su "disinformazione" o travisamenti; il partito di Innocenzo credeva in buona fede che Federico Secondo avesse voltato le spalle a Dio e alla Chiesa, e che le sue occasionali, fragorose manifestazioni di deferenza fossero in realt sotterfugi. Regnava poi la massima confusione a Roma, anzi diciamo meglio in tutta Europa, in merito alle cose pi urgenti da fare. La sconfitta degli Hohenstaufen era considerata da Luigi Nono di Francia, alla stregua di una molesta distrazione da un obiettivo pi alto, la ripresa delle iniziative per la riconquista di Gerusalemme, caduta nel 1244 nelle mani dei Turchi Khwarizmiti con irrisoria facilit, senza che potessero sollevare un dito n le forze dell'impero, n i Franchi d'Oltremare n i musulmani d'Egitto. Quasi non bastasse, le invasioni mongole stavano ormai mettendo a dura prova l'Europa orientale: l'Ungheria era sta messa a ferro e fuoco e le orde tartare minacciavano l'Adriatico; un grosso pericolo incombeva anche sui principi tedeschi, che imploravano l'aiuto imperiale. Federico eman un'enciclica contro i Tartari, ma le parole lasciavano il tempo che trovavano. Ovvio dunque che la propensione di Innocenzo Quarto a un duello all'ultimo sangue tra papato e Hohenstaufen fosse giudicata da molti un ulteriore contributo alla rovina della cristianit: "una nazione divisa contro se stessa  destinata a cadere". Innocenzo fu comunque abbastanza accorto da guadagnare tempo e approvazione aprendo negoziati con il suo avversario. Un'ambasceria raggiunse la corte di Federico poche settimane dopo l'insediamento del nuovo pontefice. I rappresentanti del pontefice furono piuttosto vaghi, usando parole meditate nei confronti di Federico ma ribadendo con forza le buone intenzioni della Santa Sede: si parl di riparazioni per le ingiurie imperiali (con particolare riguardo alla cattura dei prelati in mare), venne negata qualsiasi responsabilit del papato e avanzata la proposta - dovesse Federico insistere sulla propria innocenza - di affidare l'intera questione al giudizio di una giuria di principi laici e religiosi. Si deve per mettere in rilievo che Innocenzo cerc di includere nella trattativa i Lombardi, descrivendoli apertamente quali "amici della Chiesa"; non era neppure pensabile l'abbandonarli alla collera imperiale. Tant' vero che venne rinnovato l'incarico a Gregorio da Montelongo in Lombardia; il registro pontificio di quel periodo rigurgita di istruzioni a Gregorio, di pressanti inviti a stringere amicizie e allargare la sfera d'influenza nel Nord Italia; i malumori di Federico per la condotta di Gregorio erano liquidati con un'alzata di spalle. Tutto ci rivela una strategia impostata su due piani. Da un lato, Innocenzo non poteva essere accusato di irragionevole rifiuto alla riapertura delle trattative; dall'altro, le sue azioni recavano offesa all'onore e alla dignit imperiale e non garantivano a Federico alcuna certezza di accomodamento. C'era infatti da aspettarsi che la delegazione papale si impuntasse su clausole inaccettabili dall'imperatore, come ad esempio l'abdicazione da almeno uno dei suoi troni. Innocenzo sapeva che Federico non avrebbe accondisceso a cuor leggero a un disarmo completo. Certo poi non contribuirono a imprimere un'accelerazione ai negoziati i problemi sorti a proposito delle credenziali degli ambasciatori inviati alla corte pontificia. Quali delegati dell'imperatore, anch'essi erano colpiti da scomunica; non potevano essere ammessi. Soltanto alla terza richiesta fu loro concessa udienza.
E dunque, su un fronte, ritardi orditi a bella posta; su altri, contemporaneamente, tentativi di guadagnare posizioni contrattuali pi forti. Qui bisogna dire che Innocenzo fu strumento piuttosto che guida. Il suo impetuoso consigliere Rainiero di Viterbo, di tutti i cardinali forse il pi determinato contro Federico Secondo, era pungolato da interessi personali. La sua citt natale, a nord di Roma, era passata sotto controllo imperiale sin da quelle buie giornate dell'inverno 1240 che avevano visto Federico avanzare sull'Urbe. Rainiero si giov dei motivi di contrasto fra le famiglie guelfe di Viterbo per organizzare un colpo di stato, aggregando Viterbesi, Romani e mercenari in un improvviso ed efficace attacco alla guarnigione imperiale. Arroccandosi nella cittadella, riusc a sfuggire alla cattura soltanto uno sparuto contingente, sotto il comando del podest, ma in pratica Viterbo era perduta e - come in Lombardia e nel Veneto - la vulnerabilit degli amici di Federico si era rivelata in tutta la sua imbarazzante drammaticit. L'imperatore reag stanziando un esercito fuori le mura e cingendo d'assedio i guelfi che a loro volta accerchiavano il suo podest (settembre 1243), ma Viterbo vantava (e vanta tuttora) magnifiche opere di difesa e Federico aveva con s forze insufficienti. Il boccone era troppo indigesto. Prima che si chiudesse il mese di novembre gett la spugna, concordando addirittura con il pontefice un salvacondotto per il distaccamento superstite - in realt una resa senza condizioni a Rainiero e ai suoi fidi. Si pu supporre che l'imperatore sperasse in questo modo di convincere, se non Rainiero, almeno Innocenzo della propria moderazione: era disposto a scendere a compromesso su ogni sorta di questioni, a patto che le cose alla conferenza di pace procedessero pi spedite. Tuttavia il papa poteva promettere, ma non garantire la sicurezza degli uomini di Federico. Non appena si avventurarono all'aperto, sotto scorta di un manipolo imperiale, furono barbaramente assaliti dai giubilanti guelfi. Il salvacondotto venne gettato alle ortiche. Molti rimasero sul campo. E questo nonostante la presenza del cardinale Ottone di San Nicola, inviato sul posto proprio a evitare trabocchetti. In tutto l'"affaire"  visibile lo zampino di Rainiero, implacabile nella sua opposizione a Federico Secondo. Difficile stabilire se tanto odio fosse dovuto a una rigida osservanza dei princip del primato papale o a un personale coinvolgimento nelle faccende dell'Italia centrale e in particolare di Viterbo. Quel che  certo  che nello scrivere di Federico us espressioni confacenti a un "papalista" estremo. Aveva convinto Innocenzo Quarto delle sue tesi? Questi in effetti si offr di finanziare i mercenari impiegati nel 1240 contro Viterbo; non poteva essere all'oscuro dei piani di conquista della citt. Si parla per di un pagamento di 2500 once d'oro, una somma spropositata ove non fosse destinata a una campagna militare di ampia portata. Il cardinale Rainiero era dell'idea che alle milizie di ventura si dovessero associare il complotto, la corruzione e la sovversione e pur di conseguire i suoi scopi non esit a dispensare a piene mani il denaro suo e del papa e il ricavato dei prestiti. Si pu supporre che presentasse a Innocenzo un piano d'azione meno elaborato di quello che di fatto mise in esecuzione; ma non  verosimile che Innocenzo fosse ignaro della decisione di sottrarre Viterbo a Federico. Diciamo piuttosto che prefer lavarsene le mani, senza nulla rischiare in prima persona ma ricavandone notevoli vantaggi morali e tattici. Costretto all'angolo, c'era caso che Federico accettasse condizioni ancor pi dure; non era escluso che, insofferente dell'oltraggio, cogliesse l'opportunit per levare le armi contro Roma e lo stesso pontefice, ma cos facendo avrebbe esposto ai quattro venti quelle intenzioni che Innocenzo e i suoi consiglieri gli andavano attribuendo: il dominio fisico sulla citt di Roma e sul Patrimonio di San Pietro, in una parola sull'intera penisola italiana.
Il disegno papale di sfruttare le vicende all'apparenza casuali di Viterbo venne per vanificato dal massacro delle truppe imperiali. Innocenzo si ritrov in una posizione scomoda; n v' motivo di dubitare della sua buona fede al momento di promettere un salvacondotto. I Viterbesi, forse istigati dal suo indocile cardinale, avevano esagerato, per cui Innocenzo si affrett a onorare i termini dell'accordo con Federico insistendo sulla restituzione dei beni ghibellini di recente confiscati a Viterbo e sul rilascio dei cittadini di fede imperialista. I guelfi fecero orecchie da mercante. Sul posto, insieme a Ottone di San Nicola, accorse Rainiero, che probabilmente incoraggi i suoi alleati a tergiversare. Del resto, Innocenzo era consapevole che Viterbo si sarebbe di nuovo ben presto volatilizzata se i ghibellini fossero stati reintegrati nei loro diritti e nelle loro propriet. Riluttante ad assistere al collasso della citt - magari tra le braccia di Federico - decise dunque di non muovere un dito in favore dei sostenitori dell'impero. Dopo tutto erano alleati dell'odiato nemico.
La progressiva erosione dell'influenza di Federico nell'area attorno a Roma poteva offrire al papato consistenti benefici mentre i colloqui si trascinavano stancamente. Ma il pontefice ancora titubava di fronte a un'aperta dichiarazione di ostilit. Al di fuori dell'ambiente curiale e dei comuni della Lega Lombarda, non si poteva dire che il clima fosse propizio. Era ancora vivo il ricordo della fredda accoglienza riservata in Germania al tentativo di sobillazione di Gregorio Nono; i grandi feudatari inglesi non avevano perdonato a Enrico Terzo la sua acquiescenza in proposito al potere ecclesiastico; il monarca francese dissertava sulla necessit di una crociata. Per giunta, gli ultimi anni del pontificato di Gregorio Nono avevano visto il graduale sfaldamento di quel precario controllo sulla Galilea e sul corridoio a Gerusalemme che i cristiani erano riusciti a mantenere a prezzo di periodiche crociate minori dovute all'impegno della Champagne e della Navarra (1239-40) e di Riccardo, conte di Cornovaglia e vecchia conoscenza di Federico (1240-41). Luigi di Francia ribatteva il tasto dell'urgenza di una crociata in grande stile, trovando timido appoggio nello stesso Innocenzo. Non  che questi fosse privo di entusiasmo per una spedizione in Terra Santa; semplicemente il suo entusiasmo era suddiviso in parti uguali tra i due conflitti con cui si trovava alle prese - la crociata e la lotta con Federico, per tacere di un terzo, quello contro i Mongoli, che andava facendosi di giorno in giorno pi preoccupante. Tuttavia nel 1243-44 la situazione di stallo consent di indirizzare nuove energie alla liberazione del Santo Sepolcro. Era evidente che avrebbe fatto gioco al papato che la crociata fosse guidata da Luigi di Francia in persona, e in prevalenza formata da Francesi. Andava per prendendo forma anche un altro progetto: una campagna imperiale, in redenzione degli errori del 1228-29, alimentata da risorse siciliane, tedesche e, sul piano teorico, lombarde. Ne parleremo pi avanti.
Nell'inverno del 1243-44 finalmente cominci a intravvedersi qualcosa di concreto sul fronte negoziale. Come prevedibile, l'imperatore si fece rappresentare da Pier delle Vigne e Taddeo da Sessa. Dopo parecchi mesi, il Gioved Santo del 1244, i dettagli di un ragionevole compromesso furono annunciati in Roma, ad una imponente assemblea della curia papale, cui avevano partecipato i delegati di Federico, i Lombardi e numerosi osservatori. Il concordato esprimeva una paziente opera di mediazione. Le controversie territoriali, originate dai partigiani dell'uno o dell'altro campo, dovevano essere annullate col banale espediente di riportare indietro l'orologio a quella fatale Domenica delle Palme del 1239 in cui Gregorio Nono aveva scomunicato Federico. Fatti i debiti conti, ne usciva avvantaggiata la Santa Sede; il recupero di Viterbo, tanto per dirne una, veniva negato ai ghibellini. D'altra parte si riconosceva all'imperatore una robusta presenza nell'Italia nordorientale e si vietava al pontefice o ai guelfi di estendere la loro autorit in certe zone dove avrebbero volentieri messo piede. Federico non avrebbe ricevuto l'assoluzione immediata, dovendo per il momento acconciarsi alla sentenza pronunciata a suo tempo; in altre parole, non poteva costringere il clero a celebrare nonostante l'interdetto e gli era fatto obbligo di riconsegnare i beni ecclesiastici di cui si era impadronito, includendo ovviamente le acquisizioni operate successivamente alla Domenica delle Palme del 1239 e la risoluzione di problemi, in Sicilia e a Benevento ad esempio, che risalivano molto pi in l nel tempo. Altra "conditio sine qua non" era un'ammenda per i maltrattamenti cui aveva sottoposto i prelati messi sotto chiave. Risarcimento a parte, v'era poi la contrizione, da evidenziare con adeguati gesti di piet; essendo ormai di pubblico dominio la sua insolenza nei riguardi della Chiesa, avrebbe dovuto dar prova di devozione edificando nuove basiliche e ospedali. Altra virt che ci si attendeva era la clemenza: doveva smetterla di perseguitare gli alleati del papa - leggi, i ribelli lombardi in primo luogo - e farsi garante che i possedimenti guelfi fossero restituiti ai loro legittimi proprietari, fossero stati o meno, com'era uso, usurpati dai ghibellini. La questione dei diritti patrimoniali era davvero assillante nelle citt-stato italiche, poich reclami e controreclami si susseguivano spesso nell'arco di intere generazioni; di conseguenza, qualsiasi tentativo di rimettere le cose a posto in generale non sortiva altro effetto che quello di rinfocolare le passioni. Due clausole dell'accordo balzano in particolare all'occhio. La prima contemplava da parte dell'imperatore l'accettazione del primato della Santa Sede in materia spirituale; i suoi nemici nella curia avevano letto abbastanza degli scritti polemici di delle Vigne per afferrare che gli Hohenstaufen stavano sviluppando allarmanti idee di un revival imperiale romano - idee gi in embrione novant'anni prima, all'epoca di Federico Primo. La seconda  ancor pi rivelatrice, per quanto mascherata da un linguaggio per iniziati. L'imperatore doveva impegnarsi a prestare aiuto in uomini e denaro ai principi cristiani secondo la discrezionalit del pontefice. Una condizione questa inserita certo con l'intento di garantire un sostegno ai baroni tedeschi e al sovrano ungherese, contro le orde tartare, e a Luigi Nono per l'imminente crociata. Quest'ultimo impegno era doppiamente opportuno in quanto Luigi si andava da tempo adoperando per giungere a una soluzione di compromesso. Sintomatica del risveglio di interesse del papato per la crociata era poi la presenza ai negoziati dell'imperatore franco di Costantinopoli, alla disperata ricerca di soccorsi per contrastare i suoi vicini greci e slavi che stavano alacremente sbocconcellando l'inglorioso impero latino messo insieme dalla Quarta Crociata nel 1204. Gregorio Nono aveva a suo tempo fatto assicurazioni all'imperatore latino di Costantinopoli; Innocenzo Quarto si adoper in favore di missioni e campagne mirate agli scismatici Greci, Bulgari e Valacchi. Costui sarebbe dunque stato uno dei maggiori beneficiari del patto tra i due contendenti, tanto pi che Federico preferiva coltivare legami con i Greci piuttosto che con i principi cristiani che governavano i superstiti frammenti di Bisanzio. In qualche misura poteva anche contribuire all'"immagine" della Santa Sede il dimostrare che un imperatore, l'"imperatore di Romania", obbediva al suo volere malgrado l'altro, il Sacro Romano Imperatore, avesse rifiutato di farlo.
Federico Secondo era favorevole a questo accordo, nonostante gli levasse qualcosa in termini di prestigio. In realt non aveva mai potuto soffrire la condizione di scomunicato ed era persino disposto ad ammettere di aver agito male nei confronti dell'insopportabile Gregorio Nono, sia pur adducendo a sua scusante che vi erano stati errori da ambo le parti su questioni procedurali. Comunque con animo lieto annunci alla Germania che la disputa tra papato e impero era virtualmente finita. Il prezzo da pagare, se ne rendeva conto, non era lieve, venendone assai limitata la sua libert d'azione in Lombardia. Era prevedibile che i Lombardi, ancorch rappresentati alla conferenza di pace, rimanessero una spina nel fianco e non doveva essere certo facile per l'imperatore mancare alla solenne promessa di punire il tradimento di Milano. Sta di fatto che la pace, anche per motivi prosaici, gli era assolutamente necessaria. Il prolungato sforzo bellico lo stava costringendo a batter cassa presso i banchieri italiani. Non che non godesse di ampio credito, poich in linea di massima si era sempre fatto premura di saldare i suoi debiti, ma per riuscirci aveva dovuto oberare di tasse i sudditi siciliani, cagionando profondo risentimento. Il registro imperiale del 1239-40 testimonia con impietosa evidenza quanto Federico fosse angustiato dal prosciugarsi delle sue fonti; le spese militari erano semplicemente superiori alle entrate. Fortuna che il suo avversario non aveva di che stare molto pi allegro, ad onta degli appelli rivolti a tutta Europa per racimolare denaro e uomini. Un altro problema era l'ormai cronica emergenza nell'Europa orientale. L'incapacit di recar rapido soccorso ai feudatari tedeschi di frontiera gli aveva alienato non poche simpatie a nord delle Alpi; la minaccia tartara sembrava da quelle parti molto pi concreta dei vaneggiamenti repubblicani di Milano.
L'intesa con Innocenzo Quarto era per irta di difficolt. Si presupponeva un disimpegno graduale: ritiro dalle posizioni occupate, restituzione di propriet, visibile obbedienza alla Chiesa, il tutto in cambio dell'assoluzione di Federico. Le modalit erano alquanto nebulose. A chi toccava mostrare per primo buona volont, al pontefice o all'imperatore? Interpretando il concordato come un atto di sottomissione, Innocenzo Quarto si attendeva l'immediata riconsegna delle terre della Santa Sede, dell'enclave papale di Benevento e di altri possedimenti. L'imperatore non poteva cavarsela professando la sua fede o limitandosi a onorare quelle parti dell'accordo che pi gradiva. Dal canto suo, Federico era in attesa di qualche segnale di apertura. I suoi delegati espressero fondati dubbi quando giunse una lettera in cui Innocenzo insisteva sul ritorno dei territori ecclesiastici occupati e rammentava all'imperatore che il patto doveva estendersi sia ai ribelli lombardi che all'Italia centrale. Del resto, i trascorsi della contesa tra guelfi e ghibellini autorizzavano poche speranze che l'accordo potesse cancellare con un colpo di bacchetta magica le rivalit lombarde: troppi erano i punti controversi di carattere esclusivamente locale, a proposito di propriet o del diritto di rappresentanza nel governo municipale, senza contare le interminabili faide di sangue tra clan rivali. Innocenzo riteneva a giusta ragione che gli alleati di Federico nel Nord rifiutassero di deporre le armi, ma il "pacchetto" di richieste era davvero troppo per l'imperatore. In parole povere gli si ingiungeva di rispettare unilateralmente il contratto mentre il papa si riservava, a cose concluse e secondo il proprio insindacabile giudizio, il privilegio di concedere o meno l'assoluzione. Per Innocenzo non si trattava che di una corretta manifestazione della natura e della realt dell'alta signoria papale. Per Federico puzzava lontano un miglio di sospetto, per non dire di inganno. Pretese dunque rapido proscioglimento, seguito a ruota da minuziosi negoziati sui rispettivi diritti nell'Italia centrale. Abbiamo motivo di credere che quest'impostazione trovasse consensi nel collegio dei cardinali; anche l'imperatore latino di Costantinopoli, vedendo svanire ogni sua speranza, premeva per un sollecito ritiro della scomunica: aveva assoluto bisogno di rinforzi. Di fronte all'orientamento dei prelati, Innocenzo rivel la sua forma mentis procedendo a ordinarne un'altra dozzina, quasi tutti sintonizzati sulla sua lunghezza d'onda. Sorprendente, come gi era avvenuto con Gregorio Nono, l'isolamento del pontefice dalla curia, preda di allarmante faziosit. Il cardinale Rainiero di Viterbo sembrava aver poco a che spartire con il collegio, ma urlava a pieni polmoni ci che il suo principale desiderava sentire.
Non appena l'imperatore cominci a rendersi conto che l'agognata pace era un miraggio, riand con la mente alle peripezie del 1230. All'epoca era riuscito a costringere l'ostinato Gregorio Nono a un faccia a faccia. Non v'era ragione di non adottare ora il medesimo approccio, tanto pi che disponeva di un'esca allettante, e cio dell'offerta di restituzione delle terre dell'Italia centrale e di Benevento. Occorreva per vedere il pontefice; e, una volta in presenza di Innocenzo, avrebbe certo avuto modo di strappare la sospirata assoluzione. Venne deciso un incontro a Narni, a nord di Roma (anzich dalla parte opposta, come aveva suggerito Federico: un azzardo che Innocenzo non intendeva correre). L'imperatore si riprometteva dunque di dirimere in un sol colpo l'intera questione; cieco al punto di vista di Innocenzo, pareva credere che una disperata perorazione della causa della pace avrebbe posto fine al conflitto.
Nel giugno 1244 i due protagonisti iniziarono a convergere su Narni. Il pontefice si fece precedere da uno dei suoi cardinali con un severo messaggio. Nelle pieghe delle discussioni che animavano la conferenza di Roma (cos diceva) "si annidava una malattia", l'insoluta questione lombarda; da quella, in realt, dipendeva la pace. Un'ambasciata certo poco adatta ad alimentare concreti risultati dall'abboccamento di Narni. Federico non vedeva motivo di consentire al papato un dolo automatico; dopo tutto gli aveva gi reso il grande onore (era questa la sua opinione) di un invito a mediare in Lombardia. Ma adesso Innocenzo davvero esagerava, arrogandosi il diritto di dettar legge in un territorio imperiale. In questo modo si travalicavano i limiti dell'arbitrato imparziale. Notizie peggiori erano in agguato. Il pontefice, uscito da Roma, aveva preso la via del Nord, ma a Civita Castellana aveva fatto dietro front dirigendosi a Sutri, dov'era entrato sotto mentite spoglie con piccola scorta per poi puntare su Civitavecchia. Quindi si era imbarcato su una nave genovese, che fece vela per la sua natia repubblica, felicemente raggiunta l'8 luglio. Nel frattempo i suoi cardinali si erano sparpagliati: alcuni a Genova, altri alle pendici alpine, altri ancora, come Rainiero di Viterbo, alle roccheforti guelfe nell'Italia centrale. La consegna era di resistere ad oltranza alle prevedibili iniziative delle forze federiciane.
Tutto ci suggerisce premeditazione, e un segreto ben custodito. I Genovesi erano pronti a levare le ancore a Civitavecchia; ai cardinali furono impartite precise istruzioni in merito ai loro futuri compiti e agli itinerari da seguire. Che Innocenzo non intendesse incontrare Federico a Narni  palese. Un po' meno lo  il motivo che lo indusse a fuggire dall'Italia centrale. Quest'episodio  stato spesso definito "una farsa per il papato di Avignone", soprattutto in considerazione che meta di Innocenzo non era Genova ma Lione, una citt imperiale non lontana dai confini sudorientali del regno di Luigi Nono. Precedendo una lunga serie di colleghi che per quasi settant'anni nel secolo successivo si sarebbero installati sulle rive del Rodano, Innocenzo trov rifugio lontano dal caos italico a poche miglia dai domini francesi, in una citt dove la parola del sire di Francia aveva maggior peso di quella dell'imperatore. Il trasloco non avvenne per senza ostacoli. Luigi viet al pontefice l'accesso sul suolo francese vero e proprio, per lealt verso Federico ma anche nel timore di uno sgretolamento della propria autorit in Francia. Un contrasto stridente rispetto agli anni intorno al 1160, quando Alessandro Terzo dovette soggiornare presso Luigi Settimo per trovare scampo da Federico Primo. Ma Alessandro doveva fare i conti anche con un antipapa, sostenuto dall'imperatore. Innocenzo Quarto non aveva motivo di temere un rivale; anzi era sul punto di riscuotere da Federico Secondo un attestato personale della buona fede dell'imperatore, concretizzata nella restituzione di una parte di quei territori oggetti di infinite dispute ancor prima della nascita dei due contendenti.
Forse era proprio questa prospettiva a mettere in agitazione Innocenzo. Narni aveva tutte le caratteristiche di una Canossa: il papa avrebbe per forza dovuto accogliere la professione di fede di Federico, e, cos facendo, si sarebbe ritrovato con le mani legate. Evidentemente Innocenzo non giudicava per nulla fruttifero o soddisfacente l'accordo elaborato a Roma. Pu anche darsi che sospettasse Federico di accarezzare l'idea di un sequestro. Una soluzione questa adottata prima di lui da vari monarchi siciliani e resa verosimile dal fatto che allora come ora uno dei motivi del contendere era stato il problema dei territori ecclesiastici nell'enclave papale a Benevento. Matteo di Parigi riporta un pettegolezzo secondo il quale trecento cavalieri erano stati incaricati di catturare il pontefice, ma questa ha tutta l'aria di una tesi "ex post facto". Brancolando nel buio, gli storici hanno fatto appello non soltanto alla sede papale avignonese, ma all'oltraggio perpetrato dagli uomini di Filippo il Bello ai danni di papa Bonifacio Ottavo. Innocenzo sarebbe dunque il pontefice che fugge la sua Anagni, o meglio la sua Narni. Ma nonostante le numerose e singolari somiglianze tra le due situazioni, occorre ricordare che Innocenzo s'invol da trattative di pace, mentre Bonifacio venne fatto prigioniero in un momento di aspro e permanente conflitto tra potere spirituale e temporale. N Federico si era mai impadronito di Roma. L'idea che Innocenzo paventasse che l'imperatore avrebbe nuovamente cinto Roma d'assedio e imposto alla Santa Sede le proprie condizioni pu trovar credito soltanto se si tira un rigo sulla storia passata delle relazioni di Federico con l'Urbe e i pontefici. L'imperatore sapeva di non essere in grado di soggiogare la Citt Eterna, n poteva permettersi di dilapidare le sue magre sostanze organizzando un blocco ad oltranza; bramava la pace, ed era disposto a far tutto il possibile, ed anche un po' di pi, per ottenerla. Dinnanzi ai suoi occhi si spalancava il baratro del dissesto finanziario, come risulta perfin troppo chiaro dal registro del 1239-40. La spiegazione della fuga di Innocenzo va dunque ricercata nella paura di essere costretto a firmare un trattato indesiderato; in altre parole, le sue riserve erano pi ampie rispetto a quelle annunciate il Gioved Santo del 1244, ma era stato sospinto su posizioni meno estreme dai suoi cardinali e dalla foga delle contrattazioni. Sapeva bene ci che doveva esser fatto: si trattava di non scendere a patteggiamenti n a compromessi.
Naturalmente, non  da escludere che Innocenzo abbia mal valutato i segnali. Pu darsi che abbia creduto alla missione proditoria dei trecento cavalieri e che gli siano giunte notizie certe dell'ostinazione mai venuta meno di Federico, dissimulata sotto un'apparenza conciliante. Quest'ipotesi trova conforto nella pianificazione necessaria per avere una flotta genovese alla fonda nel porto di Civitavecchia. Sarebbero occorse parecchie settimane, per i preparativi e per il viaggio. Ma anche supponendo un provvidenziale intervento del caso, vi sono altri indizi che lasciano intuire un'attenta programmazione.
A Genova, dopo una burrascosa traversata, il papa si ammal e dovette attendere tre mesi prima di potersi rimettere in marcia. Era per tra amici, lieti della sua presenza, rinfrancati dopo la rovinosa sconfitta subita per mano dello sleale Ansaldo de Mari e dello squadrone pisano-siciliano. Logico dunque che la cancelleria papale, trapiantata a Genova, sfornasse epistole che descrivevano in rinnovato dettaglio i rigori patiti dai prelati catturati a partire dal 1241; limpida la chiave di lettura: se ci accade a dozzine di vescovi, persino a qualche cardinale, che cosa potrebbe succedere al Santo Padre, o a qualsiasi uomo di chiesa? Partito da Genova, il pontefice attravers senza fretta il Piemonte e la Savoia, territori imperiali, e qualche settimana prima di Natale fece trionfale ingresso in Lione. Col, il 27 dicembre, annunci la convocazione di un concilio ecumenico, da tenere il 24 giugno 1245 nella stessa Lione, inserendo nell'agenda dei lavori tutte le questioni che gli ecclesiastici caduti nelle mani dell'imperatore avrebbero dovuto dibattere nell'assemblea verso la quale stavano confluendo. Un posto di riguardo avevano i rapporti di Federico con il papato. Di pessimo auspicio il fatto che l'imperatore fosse definito semplicemente 'princeps', cio principe e nulla pi, un termine che implicitamente negava o sminuiva la legittimit dei suoi titoli regali e imperiali. All'ordine del giorno comparivano comunque in bella vista anche i problemi della perdita di Gerusalemme (ormai una realt), della minaccia a Costantinopoli e delle invasioni mongole.
Imbarazzato, l'imperatore rinnovava le sue richieste di pace e assoluzione. Il precipitoso allontanamento di Innocenzo fu per il papato una vittoria, o una sconfitta accortamente orchestrata da un abile regista? Nel 1244 nessuno avrebbe potuto dirlo.

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4.

Federico reag alla fuga di Innocenzo Quarto ancorandosi alla sua politica, vale a dire reiterando i tentativi di guadagnarsi le simpatie di quei cardinali poco propensi a concedere al papa ulteriori condanne dell'imperatore. Era financo disposto a garantire la sicurezza dei delegati in viaggio dall'Italia a Lione - un atto di generosit che, dati i precedenti, aveva un suono un po' falso. Pi significativo era l'assiduo ribadire che l'accordo quasi concluso pochi mesi avanti fosse ancora valido come piattaforma di discussione. Neppure si pu escludere che, pi o meno all'epoca della proclamazione del nuovo concilio, Federico avesse in animo di ripiegare su posizioni meno rigide: circolavano voci stando alle quali l'imperatore avrebbe promesso di recarsi in Oriente a combattere gli infedeli per almeno tre anni, salvo affidare la conduzione dell'impero, e forse la stessa corona, al figlio Corrado. Va da s che si sarebbe anche fatto carico di restituire le terre confiscate alla Chiesa. Qualcuno ha obiettato che una soluzione cos autodistruttiva possa esser stata fatta balenare al solo scopo di screditare Innocenzo, di farlo uscire allo scoperto inducendolo a rifiutare persino una "resa abietta"; dopo tutto l'esercito di Federico era tuttora occupatissimo nei dintorni di Roma a far rispettare l'autorit imperiale a dispetto di Rainiero e dell'opposizione guelfa; pertanto era dubbio che fosse seriamente intenzionato a privarsi dei territori pontifici che i suoi soci avevano arraffato, lasciamo stare poi la rinuncia al trono. Questo ragionamento ha il solo difetto di essere sbagliato. La strategia di Federico  un'arma a doppio taglio, fondata com'era sulla premessa che Innocenzo si sarebbe mostrato malleabile nella misura in cui avesse dovuto prender atto di un progressivo indebolimento della sua forza politica nella campagna romana. Sciaguratamente, manovre cos vicine alla citt santa erano anche prezioso combustibile per la macchina propagandistica papale. Torneremo tra poco su questo argomento. Onest vuole si dica che, se ne fosse rimasta oziosa la soldatesca di Federico nell'Italia centrale, i guelfi ne avrebbero tratto vantaggio decisivo. Un'ininterrotta attivit sul campo era essenziale per conservare slancio politico e diplomatico. Una soluzione negoziale era in pratica inimmaginabile: la rivalit tra papa e imperatore era stata talmente sfruttata dalle fazioni cittadine nell'Italia centrale, come gi era accaduto nel Nord, che una transazione tra Federico e Innocenzo non sarebbe stata garanzia di pace nella regione. In un certo senso, i due grandi avversari erano divenuti ininfluenti sull'esito del conflitto. Come nell'Alta Italia e in Toscana le etichette "guelfo" e "ghibellino" per oltre un secolo avrebbero perso ogni aderenza alle dispute tra pontefici e principi secolari, cos nell'Italia centrale faide e lotte intestine tenevano banco, relegando sullo sfondo i nobili ideali di fedelt al papa piuttosto che all'imperatore. Pi vite andarono perdute nelle lotte di parte che sui campi di battaglia di Federico Secondo; e, per gli abitanti dei villaggi arroccati sui poggi, ancor pi era in gioco: l'orizzonte non si estendeva al di l della prossima cresta di colline. Altri motivi rendevano lugubri le prospettive di Federico al Concilio di Lione. Il tono delle ingiunzioni verbali di Innocenzo lasciava presagire una sicura condanna. Un fiume di epistole cariche di invettive, molte dovute alla penna di Rainiero di Viterbo, lo dipingeva, in un linguaggio apocalittico da far gelare il sangue, come la quarta bestia nella visione del profeta Daniele, distruttrice e divoratrice, con denti di ferro e artigli d'ottone, illusa di poter modificare ci che  stabilito, di far uscire il corso della storia dal sentiero tracciato. L'empio imperatore era di volta in volta un nuovo Erode, un sadduceo e altro ancora (un'azzeccata replica a delle Vigne, che aveva affibbiato alla curia la qualifica di "branco di farisei"). Federico cercava di sottrarre al pontefice la sua autorit, o quanto meno di negarla, presentandosi come il vero Vicario di Cristo, con pienezza di poteri sul clero e sul laicato. Anche qui par di sentire iraconde ritorsioni a delle Vigne, dilettatosi a costruire del suo padrone l'immagine del prescelto di Dio, nato nella nuova Betlemme ma anch'egli esposto alle feroci sevizie di preti scellerati; e fors'anche agli aerei concetti di regalit predicati e praticati sin dal regno di Ruggero Secondo in Sicilia. Ma per la maggior parte la grancassa papale si concentr su allusioni meno oscure. Ecco dunque il falso crociato, intimo di musulmani, nemico della fede cristiana, sequestratore di cardinali, responsabile della morte di Gregorio Nono, usurpatore di terre e privilegi papali. Difficile dire se molti di questi attacchi abbiano ricevuto l'imprimatur di Innocenzo. Tutto lascia supporre che il fido Rainiero abbia soffiato sul fuoco sprigionando deliberatamente fiamme pi alte di quanto in origine si ripromettesse lo stesso Innocenzo. D'altra parte la "guerra delle cancellerie" andava assolutamente vinta se si voleva che il Concilio di Lione producesse qualcosa di pi di belle parole e gesti eroici.
Mortificato, Federico decise di inviare comunque Taddeo da Sessa a Lione. L'imperatore aveva ribadito che le condizioni tuttora offerte dalla Santa Sede - esaurimento da parte di Federico del patto stipulato a Roma prima che il papato prendesse anche soltanto in esame la sua assoluzione - non erano degne di questo nome. Si sentiva come dovevano essersi sentiti i Milanesi nel 1237-38. Gli veniva chiesto di arrendersi al volere del pontefice senza garanzia alcuna, cos come lui aveva fatto nei confronti di Milano. Se non altro per Federico poteva servirsi del Concilio di Lione per perorare la propria causa. La giuria era potenzialmente ostile, ma restava pur sempre la speranza di sovvertire i pronostici con una difesa ben impostata. Taddeo da Sessa era una vecchia volpe e, dopo anni di militanza, conosceva gli affari dell'imperatore come le sue tasche. La scelta non avrebbe potuto essere migliore. L'uditorio sarebbe stato composto in prevalenza di Francesi, Spagnoli e Inglesi, essendo alquanto ridotta la rappresentanza germanica; i vassalli dell'imperatore avevano fiutato il vento. Non mancava per qualche possibile mediatore: tra i laici, il conte di Tolosa, Raimondo Settimo di Saint-Gilles, suddito ad un tempo di Luigi Nono e di Federico; l'imperatore latino di Costantinopoli, sul quale si poteva fare affidamento per una vigorosa sottolineatura dei bisogni dell'Oriente. Pare assodato che patriarchi, arcivescovi, vescovi e abati tutti insieme raggiungessero a stento la cifra di centocinquanta.
Nella cattedrale di Lione, il 28 giugno 1245, papa Innocenzo si lev a citare le parole di Geremia: "Guarda, o Signore, e considera quanto avvilito son io". Provenendo dal Libro delle Lamentazioni, siffatte parole evocarono immagini della desolata citt di Gerusalemme, devastata da un nuovo Nabucodonosor, il turco khwarizmita. Il sermone aveva come oggetto il soccorso ai Franchi in Oriente, ma l'immagine della perduta Gerusalemme e del suo persecutore era flessibile. Nulla venne risparmiato a Federico Secondo, falso crociato e oppressore della Chiesa. La lista delle rimostranze  pi o meno invariata: la recente campagna propagandistica aveva avuto accenti ancor pi efferati. Ecco colui che amava la compagnia dei Saraceni, femmine e, "horribile dictu", maschi del pari; il rinnegatore di Dio; il demolitore di basiliche, noto al mondo per il modo in cui aveva trattato la Chiesa siciliana. L'accento sulla Sicilia, ancor pi che sull'Italia centrale,  singolare: il "regnum" doveva implicitamente essere subordinato alla Santa Sede, ma va rilevato il fatto che, da allora in poi, Innocenzo spinse alla ribalta i problemi siciliani. Senza dubbio consapevole delle difficolt intrinseche a un processo che si sostanziava nella crisi lombarda, il papato promosse in prima fila temi che erano rimasti tra le quinte durante gli anni di discordia e negoziati falliti: la "tirannia" di Federico in Sicilia si prestava a eccellente esempio delle ambizioni che l'imperatore albergava nei confronti del resto d'Italia, della Germania e della Borgogna. Per giunta era evidente che solo scalzandone la base di potere nel "regnum" si sarebbe potuto abbattere Federico. Torneremo tra breve su questi tentativi di sovversione.
Talmente prevedibili erano le direttrici d'attacco di Innocenzo che Taddeo da Sessa ebbe buon gioco a esibirsi in una arringa coerente e articolata in modo persuasivo. Tratteggi dinnanzi al concilio il profilo di un imperatore affatto diverso: condiscendente, contrito, pronto a collaborare. Ribad con foga il desiderio di Federico di conformarsi alle clausole dell'accordo di Roma, ovviamente in cambio di un verdetto favorevole. Se esisteva una possibilit di indurre Innocenzo a concedere l'assoluzione contemporaneamente all'abbandono da parte di Federico dell'Italia centrale, ebbene quello era il momento giusto per coglierla, mentre la collera del papa poteva essere temperata da cardinali e delegati meno inferociti. Ancor meglio, Taddeo fece un'offerta che rendeva obsolete tutte le altre. L'imperatore in persona avrebbe nuovamente preso le armi contro i tre nemici che bussavano alle porte d'Oriente, incanalando le sue energie nella guerra contro i Mongoli in Europa, nel recupero di Gerusalemme e nella restituzione all'obbedienza romana della Romania, della Grecia e delle terre finitime. Chiara l'esortazione all'imperatore di Costantinopoli, assiso a fianco del pontefice, affinch desse una mano a sistemare le cose. Evidente altres il tentativo di agganciare gli ambasciatori degli Stati latini in Siria. Appelli furono lanciati pure in altre direzioni. Conoscendo la mentalit di Luigi, Taddeo mise in risalto quanto fosse censurabile una condanna di eresia senza un pubblico esame; soltanto se gli si dava questa opportunit Federico avrebbe potuto svelare il suo cuore. Se l'imperatore impiegava soldati musulmani, non lo faceva forse nell'interesse della cristianit, visto che in battaglia sarebbe stato versato il loro sangue anzich quello dei cristiani? (Davvero delizioso questo sofisma: la protesta papale verteva proprio sul fatto che sangue cristiano venisse sparso in Italia per mano dei miscredenti di Federico). Quanto la corte imperiale fosse ferita dalle accuse di condotta immorale con donne maomettane divenne comunque chiaro quando Taddeo replic all'imputazione sostenendo che si trattava di danzatrici e acrobate. Non v' in realt motivo di dubitare che alcune ricoprissero anche il ruolo di concubine. Tutto sommato fu un'orazione di notevole efficacia, tale da mettere a nudo la vera natura inflessibile e partigiana di Innocenzo. Infatti era questo il succo del discorso di Taddeo: anche se i vostri addebiti avessero un certo fondamento, sono di tale gravit che l'imperatore non pu essere giudicato senza la dovuta considerazione. Bisogna dargli la possibilit di difendersi, magari di persona. Per di pi - argomento di impatto non minore - egli coltivava progetti di risarcimento e futura devozione alla Chiesa che sarebbe stato iniquo liquidare frettolosamente. Preoccupato di rintuzzare la generosa offerta di Federico, il papa non ne mise in discussione i termini ma piuttosto la buona fede. Un conto era promettere, un altro mantenere. Non poteva essere che l'imperatore, come gi aveva fatto quando si era trattato di partire per la crociata, ad un certo punto accampasse le scuse pi disparate per tirarla in lungo, modificare le condizioni o stravolgerne il senso? Nessun problema, puntualizz Taddeo: che i re d'Inghilterra e Francia fungessero da garanti. Un'abile mossa, ove si considerino gli stretti legami di ambo le parti con Enrico Terzo e il lievitante credito di Luigi Nono. Non basta, replic il pontefice, secondo Matteo di Parigi timoroso che Federico, Enrico e Luigi tramassero ai suoi danni. Innocenzo si trov comunque intrappolato. Le argomentazioni di Taddeo lo forzarono ad ammettere che occorreva convocare l'imperatore a Lione. Sino a quando l'accusa di eresia non fosse stata dibattuta in pubblico era giocoforza, cos pareva, soprassedere. La seduta fu aggiornata.
I primi giorni di luglio videro Innocenzo e i suoi consiglieri cercare freneticamente una via di scampo. Era evidente che Federico, ove fosse comparso, avrebbe messo a segno un vantaggio immediato; l'atto stesso di sottoporsi umilmente a giudizio sarebbe stato un colpo magistrale e la sua presenza a Lione avrebbe reso assai pi arduo rifiutargli condizioni di pace e assoluzione. Ci non significa che il partito di Innocenzo riconoscesse false le imputazioni, per quanto folcloristiche e scandalose fossero. Alcune erano fuori discussione: delle danzatrici musulmane abbiamo gi fatto cenno; la confisca delle terre papali era un fatto; i modi usati da Federico verso il clero siciliano configuravano un ritorno ai privilegi normanni che a suo tempo la madre aveva ceduto. Il punto non era la fondatezza delle accuse - tanto pi che Federico era pronto a confessare di avere gravemente sbagliato nei confronti della Chiesa - ma piuttosto l'entit del castigo. L'imperatore aveva gi dimostrato un'inattesa disponibilit al masochismo politico, accettando obblighi avvilenti in baratto della pace. E pace era ci che molti dei delegati a Lione supponevano di esser venuti a siglare. Una pace vincolata alla crociata in Oriente era un "pacco regalo" irresistibile, come ben sapeva Innocenzo. Il fatto  che non si fidava di Federico; ne paventava la presenza; era fermamente convinto che dovesse essere distrutto. Non aveva eluso l'imperatore a Narni per poi incontrarlo a Lione, anche se qui correva senza dubbio meno pericoli fisici che nell'Italia centrale. N il ventilato accomodamento avrebbe dato definitiva soluzione al soggiacente problema del diritto del pontefice di giudicare tutta l'umanit. Un qualsiasi accordo o compromesso con Federico, ancorch vantaggioso per la Santa Sede, sarebbe pur sempre stato una sorta di sconfitta. Occorreva render chiaro a chiunque che compito del papa non era mercanteggiare con gli spacconi, ma porre loro un freno nella pienezza del potere delle Chiavi. A farla breve, Innocenzo non poteva rassegnarsi all'idea del negoziato. Il nocciolo della questione era la natura della sua autorit quale Vicario di Cristo. Insistendo sulla moralit dell'imperatore - la lascivia nei confronti delle odalische, il suo supposto dispregio della fede ortodossa, e via dicendo - il papato mirava a ricondurlo sotto la propria giurisdizione e al contempo ad allontanarsi dalle vertenze politiche (Lombardia in primo piano), che i contemporanei tendevano a considerare materia di compromesso e diplomazia.
Restava dunque solo una cosa da fare: condannare Federico all'istante, prima che potesse sopraggiungere e perorare la sua causa dinnanzi al papato, alla Chiesa e al mondo. Gi si trovava sul suolo piemontese; il suo arrivo a Lione pareva imminente quando, il 17 luglio 1245, Innocenzo emise la sentenza. Le incriminazioni furono rivisitate in dettaglio, con pesanti rilievi alla vita personale di Federico, alla sua condotta nel "regnum" e all'infame trattamento dei cardinali imprigionati. La sua incapacit di venire a patti venne interpretata come un segno di cattiva volont; tesi ridicola, ma efficace a controbattere il punto di vista di Taddeo. Da tempo scomunicato, l'imperatore era gi tecnicamente soggetto all'"excomunicamus" del quarto Concilio Lateranense (1215), un decreto che scioglieva da ogni vincolo di fedelt i sudditi di un principe colpito da anatema per pi di un anno e un giorno. Federico aveva di gran lunga superato questo limite. Sta di fatto che il papa proib formalmente di recargli obbedienza, in Sicilia come in Italia e in Germania. I maggiori clamori furono per suscitati dalla dichiarazione di Innocenzo che Federico veniva deposto da tutti i suoi troni e spogliato di ogni titolo e dignit.
La destituzione di un imperatore: numerosi papi avevano sostenuto di avere l'autorit di rimuovere l'imperatore (in forza dello stesso ragionamento che li portava a sostenere di averlo creato attraverso l'unzione e l'incoronazione in Roma); Innocenzo Terzo, per molti versi un modello per il suo omonimo del 1245, aveva gettato a mare Ottone Quarto, spossessato dunque da quello stesso pontefice che gli aveva posto la corona sul capo. Del resto, il papato andava argomentando che altri sovrani, come il re di Germania, debitamente eletti dai baroni ma mai cinti di corona imperiale, erano subordinati al primato pontificio. Problemi minori, almeno in teoria, sorgevano con le monarchie vassalle della Santa Sede: l'Inghilterra, la Sicilia, l'Aragona e cos via. Quale re di Sicilia, Federico era dunque asservito, sempre in linea di principio, al potere correttivo del papato. Non si poteva perci parlare di una rivoluzione concettuale, ma certo le implicazioni pratiche erano dirompenti. Come avrebbero reagito le varie teste coronate a un'interferenza cos palese? Luigi Nono aveva gi manifestato in pi occasioni il suo profondo disagio. Comunque era necessaria una sottile opera di persuasione, non era concepibile che il papa si rendesse ridicolo imponendo un dolo che venisse rifiutato o ignorato dalla maggioranza. E in qual modo la "deposizione" avrebbe inciso sulla sostanza del potere di Federico? Pu darsi che nel luglio 1245 Innocenzo coltivasse speranze di sostegno da parte di frange ribelli all'interno dell'impero, di prodi cavalieri inglesi, francesi e spagnoli (i cui istinti bellicosi erano peraltro rivolti ai Saraceni), fors'anche di qualche suddito siciliano di Federico, gemente, si supponeva, sotto il peso delle tasse, della brutalit e delle ingiustizie ai danni della Santa Chiesa. Ma in realt, come Innocenzo sapeva perfettamente, la "deposizione" equivaleva a una rinnovata dichiarazione di guerra; le armate imperiali avrebbero di nuovo investito l'Italia centrale, magari la stessa Roma, e la Lombardia, dove i simpatizzanti guelfi correvano il rischio di essere spazzati via.
La "deposizione" cambi dunque soprattutto gli umori del conflitto. Le trattative parevano giunte a un punto morto. Si riaccesero le ostilit, con entusiasmo da parte del papa e dei suoi seguaci, con frustrazione sul versante ghibellino. L'imperatore non gett alle ortiche i progetti di soluzione pacifica; ma ormai ci credeva poco.

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Capitolo dodicesimo.
UNA CROCIATA INFINITA, 1245-50.


1.

Privato della possibilit di presentarsi, e discolparsi, a Lione, l'imperatore reag con furia alle notizie del suo "licenziamento". Era in attesa a Torino di attraversare le Alpi, i bagagli gi pronti. Ordin allora di aprire una cassa del tesoro, estrasse una corona e, gli occhi fiammeggianti, se la depose sul capo, ruggendo: "Non ho ancora perduto la mia corona, n il papa n il concilio me la porteranno via senza una guerra sanguinosa!" Non fu un'esplosione di collera cieca: prefigurava le ovvie conseguenze dell'azione di Innocenzo. Probabile anche che affiorassero con prepotenza i dubbi troppo a lungo trattenuti sulla natura del potere papale. Gli si affollavano con veemenza alla mente gli argomenti di delle Vigne in favore di una Chiesa dei poveri, guidata da un pontefice con funzioni esclusivamente spirituali. A meno che avesse posto in esplicito dubbio la sovranit universale del Santo Padre scrivendo in tal senso ai colleghi di tutta Europa, i suoi nemici l'avrebbero fatto apparire un impenitente ribelle contro Dio, colpevole di un abuso di potere non meno sconvolgente di quello di cui accusava il papa.
Vi fu ancora qualche sporadico tentativo, alimentato soprattutto da Luigi di Francia, non tanto memore degli ammonimenti di Federico sul fatto che la sua deposizione era un duro colpo a tutti i principi della cristianit, quanto seccato nel constatare che Innocenzo mostrava pi entusiasmo per la crociata contro Federico Secondo (predicata con vigore persino nei territori imperiali) che per quella spedizione al delta del Nilo che tanto gli stava a cuore - lasciamo stare la guerra contro i Mongoli. Innocenzo ebbe il buon senso di non dare troppo impulso in Francia alla sua campagna contro Federico, ma ogni soldato reclutato per l'imminente disfida agli Hohenstaufen era prevedibilmente un soldato sottratto all'impresa egiziana. Sul finire di novembre Luigi Nono si rec dunque a Cluny per incontrarvi il papa, scongiurandolo ripetutamente di dar credito alle buone intenzioni di Federico; n allora n in occasione di successivi appelli Innocenzo cedette di un palmo. L'imperatore acconsent dal canto suo ad essere esaminato per eresia da alcuni dei pi autorevoli ecclesiastici sotto la sua giurisdizione. Accertata l'ortodossia dell'imperatore, gli inquisitori si adoperarono per convincerne anche il papa. Innocenzo era per diffidente: a un'ambasceria che lo aveva raggiunto in Borgogna illustr il sospetto che stessero cercando di infondere vita a pi ampi negoziati, sostenendo che la verifica da loro compiuta, a titolo privato e senza autorizzazione, era del tutto inadeguata. Soltanto al papa spettavano esame ed eventuale assoluzione; in ogni caso, Federico doveva presentarsi solo, senza scorta, su sua richiesta. Una risposta cos aggressiva nascondeva altre considerazioni. Avendo condannato Federico in modo sommario a Lione, Innocenzo non poteva certo ammettere di essere stato troppo precipitoso. In una certa misura l'idea che ambo le parti avessero sbagliato faceva capolino nella bozza d'accordo di Roma; ma ora veniva rigettata con orrore.
Quali speranze aveva il papato di sconfiggere il nemico che controllava, o quanto meno governava la Germania, la riva orientale del Rodano, parte della Lombardia e del Veneto, larghe estensioni dell'Italia centrale, il Mezzogiorno d'Italia, la Sicilia (e, in teoria) la Sardegna e qualche lembo dell'Oriente latino? Si pu supporre che l'opzione di intimare ai fedeli di prender le armi contro il deposto imperatore sia stata presa in seria considerazione nel 1245 dagli elementi pi fanatici della curia. Notoriamente gli estremisti politici sono incapaci di apprezzare l'indifferenza e l'ostilit che le loro richieste di sacrificio provocano tra coloro che essi cercano di mobilitare. Ma esisteva anche una scorciatoia che avrebbe risparmiato molte vite, almeno nel campo cristiano. L'esercizio d'autorit di Federico doveva per l'innanzi, nella cerchia papalista, essere giudicato illegittimo. Un imperatore esautorato che continuasse a maneggiare arbitrariamente il potere era, nel senso pi pieno del termine, un tiranno: un sovrano "de facto" costretto a ricorrere alla violenza e all'oppressione. Federico venne cos catalogato insieme a Ezzelino da Romano e agli altri "despoti" dell'Italia settentrionale. I papalisti potevano arroccarsi su posizioni in cui il tirannicidio era giustificabile. Non  il caso in questa sede di riproporre le animate discussioni, condotte nel Dodicesimo secolo da personaggi del calibro di Giovanni di Salisbury e nel Tredicesimo dal brillante Aquino, ex suddito di Federico, sulla liceit del tirannicidio. Infatti la curia papale aveva validi motivi per supporre che il sangue del deposto imperatore sarebbe ricaduto sui regnicoli di Federico. Tutti sapevano quanto i Siciliani fossero infastiditi dello stillicidio di "collecta" necessarie per sovvenzionare lo sforzo bellico nell'Italia centrosettentrionale. Il papato, nella sua qualit di signore feudale del "regnum", da tempo (almeno a far data dagli ultimi anni trenta) andava lamentando la decisione di Federico di imporre tributi imperiali. L'Italia meridionale e la Sicilia erano in fermento; ovunque serpeggiava il malcontento per le numerose restrizioni all'attivit economica che si concretizzavano in embarghi alle spedizioni via mare o controlli pi rigorosi sui mercati e sulla circolazione monetaria. Nel 1246 scoppiarono nuovi disordini tra le colline della Sicilia occidentale, ad opera di un piccolo nucleo di musulmani sfuggiti alla deportazione a Lucera: un episodio di clamorosa smentita della tesi di Innocenzo secondo la quale Federico amava i Saraceni e ne era riamato.
La massima minaccia a Federico scatur per da una congiura volta a toglierlo di mezzo e ordita da Bernardo Orlando Rossi, cognato del pontefice ma anche, sino agli inizi del 1246, confidente dell'imperatore. Ne facevano parte influenti pubblici ufficiali, burocrati meridionali che avevano servito Federico come vicari imperiali nell'Italia centrale e amministratori nel "regno", e addirittura il podest di Parma. Tutti esponenti di quel gruppo di lealisti, di buona famiglia ma scarsi mezzi, che l'imperatore aveva forgiato nel quadro dell'opera di riorganizzazione del "regno" iniziata sin dal 1220. Guglielmo di Sanseverino, ad esempio, possedeva vaste terre in Puglia ed era membro di una famiglia che dal principio alla fine del Tredicesimo secolo fu un inesauribile serbatoio di fedeli servitori della Corona; Giacomo di Morra aveva amministrato la marca di Ancona per conto dell'imperatore, mentre suo padre vent'anni addietro ne era stato uno dei consiglieri pi ascoltati. L'intrigo era per troppo ramificato: notizie filtrarono alla famiglia del conte di Caserta, un genero dell'imperatore. Qualcuno svel il complotto a Federico, all'epoca fermo a Grosseto, in Toscana. Chiunque sia stato,  lecito supporre che abbia messo sull'avviso anche i congiurati: due di questi, Pandolfo di Fasanella e Giacomo di Morra, se ne fuggirono dalla corte imperiale appena in tempo. La loro destinazione  rivelatrice: Roma, dove trovarono confortevole asilo. Altri, che gi avevano raggiunto l'Italia meridionale, furono meno fortunati. Non rest loro altra scelta che occupare le fortezze di Sala e Capaccio, determinati a resistere sino alla fine. Forse si illudevano che l'intero Mezzogiorno esplodesse come una polveriera. La caduta dapprima di Sala e poi di Capaccio segn il loro destino. Guglielmo di Sanseverino e i suoi amici furono orribilmente mutilati, bruciati o tagliati a pezzi. I corpi dei traditori vennero spediti alle citt del Sud Italia a ricordo dell'abietto crimine di cui si erano macchiati i sudditi di Federico. Qua e l sopravvisse una sacca di resistenza, ad esempio tra i Saraceni in Sicilia, ma il complotto si era risolto in un fiasco nell'indifferenza pressoch generale. Nel 1246 l'imperatore trascorse parecchi mesi a ripulire le scorie di un'opposizione generata non tanto da simpatia nei riguardi degli agitatori o del pontefice quanto da malumore per il crescente carico fiscale imposto da necessit sempre pi drammatiche. Vi  chi sostiene che i segni di insofferenza del 1246 preludano alla violenta conflagrazione del 1282 conosciuta sotto il nome di Vespri Siciliani; anche allora la miccia sar accesa dal risentimento per l'eccesso di tasse e le briglie troppo corte usate dal governo. Comunque com'era prevedibile, la reazione ai brontolii del 1246 fu un ulteriore giro di vite, con la nomina di un gran giustiziere nuovo di zecca e autorizzato a far le veci dell'imperatore in tutto il territorio. C'era la sensazione che la corte dovesse esercitare una stretta sorveglianza, non essendo pi al di l di ogni sospetto la lealt neppure dei pi alti funzionari del "regnum". Federico rimase molto turbato dalla volubilit dei suoi cortigiani. La cospirazione, e le conseguenti defezioni, avevano raggiunto uno scopo: l'imperatore sentiva crescere attorno a s il vuoto, e vacillare la fiducia nelle proprie capacit di predisporre e alimentare la resistenza a Innocenzo Quarto.
Restava per fermo nella convinzione che le origini del complotto andassero ricercate altrove, e non certo in Parma, dove i rivoltosi potevano contare su un cospicuo afflusso di uomini e mezzi; non si trattava di una sommossa tributaria, ma piuttosto di un tentativo di assassinio architettato dalla Santa Sede. Non v' dubbio che Innocenzo Quarto approvasse la macchinazione: sappiamo che scrisse a Pandolfo di Fasanella e Giacomo di Morra per congratularsi della loro prontezza di riflessi e risulta che in seguito abbia espresso la speranza che gli insorti a Capaccio potessero essere liberati con l'aiuto di truppe romane; per di pi rassicur i cardinali rimasti a Roma sul loro buon diritto di dare asilo ai congiurati. Tutto da dimostrare  invece che Innocenzo Quarto sia stato l'ispiratore del complotto. Non  affatto escluso che preferisse tenersene al di fuori. Sappiamo per certo che la curia romana nel 1246 cercava con ogni mezzo di rastrellare denaro per mettere in piedi un attacco al "regnum", ma  difficile assodare se questo facesse parte di un pi vasto piano di annessione dell'Italia meridionale, tramite conquista militare, insurrezione e sovvertimento, o se il papa stesse tentando di coordinare le sue mosse con quelle dei cospiratori, in modo che i Romani calassero a sud alla notizia dell'assassinio di Federico. Non fu certo questo n il primo - si ricordino i legami di Gregorio con Genova e Venezia - n l'ultimo piano di invasione del "regnum". L'enigmatica lettera indirizzata da uno dei presuli romani al pontefice e citata da Hampe a sostegno di un'implicazione diretta di Innocenzo in realt non fa che postdatare lo smascheramento dell'intrigo; il testo, alquanto contorto, pare accennare alla liberazione vuoi dell'intero "regnum" vuoi dei golpisti barricati a Sala e Capaccio. Tutto sommato, la principale testimonianza a carico di Innocenzo ci viene fornita dallo stesso Federico, fonte invero non del tutto attendibile per quanto concerne i maneggi alla corte pontificia. D'altra parte, Federico si mostra assai circospetto nell'informare Enrico Terzo d'Inghilterra dello scampato pericolo, aggiungendo che il complotto affondava le sue radici nelle malaccorte promesse di "colui che  noto esser nostro nemico", uno che era meglio non nominare, ancorch tutti fossero a conoscenza della sua complicit nella faccenda. Innocenzo, insinuava Federico, aveva adescato alcuni alti funzionari della cerchia imperiale con la lusinga di importanti cariche o altre ricompense in un'Italia meridionale soggiogata. Nulla di pi facile: di l a poco, il papa sarebbe riuscito a far breccia nello schieramento avversario promettendo terre e privilegi a chi l'avesse seguito; ma si trattava di gente che gi s'era dissociata da Federico, magari prendendo tempestivamente il volo. Pi significativa  la supposta confessione dei ribelli catturati di essersi opposti all'imperatore per amore della Madre Chiesa; non era dunque lecito, sosteneva Federico, scorgervi lo zampino del pontefice? In realt l'insubordinazione nel nome dell'autorit spirituale poteva avere un significato diverso, per lui non meno sconfortante; l'atto di deposizione e l'incessante propaganda avevano svigorito il consenso nell'Italia meridionale; del resto, l'uscita allo scoperto degli insofferenti non significava che fossero tutti compromessi in una congiura, ma semplicemente che attribuivano ai decreti del papa il valore di una licenza di prendere le armi contro il loro deposto signore.
Si pu concludere che il papa avrebbe certo fatto salti di gioia se avesse avuto conferma del successo della macchinazione, ma non ne fu necessariamente l'artefice. La cosa pi probabile  che non abbia fatto alcuno sforzo per bloccarla dopo esserne venuto a conoscenza tramite le sue spie nell'Italia centrale. Se ne era gi lavato le mani nel 1245. Il passaggio a miglior vita dell'ex imperatore eretico non meritava disapprovazione. Consapevole per delle critiche che avrebbero accolto un aperto incoraggiamento dell'omicidio, prefer restare quanto pi possibile nell'ombra, sguinzagliando allo scopo i cardinali in Roma. Tuttavia non v' dubbio che in Borgogna circolassero voci sul destino che si supponeva attendesse Federico. A quanto sembra un vescovo tedesco in visita presso la corte pontificia venne a sapere che gli stessi cortigiani dell'imperatore entro breve tempo si sarebbero rivoltati contro il loro padrone e lo avrebbero ucciso; informato di questi pettegolezzi, Federico ne trasse conferma dei malvagi disegni di Innocenzo. Pi verosimile che si trattasse soltanto di un pio desiderio dei seguaci del papa, ansiosi di persuadere un vescovo imperiale che non v'era scopo a sostenere un despota babiloneggiante i cui giorni erano chiaramente contati.

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2.

L'altro modo per distruggere Federico era di scatenargli contro una crociata: un processo lento dall'esito incerto, soprattutto ora che il re di Francia era cos infervorato per la sua iniziativa. Ma l'idea di una campagna ad oltranza contro i nemici laici della Chiesa nell'ambito dell'Europa occidentale poneva anche altri problemi. La curia papale aveva sempre asserito che Gerusalemme non era che uno dei bersagli legittimi della guerra santa in difesa della cristianit; alla lotta armata contro i Mori in Spagna e i pagani del Baltico erano stati estesi, sin dal Dodicesimo secolo, i medesimi privilegi concessi ai crociati in partenza per il Levante: indulgenze plenarie, custodia dei beni "in absentia", e via dicendo. Intorno al 1200 i canonisti avevano speso fiumi di parole per levigare il concetto del crociato quale pellegrino provvisto di armi benedette dalla Chiesa. Ancor pi rapidamente, tra la nobilt cavalleresca dell'Europa occidentale, si diffuse il principio del sacro dovere di salvaguardare l'eredit di Cristo, o della Chiesa spagnola, e di far penetrare il cristianesimo con la spada nell'Europa orientale. Cavalleria e movimento crociato erano uniti in un nodo inestricabile, ma l'aristocrazia guerriera inclinava decisamente a Gerusalemme, o almeno alle guerre contro gli infedeli sulle frontiere spagnole e baltiche della cristianit. La caccia agli eretici albigesi ordinata nel Sud della Francia nel 1208-209 e le minacce di crociate contro leader laici quali Marcovaldo di Anweiler avevano una logica stringente per i teorici di Roma; ma molti di coloro che erano scesi in campo per spazzar via gli Albigesi erano avventurieri in cerca di buoni appezzamenti di terreno in Linguadoca o cavalieri che, avendo a suo tempo preso la croce (poniamo per liberare Gerusalemme), erano ansiosi di liberarsi del pesante fardello prestando il richiesto servizio di quaranta giorni nella Francia meridionale. Trascorsa la ferma, pochi restavano a dar man forte a Simone di Montfort nel suo sforzo di estirpare la falsa fede e consolidare un nuovo ordine. Ad offuscare ulteriormente l'immagine della crociata "domestica" contribuirono poi le corrosive critiche mosse alla conduzione di questa guerra dai trovatori della Linguadoca - che, si badi bene, non avevano nulla di eterodosso.
Sull'opposto versante stavano i curialisti, consapevoli che gli argomenti addotti a giustificazione dello spargimento di sangue per mano di cristiani non valevano esclusivamente nel caso di Gerusalemme, della Spagna meridionale e del Baltico. I teologi guardavano alla soluzione proposta da Sant'Agostino nella "Citt di Dio": "Costringeteli a tornare a Lui". I canonisti argomentavano che la violenza era una sanzione estrema nel caso che il peccatore rifiutasse di accettare il giudizio e la giurisdizione di un'autorit indiscussa (un'analogia moderna sarebbe il diritto di un balivo di ricorrere a una ragionevole quantit di coercizione confiscando le propriet di un debitore). Sulla scia degli studi di diritto canonico di Gregorio Nono, i "decretalisti" dibatterono la natura delle guerre giuste e sante; prominenti tra loro furono l'Ostiense e Sinibaldo de' Fieschi - quest'ultimo noto come Innocenzo Quarto. Ha osservato F. H. Russell: "quando Innocenzo nella pratica e l'Ostiense nella teoria chiamarono a raccolta tutti i cristiani e svincolarono i vassalli imperiali dal loro giuramento di fedelt, altro non fecero che dar corpo alla tesi giuridica delle guerre intraprese su diretta iniziativa papale per amore della fede". Fu proprio l'Ostiense a sostenere che la "crux cismarina", la crociata entro i confini europei, era ancor pi conforme a giustizia e ragionevolezza della "crux transmarina", la crociata in Oriente. La gangrena dell'eresia o disobbedienza alla Chiesa minacciava di necrotizzare la cristianit dall'interno; urgeva somministrare una cura (come non si stancava di ripetere il pontefice nelle sue epistole) ancor pi che per l'aggressione islamica; n si poteva far efficace fronte all'Islam se il fisico della cristianit era debilitato. Idee consimili erano gi state sbandierate negli appelli di Innocenzo Terzo ad una levata di scudi contro Marcovaldo di Anweiler. In quest'ottica va inquadrato l'ostinato rifiuto di Innocenzo Quarto di accedere alle esortazioni di Luigi: il papa apprezza il suo desiderio di ripulire il delta del Nilo, ma ritiene che il nemico di Cristo imperversante in Italia sia molto pi pernicioso del sultano d'Egitto. In secondo luogo, Innocenzo si aggrappa alla sua autorit universale. La crociata contro Federico Secondo era saldamente ancorata al principio che il pontefice aveva la facolt di sciogliere i vassalli di Federico dal loro giuramento di fedelt, toglier di mano all'imperatore lo scettro e scatenargli contro una guerra "voluta da Dio". In quegli anni i canonisti andavano sviluppando nei loro trattati tesi analoghe da applicare in ipotetici casi di governanti insubordinati, ma era trasparente la possibilit di adattarle al Sacro Romano Imperatore.
Per comprendere l'approccio di Innocenzo Quarto al problema di una crociata anti-Staufen dobbiamo brevemente ritornare al pontificato di Gregorio Nono, giacch fu proprio allora che furono intrapresi i primi passi in quella direzione.  stato osservato che il conflitto del 1228-29 non ebbe le connotazioni di una crociata; segno distintivo di chi combatt le forze di Federico furono le chiavi incrociate di San Pietro, non la croce; immaginare perci la costernazione dei "clavisignati" quando si trovarono di fronte dei crociati dichiarati, con tanto di croce ricamata sul petto, seguaci di un imperatore che aveva liberato il Santo Sepolcro. La confusione della guerra delle chiavi non si ripet nel 1239-40. L'insistenza di Gregorio sulla tresca di Federico con i Saraceni nella colonia musulmana di Lucera era intesa a mostrare alla cristianit che l'odiato arabo prosperava in Italia come in Siria o Spagna; un pilastro essenziale della piattaforma pro-crociata che Gregorio stava cercando di costruire. Gli teneva compagnia l'argomento della difesa di Roma in quanto citt santa, per alcuni versi paragonabile a Gerusalemme; l'esibizione delle reliquie dei santi Pietro e Paolo all'acme dello scontro di Gregorio con l'imperatore fu per l'appunto un gesto calcolato per inculcare quest'idea almeno nella mente dei Romani. Ma abbiamo visto che al profilarsi della battaglia anche i marinai genovesi che scortavano i prelati nel loro sfortunato viaggio verso Roma presero la croce in difesa della Chiesa. Un altro tassello fu la decisione di appellarsi ai monarchi europei. La libert di manovra di Gregorio, e l'estensione dei privilegi riservati ai crociati, era in larga misura condizionata dalla possibilit di finanziare una campagna energica. In Inghilterra si diede ordine agli ecclesiastici stranieri titolari di benefici di riversare un quinto delle loro rendite nelle casse della Santa Sede, ma anche il clero locale venne invitato ad allentare i cordoni della borsa. L'opposizione fu naturalmente strenua: Matteo di Parigi ci racconta di un Enrico Terzo pronto a umiliarsi dinnanzi al diktat papale: "Non voglio n m'azzardo a contrastare in alcunch il mio signore". Come in altre occasioni, si obiett che l'imperatore non era stato condannato da un concilio ufficiale. Serpeggiava anche il timore di dar esca a una sorta di perverso diritto consuetudinario, visto che gi la Chiesa inglese aveva, sia pur con riluttanza, contribuito alla guerra delle chiavi nel 1228 alla condizione che simili richieste non sarebbero state ripetute. Non  escluso che una parte del denaro faticosamente raccolto nel 1233-40 fosse a bordo delle navi genovesi catturate dalla flotta siculo-pisana nel 1241.
Un altro mezzo per tradurre la crociata in realt fu la predicazione della croce laddove si poteva presumere che il terreno fosse pi fertile: la Lombardia, in primo luogo. I Milanesi si videro offrire i privilegi di solito riconosciuti a chi abbandonava casa e propriet per imbarcarsi alla volta della Terra Santa; non essendovi da dubitare della loro propensione alla lotta, era questo il modo di far lievitare ad un tempo il morale e il reclutamento. Pi ambizioso fu un tentativo nel 1241 di organizzare un sollevamento generale in Ungheria. Giovanni di Civitella, un legato di Gregorio, consent agli Ungheresi che avessero fatto voto di recarsi a Gerusalemme di commutare il giuramento e volger invece le energie contro Federico Secondo. Dietro consegna della somma che avrebbero speso per viaggiare avanti e indietro dalla Terra Santa, sarebbe stata elargita a loro favore una nuova indulgenza. Insomma, non c'era bisogno di aggregarsi fisicamente all'esercito anti-imperiale; l'importante era il sacrificio finanziario. Ma gli Ungheresi avevano altro a cui pensare; l'Oriente si andava avvicinando pericolosamente, via via che il loro paese sperimentava le prime ondate dell'avanzata mongola nell'Europa centrale. N le cose andarono meglio in Germania; a parte l'ostilit dei baroni, era difficile per i monaci esortare al distacco o alla crociata una popolazione nella migliore delle ipotesi indifferente, nella peggiore apertamente critica dell'immischiarsi del papa nella politica imperiale.
Sotto Gregorio Nono la campagna anti-Staufen non fu dunque oggetto di troppo intensa predicazione. Ci che  significativo  il graduale spostamento da una "guerra delle chiavi", modellata sulla crociata e combattuta in difesa di Roma e della Chiesa, ad una crociata nel pieno senso del termine, caratterizzata dalla concessione di privilegi canonici, dall'indulgenza per la remissione dei peccati e dal diritto di fregiarsi della croce. Ben altro respiro acquistano le esortazioni di Innocenzo Quarto. A partire dal Concilio di Lione, la crociata viene pubblicizzata con toni vibranti in Germania e nel Nord Italia, ribadendo sino alla noia che tutti coloro che vi parteciperanno potranno fruire dei vantaggi di norma associati al viaggio in Terra Santa. Il fascino di Gerusalemme era infatti ancora fuori discussione; la crociata in ambito europeo contro i nemici del papato (definita in generale dagli storici moderni "crociata politica") necessitava di energiche tecniche promozionali. Ancorch giudicata perfettamente legittima dai canonisti, nei fatti era un prodotto nuovo, della cui desiderabilit e urgenza occorreva persuadere i consumatori. L'accoglienza in Germania fu piuttosto tiepida. Nel 1248 il pontefice mise in atto tutte le sue arti per convincere un gruppo di Frisoni che si erano impegnati a seguire l'impresa di Luigi a dirottare il loro giuramento sulla guerra contro Federico Secondo: "Per questo ricevano la medesima indulgenza come se andassero a Gerusalemme". Quasi tutti per sollevarono obiezioni: il loro spirito volava a Oriente e alla fin fine non era giusto che Innocenzo ne ostacolasse i desideri. Nel novembre del 1247 il papa scrisse al suo legato in Germania per congratularsi dell'arruolamento di quindici cavalieri tedeschi e cinque francesi disposti a trasferire i loro istinti bellicosi dagli Egiziani a Federico. Neppure un cenno ai nomi - evidentemente non si trattava di guerrieri di conclamate virt. L'eccitazione per aver scovato venti volontari da scatenare contro l'imperatore suggerisce un'adesione non proprio plebiscitaria alla causa della Chiesa. Sin dal 1246 i monaci avevano battuto palmo a palmo la Danimarca e la Polonia, ma non v' traccia di truppe ingenti pronte a servire in Germania contro Federico.
Maggior successo, ma era scontato, si ebbe in Lombardia. Gregorio da Montelongo si impegn in un'azione capillare tra i guelfi, ma ci valse soltanto, come era avvenuto in precedenza, a confermare l'assenso di chi gi era ben disposto nei confronti degli ideali papali. Significativo sottoprodotto della predicazione fu comunque la formazione di confraternite guelfe, ad esempio a Parma: gruppi di cavalieri e cittadini che incameravano alcuni dei privilegi dei crociati e giuravano di perseguire la lotta contro gli Hohenstaufen e l'eresia in genere. Simili associazioni concorsero a rinserrare la presa dei lealisti sul governo delle citt lombarde e toscane di ispirazione guelfa. Ma si dovrebbe sottolineare che, come sempre nella piana padana, il desiderio di assestare la mazzata conclusiva a Federico Secondo andava di pari passo con quello di mettere a segno colpi risolutori nei confronti dei ghibellini e di altri rivali. Sintomatico  anche l'accento posto sulla soppressione dell'eterodossia. In parte vi si pu individuare una reazione all'etichetta di eretici e ammazzacristiani affibbiata dal pontefice a Federico Secondo, Ezzelino da Romano, Uberto Pallavicini e altri condottieri. Ma la Lega Lombarda si andava facendo sempre pi ostile verso le dottrine devianti che si erano insinuate entro le mura cittadine - in particolare l'eresia catara, cui lo stesso Federico non aveva concesso quartiere, dipingendola agli occhi di Gregorio Nono come la vera minaccia nell'Italia settentrionale. Gi nel lontano 1233 i Milanesi avevano iniziato a perseguitare i miscredenti che si annidavano nel loro seno. I Lombardi, quali alleati dapprima "in pectore" e poi in atto del papato, erano impazienti di disfarsi delle frange ghibelline; e i dieci anni di empito purificatore dei guelfi probabilmente infersero al catarismo e ad altri movimenti nell'Italia centrosettentrionale colpi pi distruttivi di quanto riuscirono a fare i quarant'anni di crociata contro gli Albigesi. Firenze, un tempo grande centro di catarismo, ora pullulante di confraternite, mise da parte la sua "querelle" con Roma e diede inizio a una carriera devotamente guelfa.
All'Inghilterra Innocenzo volgeva di nuovo lo sguardo per un altro tipo di aiuto: denaro. Vassallo del papa ma allo stesso tempo anche dell'imperatore, Enrico Terzo non si trovava certo in una posizione invidiabile. Nell'estate del 1246, cedendo alle accalorate insistenze dei suoi baroni, viet ufficialmente l'esportazione di fondi in favore del clero romano, ma Matteo di Parigi riferisce di manovre sottobanco. Alcuni vescovi concordarono di disinnescare la crisi armando in segreto piccoli gruppi di cavalieri - da cinque a quindici per sede - che avrebbero dovuto ingrossare le file dell'esercito papalino ed essere mantenuti per un anno intero a spese del loro protettore inglese. Laddove vi fosse stata carenza di uomini, in loro vece sarebbe stato spedito del contante. A voler essere ottimisti, il progetto raccolse l'adesione di una dozzina tra vescovi e abati e si pu perci considerare insignificante sul piano militare. N si pu dire che Innocenzo fosse di grande conforto al sovrano suo vassallo. I nodi dell'ingerenza di Enrico negli affari siciliani e imperiali nella sua veste di difensore dei diritti della Santa Sede sarebbero venuti al pettine negli anni cinquanta, quando i grandi feudatari inglesi reagirono in malo modo al suo disegno, abborracciato e costoso, di porre il figlioletto Edmondo sul trono di Sicilia. Le pressioni da Roma nel 1228, 1239 e 1246 contribuirono a mettere Enrico Terzo in disastrosa rotta di collisione politica e costituzionale con la nobilt.
La decisione di Innocenzo Quarto di esacerbare i toni del conflitto contro Federico fu di importanza decisiva, rappresentando il primo tentativo su larga scala di avvalersi della crociata come strumento per la sconfitta dei nemici politici del papato in seno all'Europa occidentale.  vero che, come gi era accaduto nel 1209 a proposito degli Albigesi, veniva sbandierata la minaccia eterodossa, ma ora l'eresia non era costituita da un movimento popolare pi o meno diffuso, ma da un presunto e indimostrato disprezzo di un monarca per le chiavi papali e i dogmi cristiani, un monarca che contestava la teoria della supremazia conferita a Pietro e ai suoi successori e che si era impossessato di una parte del Patrimonio nell'Italia centrale, un monarca che recalcitrava ai suoi doveri di vassallaggio, un monarca di cui erano noti gli intrallazzi con musulmani e miscredenti assortiti. Accanto a Federico, figuravano Ezzelino da Romano e Uberto Pallavicini; chiunque poteva documentarne l'empiet e gli oltraggi su templi e creature umane. Fosse o meno contraria alla verit rivelata la condotta di Federico, i suoi tentativi di scrollarsi di dosso l'incomoda accusa erano finiti nel vuoto. Tuttavia va sottolineato come il pontefice, tuttora dubbioso sull'esito del suo appello, abbia fatto ricorso a molti degli argomenti consueti usati nella predicazione di tipi di crociata pi "convenzionali". La guerra contro l'imperatore era una guerra contro i musulmani, avendo i Saraceni di Lucera avuto un ruolo essenziale nelle campagne organizzate dagli Hohenstaufen nell'Italia centrale; non era terribile che gli infedeli, tempo addietro scacciati dal suolo italico, potessero oggi sfilare a un tiro di sasso da Roma? La guerra contro Federico era anche parte di quella contro l'Egitto: non era forse egli in corrispondenza con il sultano egiziano? Non era risaputa la sua alleanza con al-Kamil, approfittando della quale aveva messo a segno la parodia di una crociata? A dire il vero anche Innocenzo teneva una relazione epistolare con il sultano, nella speranza di isolare Federico nel Mediterraneo; ma l'Egitto era parimenti nel mirino di Luigi, per cui quello era il momento giusto di schizzar fango sull'imperatore, incolpandolo di intralciare i piani del re francese e presentandolo cos come l'ovvio bersaglio di qualunque serio tentativo di ristabilire il cristianesimo nel Mediterraneo centrale e orientale. Scagliar fango  facile; un po' meno farlo restare appiccicato. Luigi Nono non abbocc all'amo. Ci non toglie che la curia papale fosse affascinata dall'idea che il riscatto di Gerusalemme dipendesse dalla rimozione degli ostacoli nell'Italia meridionale e in Sicilia; la tesi divenne centrale nella pianificazione e predicazione di nuove crociate politiche contro gli Svevi e, pi avanti nel Tredicesimo secolo, contro i loro successori aragonesi.
A parte la crociata, con le sue promesse di ricompensa spirituale, altre valide offerte erano disponibili per chi si fosse lasciato allettare dal papato negli anni quaranta. Il miraggio del perdono totale era proposto a chi avesse appoggiato in Germania un pretendente al trono di gradimento della Santa Sede; non mancavano gratificazioni di ordine materiale. Il gran numero di dispense papali concesse in deroga alla proibizione di matrimoni tra consanguinei testimonia il tentativo della curia di infiltrarsi tra la nobilt germanica. Uno dei primi beneficiari di questa politica fu Enrico Raspe, landgravio della Turingia, prossimo a diventare capo dell'opposizione a Federico Secondo. Un'azione cos individualizzata non poteva per che essere graduale ed estemporanea, e d'altronde l'esca non sempre funzionava: una volta celebrate le nozze, non era affatto detto che gli aristocratici fossero pronti a eseguire gli ordini del pontefice. Nel Mezzogiorno Innocenzo si procacci consensi con la promessa di requisire o ingrandire le propriet di baroni esiliati, in prima fila i cospiratori ai danni dell'imperatore, o con la concessione di franchigie ai centri urbani. Molti dei fruitori erano per gi nemici di Federico; gran parte delle citt ignorarono le offerte, per quanto i loro abitanti avrebbero apprezzato la libert comunale. Anche nell'Italia centrale il papa colm di favori proseliti veri o potenziali: esenzione dalle tasse provinciali dovute alla Santa Sede, ovvero riduzione degli obblighi militari nella soppesata speranza di ottenere una spontanea fedelt alla causa papale - strategia non dissimile da quella adottata da Federico in Lombardia, nei confronti dei comuni ghibellini. Citt come Spoleto si videro garantire una quota nei commerci dell'Italia meridionale, che nel 1245 ancora Innocenzo confidava di soggiogare; del resto, quale signore feudale del ducato di Spoleto e del regno di Sicilia, il pontefice non aveva alcun dubbio sul suo diritto di rilasciare tali privilegi. Tradurli in pratica era per pi di quanto le sue risorse consentissero. Sintomatico fu l'assiduo corteggiamento di Innocenzo al porto di Ancona, sommerso nel 1245 di agevolazioni mercantili non soltanto in Sicilia ma anche nel regno latino di Gerusalemme. Innocenzo diede istruzioni al vescovo di Acri affinch facesse rispettare la privativa di Ancona nel Levante, ma a ben vedere non era mai stata prerogativa del pontefice l'esenzione di mercanti italiani dai tributi del regno di Gerusalemme, il cui titolare era al di fuori della sua giurisdizione.  possibile che Innocenzo si facesse carico del trono di Gerusalemme col pretesto che chi avrebbe dovuto occuparlo, e cio Corrado, figlio di Federico, era assente e per di pi nemico - un cavillo giuridico di assai dubbia applicazione. Sia come sia, questo ed altri doni accelerarono l'afflusso nel campo papale di una parte delle citt dell'Italia centrale.
Era dunque finito il tempo della guerriglia, delle gomitate per farsi strada mentre i negoziati (nei quali almeno Federico riponeva qualche speranza) venivano tenuti in vita artificiale. Nel 1245 Innocenzo Quarto cerc di coagulare l'intera cristianit a sostegno della lotta contro Federico Secondo. Non si considerava affatto un povero rifugiato, in precaria esistenza ai margini dei territori di Federico, bloccato nelle sue iniziative. Gli restava il prestigio. Innocenzo non poteva credere che la Germania, l'Italia e la Sicilia gli si rifiutassero sdegnosamente.

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3.

Evidentemente la crociata contro Federico era nulla pi che un mezzo volto a un fine. La corrispondenza di Innocenzo Quarto non lascia dubbi sulla natura di quel fine. La dinastia sveva doveva essere cancellata dalla Germania. In Sicilia e nell'Italia meridionale occorreva dar concretezza alla sovranit papale: vuoi con l'esercizio diretto del potere, vuoi tramite un docile vassallo. Nel 1245-46 Innocenzo continu a emanare decreti destinati al "regnum" (sul genere dei decreti commerciali citati poco fa) nella presunzione che l'autorit suprema tornasse nelle sue mani dopo la detronizzazione del sovrano secolare. Nel Nord Italia era imperativo incoraggiare i guelfi a far piazza pulita dei loro molti rivali - fazioni ghibelline, citt e regioni di fede imperiale sotto il tallone di Ezzelino e altri "tiranni". A quel momento, con un nuovo ordine consolidato in Europa, avrebbe potuto finalmente ricevere le cure che meritava la situazione della Chiesa in Oriente. Era un programma massiccio e i tentativi per realizzarlo avrebbero modellato i secoli a venire in Italia e nell'impero.
In Germania Innocenzo dovette fare i conti con un'acuta insofferenza per ogni sua intromissione. Grave errore di calcolo se si era illuso che i principi tedeschi avrebbero riconosciuto la teocrazia papale e consentito alla destituzione di chi avevano scelto o all'elezione in sua vece di un fantoccio agli ordini di San Pietro. Avevano condotto una lotta di secoli per asserire il loro diritto di fare e disfare gli imperatori; il fatto che al pontefice spettasse la ratifica della loro scelta in Roma era ai loro occhi meno significativo della scelta in se stessa. Soltanto un pugno di elettori della Renania, gli arcivescovi di Magonza, Colonia e Treviri, diede solido sostegno al papa nel suo tentativo di rendere effettiva la deposizione di Federico. La Renania fu per l'innanzi fonte di guai, ma non  il caso di esagerare i contrasti. L'imperatore era dell'opinione che una rapida campagna sarebbe stata sufficiente a soffocare l'opposizione. Per di pi, i principi ecclesiastici non potevano candidare al trono uno dei loro e di conseguenza dovevano trovare un laico disposto a giocare la carta papale. Impresa non facile. La baldanza del clero tedesco e la corruzione di qualche nobile minore, secolare o meno, diedero risultati modesti: un affievolirsi dell'entusiasmo verso gli Hohenstaufen, ma non una rivolta generale. I partigiani del papa si raggrumarono attorno al landgravio di Turingia, Enrico Raspe, che fu solennemente eletto re dei Romani nel 1246 e riport persino, nell'agosto di quello stesso anno, una vittoria su Corrado, figlio di Federico, a Francoforte. La battaglia venne combattuta tra i pi accaniti sostenitori di ambo le parti e non forn alcuna traccia sulla futura dislocazione dei maggiori feudatari. Quando poi il prezzolato Enrico mor d'improvviso nel 1247, le sue terre passarono agli alleati di Federico della casata dei Meissen. Invero precaria era la forza dei ribelli. Se l'imperatore fosse comparso di persona, ai papalisti non sarebbe rimasto altro che la fuga. Ancora nel 1246 l'imperatore approfitt della dipartita del suo omonimo, il duca d'Austria da tempo suo irriducibile avversario, per inglobare l'Austria nei domini imperiali. Nonostante si fosse lasciato influenzare dalla propaganda papale indirizzata ai principi tedeschi, Federico di Babenberg aveva avuto un ruolo marginale nella resistenza a Federico. I virulenti attacchi della Santa Sede avevano sortito l'unico effetto di indurlo a rimettere in discussione un progetto di alleanza matrimoniale con gli Hohenstaufen; sua nipote doveva andare in sposa all'imperatore, vedovo per la terza volta. Le nozze non furono mai celebrate, ma Federico Secondo riusc ugualmente a mettere le mani sull'Austria.
La politica imperiale in Germania, pi o meno coerentemente sostenuta nell'arco di trent'anni, era dunque vincente. I grandi elettori non erano disposti a rovesciare un capo che si era dimostrato cos generoso nei loro confronti. Persino i vescovi, fatta eccezione per un manipolo di renani, vedevano di buon occhio la continuazione del dominio degli Hohenstaufen: in prima fila tra i beneficiari della munificenza di Federico, era loro interesse scongiurare per quanto possibile ogni ingerenza papale nei loro affari. Gi l'invito a concorrere ai costi della crociata anti-Staufen era abbastanza imbarazzante; veniva loro fatta urgenza di pregiudicarsi con la consegna delle riserve di liquidit, senza alcuna garanzia di un ritorno dell'investimento. Se vi era un problema che insidiava la posizione di Federico in Germania, questi aveva natura completamente diversa. Le orde mongole premevano ai confini dei territori dei baroni tedeschi, i quali pretendevano e si aspettavano che l'imperatore li salvasse dal disastro incombente. La loro irritazione per le sue campagne italiche si esprimeva soprattutto nella riluttanza a inviare truppe consistenti a sud delle Alpi. Federico non era un Ottone il Grande, abile a convincere i sudditi tedeschi del suo diritto di governare con una schiacciante vittoria in Oriente - nel Decimo secolo i nemici erano stati i Magiari, nel Tredicesimo erano i Mongoli. D'altronde affidamento non maggiore dava un pontefice che anteponeva la guerra civile in Germania alla difesa dell'Europa contro lo spauracchio tartaro. Per buona sorte, la minaccia mongola raggiunge il culmine tra il 1242 e il 1244; prima che si chiudesse il 1245 l'emergenza era finita. Restava ai principi l'amaro in bocca per un aiuto che era stato negato al momento del bisogno, ma ormai un eventuale anti-re aveva irrimediabilmente perso l'occasione di assumere l'iniziativa guidando un esercito contro i Tartari a detrimento politico di Federico.
Dimostratasi la Germania un osso troppo duro, Innocenzo continu a elaborare piani di usurpazione nel "regnum", dove poteva cercare di sfruttare a proprio vantaggio i rancori provocati da una burocrazia potente e pignola nell'esigere il pagamento delle tasse necessarie ad alimentare lo sforzo bellico. L'insuccesso della congiura del 1246 rivel quanto fosse in realt esile la base di sostegno di Innocenzo nell'Italia meridionale. Era comunque evidente che egli puntava tutte le sue carte su un'invasione di una forza congiunta di Romani, Genovesi, Veneziani ed altri ancora. Nel 1248 il pontefice legifera a tutto spiano per il regno in attesa di conquista, revocando gli atti di Federico Secondo inerenti alla Chiesa in Sicilia e nel Mezzogiorno continentale e ribadendo l'autonomia dei sacerdoti dai tribunali secolari del regno. Anche dei casi di alto tradimento dovevano occuparsi le corti ecclesiastiche se gli inquisiti indossavano la tonaca. Ai vescovi competeva giurisdizione assoluta in materia morale, ad esempio nel campo dell'adulterio. Si dovevano respingere con forza tutti i tentativi messi in atto da Federico e dai Normanni per ridar vigore alla legislazione matrimoniale bizantina, risolvendo i problemi coniugali nell'ambito dei tribunali secolari. Insomma: un progetto in piena regola per uno Stato a direzione religiosa nel quale il sovrano fosse accuratamente circoscritto, manipolato come un mero agente di sua maest il papa. Non v' dubbio che Innocenzo puntasse anche ad impressionare i vescovi e gli abati siciliani presentandosi nelle vesti dell'elargitore di poteri che Federico aveva a lungo loro negato, almeno nei fatti. Tuttavia il clero meridionale non reag nel modo atteso. Molti, e tra questi lo stesso arcivescovo di Palermo, Berardo, preferirono la compagnia dell'imperatore.
Nei disegni di Innocenzo gli ecclesiastici che non avessero ricevuto beni o privilegi dal re di Sicilia dovevano essere prosciolti da ogni obbligo di fedelt nei suoi confronti; in questo modo vari grandi monasteri, Montecassino tanto per citarne uno, si sarebbero trovati in posizione assai vantaggiosa, diventando in pratica principati soggetti alla sola autorit romana. Un'altra implicazione  che il "regnum" avrebbe comunque avuto bisogno di un "trait d'union" laico. Innocenzo pu essersi trastullato con l'idea di un governo diretto, giungendo anzi per certi versi a suggerirlo - sotto forma di controllo su norme giuridiche di primo piano e potenzialmente su estese terre appartenenti alla Chiesa - ma in sostanza segu il solco tracciato dal suo omonimo quarant'anni prima. Occorreva un campione che si attenesse con docilit alle direttive di Roma, garantendo la sicurezza della citt che il successore di San Pietro aveva dovuto abbandonare; che si adoperasse con indefessa energia per la crociata in Siria, Grecia e Africa e mettesse la museruola ai simpatizzanti degli Hohenstaufen. Sappiamo che nell'inverno 1249-50 il pontefice cerc con ogni mezzo di sedurre Riccardo, conte di Cornovaglia; il fratello di Enrico Terzo venne convocato alla corte papale a Lione, destando l'insaziabile curiosit di Matteo di Parigi. Il cronista parla di lunghe e segrete riunioni tra i due e altrove avanza l'ipotesi che fosse ambizione di Innocenzo piazzare Riccardo sul trono siciliano; almeno un paio di volte venne interpellato a questo proposito dopo la morte di Federico Secondo. Ricchezza ed energia qualificavano Riccardo al titolo di campione del papa; quanto alla corte di Enrico Terzo, gi aveva preso le distanze da Federico in seguito all'arrivo di insistenti richieste pecuniarie dalla curia romana, accompagnate da attacchi al vetriolo contro la persona dell'imperatore. Per giunta Isabella era morta ed  facile supporre che Enrico Terzo fosse meno ben disposto a sostenere Federico nella sua veste di cognato; d'altra parte il sodalizio stipulato attraverso il vincolo matrimoniale aveva recato dubbi vantaggi e, semmai, si era dimostrato fonte di imbarazzo nei rapporti con il papato. Non  perci inverosimile che Riccardo fosse molto tentato dall'offerta di Innocenzo.  stato obiettato che l'attivazione di una simile offerta avrebbe comportato la ripulsa del nipote di Riccardo, Enrico, figlio di Isabella, che all'epoca Federico aveva designato a succedergli nel "regnum"; il ragazzo non era ancora stato battezzato, situazione che Federico si apprestava a sfruttare - ne accenneremo tra poco. Sappiamo altres che in passato Federico e Riccardo avevano discusso a quattr'occhi della necessit di un accordo negoziale tra papato e impero. Lo stesso Matteo di Parigi mette in evidenza la riluttanza di Riccardo a soppiantare il nipote: ""inhonestum videretur nepotem suum Henricum supplantare"". Nulla per vieta di pensare che Innocenzo abbia prospettato a Riccardo una conquista dell'Italia meridionale nella quale Enrico sarebbe stato dichiarato re di Sicilia e il conte di Cornovaglia ne avrebbe assunto la tutela e sarebbe diventato reggente facendo le veci del papato. Nonostante gli occasionali inviti a estinguere l'intera razza, o "stirpe", degli Hohenstaufen, il pontefice non era infatti contrario, come si sarebbe rivelato in seguito, a servirsi dei parenti prossimi di Federico se questa gli sembrava la via pi rapida alla realizzazione dei suoi scopi. Sarebbe assurdo pretendere da lui una assoluta coerenza. La determinazione di uscire vincitore da una lotta per la quale, com'egli ben sapeva, la Santa Sede era mal equipaggiata lo indusse a sperimentare ogni formula anche solo vagamente promettente. La coerenza non stava nel metodo, ma nell'obiettivo: trasformare in realt la deposizione di Federico annunciata al Concilio di Lione.

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4.

Soffocate la congiura e la ribellione nell'Italia meridionale nel corso del 1246, l'imperatore pot nuovamente concentrarsi sui compiti urgenti che l'attendevano nell'Italia centrosettentrionale. L'inverno ancora non aveva mollato la presa quando, nel 1247, Federico attravers i confini del regno di Sicilia e mosse a nord in territorio pontificio. Non era sua intenzione indugiarvi, non perch temesse l'urto delle forze papali, ma perch si proponeva di raggiungere la Lombardia, valicare le Alpi, incontrare i principi tedeschi, confermarne il sostegno e di l organizzare una campagna che ponesse fine una volta per tutte al conflitto. Mirava cio ad aggregare tutte le sue forze in un assalto risolutivo ai fautori del papato. Quanto alle truppe che stazionavano nel ducato di Spoleto agli ordini di un paio di cardinali, Stefano di Santa Maria in Trastevere e Rainiero di Viterbo, gi l'anno precedente avevano riportato gravi sconfitte. Pure in Lombardia, Enzo di Sardegna stava tenendo sotto costante pressione i guelfi; i papalisti di Parma, simpatizzanti con la recente cospirazione, vennero dispersi (o catturati) e i vessilli imperiali tornarono a garrire sulle mura. Federico si rendeva per conto che l'effimero vantaggio acquisito era legato alla sua capacit di parare le mosse del papa; se questi ad esempio avesse sobillato la Germania, ne sarebbe scaturito un segnale inequivocabile per i ribelli guelfi in Lombardia. La situazione era dunque promettente ma tuttora transitoria.
La consapevolezza di un prestigio vacillante fu uno dei fattori che resero Federico ricettivo ai nuovi appelli alla pace dell'ottimista monarca francese. D'altronde non aveva mai abbandonato del tutto la convinzione che una pace duratura potesse essere stabilita soltanto per mezzo di un sincero accordo tra lui stesso e il pontefice. Nella sua corrispondenza epistolare con Luigi, Federico neg recisamente ogni intenzione di non voler rispettare l'autorit spirituale del papa, ribadendo di essere pronto ad inviare in qualsiasi momento i propri rappresentanti a Lione per discutere i termini di un accordo. Si ha per l'impressione di una certa ritrosia a prendere iniziative prima di avere incontrato i baroni tedeschi, giustificata dalla coscienza che una loro manifestazione di solidariet, ancorch espressa in un incontro pubblico con quello che continuavano a considerare il legittimo sovrano, avrebbe rafforzato il suo potere contrattuale nei confronti della curia. Federico non aveva peraltro rinunciato alla speranza che i cardinali meno fanatici raffreddassero i bollenti spiriti di Innocenzo; ed anzi andava sostenendo di avere alleati presso la corte pontificia che si battevano per una soluzione pacifica culminante nel battesimo, per mano stessa del pontefice, di suo figlio Enrico, re titolare di Sicilia. Tale approccio fiducioso si ripresenta sul finire del 1246, quando sembra prendere consistenza l'ipotesi di un viaggio attraverso le Alpi a Lione, per un faccia a faccia chiarificatore con Innocenzo. Dietro questa prospettiva si avverte la presenza della corte francese.  anche probabile che Federico mettesse ad arte in giro voci di condizioni di pace persin troppo generose. Avrebbe lasciato l'Europa per la Terra Santa e trascorso col il resto dei suoi giorni a patto che il papa incoronasse Corrado imperatore al suo posto e revocasse la scomunica, oltre naturalmente a perdonargli o comunque a passar sopra ai suoi supposti crimini. Matteo di Parigi ci informa che Luigi di Francia mont su tutte le furie all'udire del rifiuto del papa di accedere a queste richieste. Che cosa poteva volere di pi Innocenzo? In realt il pontefice era convinto che Federico avesse deciso di far ricorso alla forza bruta. Invoc perci la protezione di Luigi Nono e questi, sempre ansioso di mantenersi neutrale, fece sapere che non avrebbe tollerato l'occupazione di un centro nevralgico come Lione da parte di un esercito imperiale. Non aveva per alcuna intenzione di prestarsi al gioco di Innocenzo.
Sulla questione dei negoziati Innocenzo si dimostr tetragono, insistendo sulla impossibilit di aprire trattative sino a quando Federico o Corrado avessero continuato a ignorare la sua sentenza e gli altri editti contro gli Hohenstaufen. Insomma se ne poteva discutere, ma soltanto con un ex imperatore. Ovviamente queste parole equivalevano a un'ammissione indiretta di non essere riuscito a scalzare Federico dalla sua posizione "de facto". Nell'inverno del 1246-47 Innocenzo dovette perci dar fondo ad ogni risorsa per costringere il suo arcinemico a mordere il freno a sud delle Alpi. La tattica migliore consisteva nell'aizzare la Lombardia tanto da indurre Federico a fermarsi e dare battaglia. La mossa era per rischiosa: avrebbero accettato i Lombardi di esporsi in prima linea per la causa papale? In passato, a Cortenuova, erano stati messi in facile rotta. Occorreva dunque un comandante di polso, che Innocenzo trov nella persona di Ottaviano degli Ubaldini, un giovane e mondano cardinale affermatosi presso la corte pontificia grazie non tanto alle conoscenze giuridiche e teologiche quanto alla grande influenza di cui lui e la sua famiglia di latifondisti godevano in Toscana. A dire il vero le doti militari dell'improvvisato generale non si dimostrarono pari a quelle diplomatiche. Non era individuo su cui poter far conto. Messo alle strette, non avrebbe avuto dubbi tra la pelle propria e quella del papa. E invero la sua maestosa calata in Italia nell'estate del 1247, con un modesto dispiegamento di forze, gli procur scarse glorie militari. Raggiunte le montagne piemontesi, scopr che i signorotti locali erano di nuovo passati dalla parte di Federico; il figlio bastardo dell'imperatore, Manfredi, aveva da poco sposato una principessa della casa dei Savoia e il signore del Monferrato, massimo proprietario nell'Italia nordoccidentale, aveva seguito la Savoia nel campo imperiale. Il povero Ottaviano si ritrov cos imbottigliato nelle Alpi occidentali, mentre i tentacoli degli imperialisti si protendevano in direzione del Rodano e - sia pur timidamente - della stessa Lione. Pareva che i principi italiani dessero per scontata un'imminente vittoria di Federico.
Pi che le eroicomiche imprese del cardinale salv Innocenzo Quarto l'incancrenita rivalit tra guelfi e ghibellini in Lombardia. Parma passava per essere filoimperiale, ma la sua lealt non era certo a tutta prova: il papato, agendo tramite Bernardo Orlando Rossi, era riuscito a rovesciarvi i rapporti di forza durante la cospirazione del 1246 contro la vita dell'imperatore. Ulteriori sovvenzioni a pioggia in tutta la zona valsero a smuovere nuovamente le acque. Fatto sta che Gregorio di Montelongo non ebbe alcuna difficolt a impadronirsi di Parma e s'un alla Lega Lombarda. Un colpo durissimo, poich Parma occupava una posizione strategica tra il passo della Cisa, porta d'accesso alla vallata dell'Arno e alla Toscana, e l'ampia piana lombarda, dove si annidava l'ostica Milano. Enzo, che avrebbe dovuto vigilare, si trovava lontano all'arrivo dell'esercito papale e non pot far altro che richiedere urgente soccorso al padre, accontentandosi nel frattempo di stendere attorno alla citt un blocco che impedisse l'afflusso di ulteriori rinforzi: Ottaviano degli Ubaldini, ad esempio, aveva infine raggiunto la pianura, trovandosi per la strada sbarrata da Ezzelino da Romano. Ad ogni buon conto Ottaviano venne sospettato di essere in collusione con il nemico; fosse per cautela o per tradimento, si guard bene dal cogliere le opportunit che gli si presentarono di irrompere su Parma.
Gregorio da Montelongo, determinato a resistere ad oltranza, si rese conto che il blocco avrebbe potuto rivelarsi fatale. Abbiamo gi osservato che nel frattempo le confraternite guelfe avevano cominciato a organizzarsi a difesa della citt, gratificate di speciali privilegi analoghi a quelli concessi ai crociati. Dopo numerose settimane di assedio, i Parmigiani presero a chiedersi se ne valesse davvero la pena. Si dice che Gregorio di Montelongo sia ricorso ad ogni stratagemma per tener alto il morale. Ad esempio, nel corso di un banchetto al quale aveva invitato i maggiorenti si present un messaggero, trafelato e coperto di polvere, che gli consegn una lettera annunciante l'imminente arrivo dei soccorsi; Gregorio ne rivel esultante il contenuto ai suoi ospiti e tosto la notizia fu sulla bocca di tutti. In realt il messaggio era stato vergato dallo stesso Gregorio, che aveva semplicemente ordinato a un valletto di recitare la parte del messo venuto da lontano. La lettera era paragonabile alla promessa di Billy Bunter che entro breve tempo avrebbe ricevuto un congruo vaglia postale. Non v'erano eserciti in cammino, cos come non era in vista alcun vaglia postale.
Nella tarda estate del 1247 l'imperatore decise finalmente di soprintendere di persona l'assedio di Parma, con gran sollievo di Innocenzo che era riuscito cos a trattenerlo a sud delle Alpi. La soluzione escogitata da Federico sembr non lasciare scampo agli abitanti. La storia di Parma era durata anche troppo; proprio di fronte sarebbe sorta una nuova citt, pi splendida ed evocativa nel nome - Vittoria - dell'imminente trionfo. Dinnanzi a Parma si ergeva l'imperatore, pronto ad assolvere il suo ruolo di massima autorit sulla terra con la fondazione di una citt nuova di zecca, romana nella concezione urbanistica, una capitale imperiale per questa regione d'Italia. Non  credibile che Vittoria abbia mai raggiunto la magnificenza che generazioni di cronisti vollero attribuirle: un'estate e un autunno bastarono appena a tracciare sul terreno molti dei previsti edifici pubblici - la cattedrale di San Vittorio, il palazzo con relativa corte di giustizia, l'ala amministrativa, l'harem e il caravanserraglio di animali esotici. Elefanti, cammelli, leoni e ghepardi furono tra i primi residenti di Vittoria. Risulta evidente da quanto accadde in seguito che Vittoria non era fortificata in maniera adeguata: era un accampamento, organizzato sul modello romano; una citt "in fieri", ma non ancora una capitale di pietre e mattoni. Comunque, quale centro operativo di Federico in Lombardia, era stata prescelta come luogo di deposito dei fondi liquidi; del tesoro (corona inclusa) e delle vesti imperiali; del "matriel de guerre", non soltanto armi ma l'intera dotazione di cavalli, muli e buoi; delle provviste, sotto forma di bestiame e altri generi alimentari; persino della biblioteca imperiale, una raccolta che includeva uno stupendo manoscritto di un manuale di caccia scritto di pugno dello stesso imperatore.
E in effetti Federico aveva lasciato Vittoria per indulgere alla sua passione venatoria quando i Parmigiani colpirono. Una falsa sortita di un minuscolo contingente trascin lontano la guarnigione imperiale. Nel mentre il resto dell'esercito parmense, in pratica quasi tutti i cittadini, maschi e femmine, giovani e vecchi, copr d'un fiato la breve distanza a Vittoria e travolse i pochi difensori rimasti. L'orgogliosa Vittoria venne ridotta a un cumulo di macerie. Gli alloggi dell'imperatore furono razziati: un pingue bottino di oro, argento, gioielli, fini tessuti e abiti; anche la corona imperiale fu sottratta, e portata in grande euforia alla cattedrale di Parma. A giudicare dalla descrizione di Salimbene, si trattava probabilmente della massiccia corona commissionata da Ottone il Grande e oggi conservata, insieme a molti dei paramenti di Federico, nell'Hofburg a Vienna. Stessa sorte sub il magnifico manoscritto del suo trattato sulla caccia; nel 1264 era in possesso di un milanese, che lo offr al mortale nemico degli Hohenstaufen, Carlo d'Angi. La perdita peggiore fu per quella di Taddeo da Sessa, catturato, mutilato delle mani e trascinato a una fine sbrigativa nelle prigioni di Parma: quel tipo di morte che, a detta dei guelfi, Ezzelino e Federico amavano riservare alle loro vittime (ma non si pu dire che i loro standard fossero pi elevati). La scomparsa di Taddeo fu un duro colpo per l'imperatore. La sua lealt non era mai stata messa in dubbio. Uomo di notevole abilit, meno enfatico di Pier delle Vigne, ma altrettanto convinto del fondamento dell'autorit imperiale nelle "verit rivelate" del diritto romano, aveva dato ottima prova come negoziatore; la sua scelta quale portavoce imperiale a Lione nel 1245  la miglior prova dell'identit di vedute e dell'assoluta fiducia che regnava tra Federico e Taddeo.
Federico, ci informa Salimbene, reag con la furia di "un'orsa orbata dei suoi cuccioli in una foresta". Al suo ritorno trov Vittoria vuota e ridotta in cenere, ma si rifece vivo a tre soli giorni di distanza, il 22 febbraio 1248. La sua improvvisa, baldanzosa riapparizione gett nel panico i guelfi festanti, che si affrettarono a riguadagnare la citt lasciando indietro bottino e prigionieri. Ansioso di dimostrare che Vittoria non era stata del tutto abbandonata, Federico raccolse le sue forze in prossimit del vecchio accampamento e tenne un "gran concilio" con i suoi consiglieri. Ne venne fuori che la ricostruzione di Vittoria o il rinnovo dell'assedio di Parma avrebbero dato risultati modesti. Federico e i suoi generali ebbero il buon senso di afferrare che la defezione di Parma si sarebbe risolta in una bolla di sapone a patto di neutralizzarne le conseguenze; e in effetti la distruzione di Vittoria avrebbe assicurato minimi vantaggi strategici ai Lombardi. Infatti l'unico interesse che offriva Parma, come abbiamo gi rilevato, era la sua posizione geografica di punto di partenza per valicare gli Appennini e scendere in Toscana. Fu perci sufficiente alle milizie imperiali muovere verso il passo della Cisa per garantire il futuro libero transito delle armate di Federico. Nel corso dell'operazione cadde nelle mani dei ghibellini Orlando Rossi, ex alleato di Federico poi trasformatosi in ultracospiratore. La fine del cognato del papa non ebbe nulla da invidiare a quella di Taddeo da Sessa. Gli imperialisti poterono rallegrarsi di avere tolto di mezzo un avversario abile e potente.
Federico sanguinava per la ferita inflittagli a Parma, un grave colpo all'orgoglio non meno che alla tasca. Era a dir poco irritante veder cadere in mani nemiche gran parte di quanto era riuscito faticosamente a racimolare. Le dimensioni del suo esercito, composto in prevalenza - come del resto quello degli avversari - di mercenari, erano direttamente proporzionali alla capacit della sua borsa. Nell'estate del 1248 si vide costretto a dar corso proprio a quel genere d'azione per cui da tempo il papato lo andava condannando, vale a dire una tassa di guerra straordinaria in Sicilia, senza distinzione tra clero e laicato. Tuttavia sarebbe inesatto concludere che Federico avesse patito un tracollo irreversibile a Parma. La vittoria guelfa certamente diede animo ai suoi antagonisti nell'Italia settentrionale e centrale. Il suo potere sembrava fragile e molti erano convinti che avesse gi cominciato a dissolversi. Ma l'episodio di Parma non era di per s sufficiente ad abbattere Federico. La guerra in Lombardia era tuttora spasmodica e localizzata, pur se sottolineava crudamente l'approssimativa conduzione militare dell'esercito imperiale. Di livello primitivo erano lo studio della tattica, l'impiego di manovre diversive, la raccolta e lo sfruttamento delle informazioni e le tecniche di difesa delle posizioni conquistate. Le valutazioni belliche erano casuali e incoerenti. All'ostentazione di potenza era necessario affiancare efficaci operazioni sul campo; Federico ne era consapevole, ma trascur l'aspetto militare a detrimento di quello politico. Soldato per necessit, dopo la batosta di Parma fu obbligato a riconoscere che ormai anche l'esito delle trattative diplomatiche dipendeva da un probante successo sul campo di battaglia, sufficiente a tramutare in disperazione la gioia dei Lombardi. La sconfitta di Parma aveva focalizzato l'attenzione sulla Lombardia. Ci si poteva scordare la Germania, e non parliamo poi di Lione, sino a quando l'Italia del Nord non avesse di nuovo avuto ragione di temere l'aquila imperiale.

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5.

Il 1248 fu un anno di consuntivi. Federico si leccava le ferite di Vittoria; Innocenzo non era ancora riuscito a mobilitare la cristianit. A favore di quest'ultimo si registr per durante l'estate la partenza, dal nuovissimo porto di Aigues-Mortes, di Luigi di Francia; l'aspirante mediatore era ormai lanciato verso Cipro e l'Egitto, dove ritardi, sconfitta e cattivit lo avrebbero tenuto bloccato per lunghi anni. Rimase cos al pontefice campo pi libero per dare impulso alla propria crociata, quella contro Federico. Abbiamo gi osservato che molti, ad esempio i Frisoni, erano restii a dirottare i loro voti in un'altra direzione; ma d'ora innanzi l'uditorio di Innocenzo sarebbero stati quei cavalieri europei che gi avevano deciso che l'avventura di Luigi il Santo non faceva per loro. Rendendosi per conto che la partita contro gli Hohenstaufen non poteva essere vinta in Germania, il papa cerc di concentrare gli sforzi sull'Italia centrale e meridionale, organizzando i baroni siciliani esiliati in una forza d'opposizione attraverso promesse di terre e titoli e recuperando (sull'onda di Parma) un certo numero di citt titubanti alla frontiera del "regnum". Una vittoria simbolica fu la riconquista, ad opera di Rainiero di Viterbo, di Jesi, citt natale dell'odiato nemico.
Nel 1248 e 1249 maturarono profondi cambiamenti tra i protagonisti del conflitto. Rainiero, ormai in et avanzata, faticava ad assolvere i suoi compiti di consolidamento dell'autorit pontificia nell'Italia centrale ed era perci improponibile come guida della progettata invasione del Mezzogiorno. Rimase per nei paraggi, rendendosi senza dubbio ancora utile con la sua esperienza e con il suo fanatismo. Sarebbe morto verso la fine del 1250. Parecchi mesi dopo la prematura dipartita di Enrico Raspe, spunt fuori finalmente in Germania un nuovo leader per i ribelli. Il conte Guglielmo d'Olanda non era un principe d'alto rango e poteva soltanto contare sull'appoggio non generalizzato della Renania e di parte dei Paesi Bassi. Sollecitava il pontefice con continue richieste di un maggior numero di cavalieri - i crociati frisoni ad esempio - ma non suscit mai soverchi entusiasmi. La scrupolosit di cui dava prova non era certo sufficiente a guadagnargli le simpatie dei grandi elettori che gi non fossero aggiogati al carro del papa. A quanto pare sua massima ambizione era l'inglobamento della Zelanda nel proprio patrimonio olandese; la stessa Renania rimase piuttosto tiepida nei suoi confronti. Anche sul versante imperiale si ebbero importanti cambiamenti: a Fossalta nel maggio 1249 i Bolognesi, guelfi di incrollabile fedelt, sbaragliarono Cremonesi e Modenesi e fecero prigioniero il re Enzo di Sardegna. Nonostante le insufficienti misure apprestate a difesa di alcune piazzeforti, questi si era rivelato un comandante di vaglia, mantenendo preziosi e stretti collegamenti con Ezzelino da Romano e gli altri generali. I Bolognesi lo rinchiusero in una prigione abbastanza confortevole nel palazzo comunale, dove trascorse il resto dei suoi giorni consumando un destino sventurato (ogni tentativo di liberarlo and fallito) che se non altro fu materia di ispirazione per i poeti.
La caduta pi drammatica fu per forse quella di Pier delle Vigne. Trovatosi isolato dopo la congiura del 1246 e l'esecuzione di Taddeo da Sessa, Federico Secondo si fece sempre pi sospettoso dell'ormai sparuto gruppetto di consiglieri rimastigli. Di delle Vigne si era avvalso per pi di vent'anni, nella formulazione di leggi e strategie politiche, per la pubblicazione delle sue filippiche contro l'ingiustizia papale e per delicate missioni diplomatiche. Spesso  difficile distinguere la voce di Federico da quella del suo fido collaboratore, che i contemporanei paragonavano a Giuseppe nei confronti del faraone, instancabile nel mettere in esecuzione i piani di Federico e pronto a sostituirlo all'occorrenza nel governo dei suoi domini. Non  da escludere che fosse meno incorruttibile di quanto si pretendesse da un funzionario dell'impero; Salimbene ci informa con trasparente ostilit che delle Vigne aveva accumulato ingenti ricchezze e che l'imperatore non vedeva l'ora di metterci sopra le mani. A questo proposito dobbiamo riconoscere che Federico era ormai disposto a qualsiasi espediente pur di rimpinguare i suoi esangui forzieri. Sarebbe illusorio immaginare che la "burocrazia modello" dello Stato siciliano fosse in grado di operare senza l'olio lubrificante di allettamenti, favori e privilegi. Il sistema ideale proclamato nella legislazione imperiale doveva essere tradotto in pratica non in forza di processi naturali di ragione o routine, ma tramite la capacit di uomini sovente sensibili alla frode. Va da s che gli abusi si moltiplicavano quando il padrone era assente dal "regnum", o distratto, causa manovre belliche e diplomatiche, dagli affari interni; la carriera di Carlo d'Angi, culminante nella rivolta dei Vespri Siciliani nel 1282, illustra a meraviglia come le buone intenzioni possano a volte cedere il passo a una spensierata trascuratezza. Non deve dunque stupirci che vi fosse una punta di verit nell'accusa a delle Vigne di aver stornato nei suoi depositi una parte del tesoro di cui Federico aveva ora assoluto bisogno. N  una coincidenza che gli addebiti gli siano stati mossi proprio nel momento di massima preoccupazione di Federico per la mancanza di contanti.  anche probabile che i detrattori di delle Vigne abbiano colto l'opportunit per sbarazzarsi di un rivale a corte il cui lungo e incontrastato esercizio del potere doveva aver dato origine a numerose gelosie. Era pi agevole attaccare delle Vigne ora che era scomparso il secondo tra i consiglieri pi ascoltati di Federico, Taddeo da Sessa. L'imperatore reag alle insinuazioni con il sospetto che despoti stremati e isolati spesso dimostrano nei confronti dei loro collaboratori di pi antica data e fedelt. Pier delle Vigne venne arrestato senza preavviso a Cremona, agli inizi del 1249. Pare che i Cremonesi, malgrado tutto il loro attaccamento all'impero, abbiano accolto la notizia con giubilo e addirittura cercato di linciarlo. Ad ogni modo il cancelliere venne tradotto a Borgo San Donnino (l'attuale Fidenza) e di qui alla fortezza imperiale di San Miniato in Toscana. Sottoposto a giudizio, fu riconosciuto colpevole di malversazione e in conseguenza accecato. Era troppo per l'ex ministro, che si suicid fracassandosi il cranio contro un pilastro di pietra cui era incatenato. Dante ne commemora l'estremo gesto con parole pregnanti:

"L'animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo con morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto".

Secondo il poeta fiorentino fu l'invidia dei contemporanei a distruggerlo; le sue cristalline doti di governo gli alienarono le simpatie di coloro che non riuscivano a reggerne il passo.
L'ipotesi che i detrattori di delle Vigne seminassero dubbi nell'animo gi sin troppo diffidente dell'imperatore non  affatto peregrina. D'altra parte a corte doveva esserci un vero e proprio groviglio di idee in merito alla migliore strategia da adottare. La visita di Federico a Lione aveva sollevato discussioni a non finire. Alcuni (in relazione all'origine) avrebbero voluto che si concentrasse sulla difesa dei confini del "regnum" contro una possibile invasione papale; altri, tra i quali gli alleati lombardi, avrebbero visto con favore un impegno pi sostenuto nei confronti di Milano, Parma e soci. L'ostilit dei Cremonesi verso Pier delle Vigne  rivelatrice: evidentemente ne avevano avuto abbastanza dell'individuo o della sua politica. Si pu ipotizzare che delle Vigne insistesse per scaricare maggiori oneri finanziari e militari sugli alleati del Nord Italia, fors'anche per dar concretezza ai poteri soprattutto mitici del vicario imperiale in Lombardia, vuoi con l'obiettivo di allestire un forte esercito lealista vuoi nella prospettiva di resuscitare un "regnum Italicum" centralizzato: un'impresa cui Enzo, nella veste di vicario imperiale, non aveva mai messo seriamente mano. Matteo di Parigi, al solito, vuole dimostrarsi addentro alle segrete cose, ricollegando delle Vigne a un altro tentativo di assassinio. L'imperatore stava poco bene; la terapia consigliata era interna ed esterna - farmaci e suffumigi. Delle Vigne e il medico personale di Federico, dobbiamo presumere al soldo di Innocenzo Quarto, aggiunsero veleno alla medicina e ai sali per le fumigazioni. L'imperatore si era per in qualche modo insospettito ed invit il medico a ingerire met della pozione. Preso dal terrore, questi simul di averla versata accidentalmente, ma ne rimase abbastanza per sperimentarla su alcuni prigionieri in attesa di esecuzione. Il tossico si rivel rapido e letale. Questa storia ha tutta l'aria di essere inventata. Di altra natura - appropriazione indebita - era il crimine fraudolento di delle Vigne. E si pu esser certi che, fosse stata ordita ai suoi danni una trama d'ispirazione papale, Federico avrebbe dato fiato alle trombe della propaganda. D'altra parte, la cancelleria imperiale non aveva risentito in modo pesante dell'esautorazione di Pier delle Vigne: il gran protonotaro aveva addestrato una nuova generazione di pubblicisti di eccellente livello.
Fu piuttosto la perdita di Enzo a rivelarsi esiziale. Modena alla fine cadde sotto i colpi di Bologna; altri alleati, ad esempio Corno, cedettero alle minacce e alle lusinghe della Lega Lombarda. Il passo della Cisa dovette essere evacuato. Ancor pi grave fu l'arrivo di Pietro Capoccio, cardinale diacono di San Giorgio in Velabro, incaricato di continuare l'opera di Rainiero di Viterbo e portatosi entro il settembre del 1249 alla testa di un'armata sul confine nordorientale del "regnum". Non era esattamente la massiccia invasione che era nei voti di Innocenzo Quarto, ma v'erano speranze che i baroni "periferici" intrecciassero le loro fortune con quelle degli incursori. Le speranze vennero frantumate il 4 ottobre 1249, quando le truppe pontificie volsero in precipitosa ritirata dopo uno scontro con un forte contingente siciliano. Capoccio non si perse per d'animo e continu a far opera di proselitismo a nord e a sud del confine. Innocenzo e il suo cardinale ostentavano ottimismo ma, tutto sommato, gli unici frutti di una certa consistenza furono raccolti nell'Italia centrale, dove la presenza delle milizie papali indusse alla sottomissione gran parte della marca anconetana.
In un certo senso queste vittorie furono avventate, perch calamitarono nell'Italia centrale gli imperiali, focalizzando la lotta pi a nord di quanto il cardinale avesse desiderato. Si ritrov cos a combattere per la sopravvivenza e le probabilit di un nuovo attacco al "regnum" si fecero remote. Nel primo scorcio del 1250 l'esercito siciliano penetr nella marca anconetana, riportando una vittoria dopo l'altra. A Cingoli l'arsenale papale cadde in mani nemiche, e ugual sorte per poco non tocc a Capoccio, costretto a travestirsi da mendicante per attraversare le linee imperiali. Il prestigio di Innocenzo precipit nella regione a livelli bassissimi e avanti che finisse l'estate quasi tutte le citt da Ravenna, gi sino alla frontiera, furono soggiogate o comunque messe in condizioni di non nuocere. Pietro Capoccio fu richiamato con ignominia, sostituito da Ottaviano degli Ubaldini - una scelta di malaugurio. A far da suggello alle vittorie delle armate imperiali nell'Italia centrale vennero anche successi su altri fronti. Uberto Pallavicini calpest le schiere parmensi a Vittoria nell'agosto del 1250; possiamo appena immaginare le spaventose torture che saranno state inflitte alle centinaia di prigionieri. La situazione si evolse in modo favorevole pure in Germania, dove Corrado di Hohenstaufen riafferm l'autorit imperiale in quelle aree della Renania che avevano dato supporto al conte d'Olanda. Guglielmo non ne usc distrutto, ma il suo potere si rivel di carta velina. Nell'arco del 1250 i soldati di Federico riuscirono perci a riparare gran parte dei temporanei danni conseguenti la sconfitta di Parma di due anni addietro. Lo stillicidio di defezioni si arrest; il papato si era dimostrato incapace di alimentare la guerra contro l'imperatore in Italia. Tutto lasciava credere che Federico non avrebbe rispolverato i suoi vecchi progetti di valicare le Alpi e presentarsi a Lione, ma Innocenzo rimaneva tenacemente convinto del contrario ed anzi si guard intorno alla ricerca di un luogo ospitale ancor pi lontano, chiedendo a Enrico Terzo il permesso di traslocare armi e bagagli a Bordeaux, nella Guascogna inglese.
Le difficolt di Innocenzo erano ingigantite dalle notizie in arrivo dal Levante. Nell'aprile 1250 i crociati francesi subirono una disastrosa sconfitta nel delta del Nilo e lo stesso re di Francia venne fatto prigioniero, con conseguente richiesta di astronomico riscatto. Era evidente che l'interesse di Luigi - nonostante i molti mesi trascorsi in Terra Santa dopo il pagamento della somma pattuita - sarebbe a poco a poco ritornato alle vicende occidentali. Il pontefice aveva ovviamente sperato di risolvere la questione in Italia mentre il monarca francese era assente e in pratica impossibilitato a interferire. Ora si ritrovava di nuovo assediato dalle richieste francesi di un accomodamento con l'imperatore. Uno dei messaggeri di Luigi Nono altri non fu che Carlo, conte d'Angi, fratello del re e futuro sovrano del "regnum": in quell'occasione svolse mansioni di avvocato, non di esecutore degli Hohenstaufen. La solidit delle tesi francesi poggiava sull'esperienza non soltanto del papa ma anche di Luigi il Santo. La sua fallimentare avventura avrebbe potuto dare esiti diversi se la Santa Sede non l'avesse snobbata a favore della crociata contro la casa sveva. Accusato di negligenza, di mettere a repentaglio la Terra Santa, la Francia e la cristianit in nome di una lotta che ispirava incerte simpatie, il papato replic assicurando che era sempre possibile un dialogo sulla base delle condizioni esistenti - che Federico si presentasse senza scorta al cospetto del papa e che ne accogliesse i termini per un accordo in Lombardia e nell'Italia centrale. Ma come sempre Innocenzo rifiut di negoziare senza avere tutte le carte in mano.

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6.

La salute di Federico Secondo negli ultimi mesi si era fatta cagionevole. La storia del tentativo di avvelenamento di delle Vigne, al di l del fatto che possa essere stata inventata di sana pianta, allude a una malattia che si sarebbe manifestata agli inizi del 1249 e sarebbe andata aggravandosi nel corso di quell'anno e del successivo. L'imperatore lasci in effetti ai suoi generali il peso della campagna a nord del confine, ma non si pu escludere che abbia giudicato preferibile trattenersi nel "regnum" per tenere a freno con la sua presenza le inquietudini che serpeggiavano nella zona attorno a Napoli. Tanta prudenza da parte di un uomo che aveva trascorso molti anni in un frenetico andirivieni su e gi per la penisola autorizz nella curia papale la speranza che in realt si volesse tenerne nascosta la morte. La disseminazione di voci tendenziose in questo senso era gi stata sperimentata da Gregorio Nono quando Federico si trovava in Palestina. Sebbene certamente vivo, pu essere che l'imperatore non fosse del tutto vegeto. Nel dicembre del 1250, a Castel Fiorentino in Puglia, venne colpito da un violento attacco di dissenteria, che per non vi  motivo di supporre collegato a un altro tentativo di avvelenamento. Rendendosi forse conto che le forze andavano declinando, Federico il 7 dicembre dett le sue ultime volont, nitida testimonianza di quello che era stato il vero obiettivo di tutta la sua esistenza: la conservazione dell'eredit degli Hohenstaufen nelle generazioni a venire. Nomin Corrado suo successore in Germania, Italia e Sicilia, ma se questi non avesse avuto eredi avrebbe dovuto passare le consegne a Enrico figlio di Isabella. Quanto a Enrico, gli spettavano il trono di Arles o quello di Gerusalemme, a seconda dei desideri di Corrado; 100 mila once d'oro, somma non disprezzabile, gli venivano messe a disposizione per la riconquista della Terra Santa. A quanto sembra questo Enrico fu molto amato dall'imperatore, ma altrettanto si pu dire per l'illegittimo Manfredi, cui era affidato il governo del "regnum" durante l'assenza di Corrado in Germania (dove, come abbiamo visto, ebbe il suo daffare a reprimere l'opposizione). Rodeva Federico anche l'ansia di far ammenda verso coloro che avevano sofferto per sua colpa. Ordin di restituire alla Chiesa tutto ci di cui si era appropriato, fatti salvi l'onore e la dignit dell'Impero Romano: un atto conciliante ampiamente rivelatore di quanto tenesse alla pace negoziata con la Santa Sede. Dichiar altres un'amnistia per i reati minori e dispose affinch fosse alleggerito il carico fiscale: era consapevole dei pesanti oneri imposti da "collecta" e altre tasse di guerra. Per quel che lo riguarda pi da vicino, l'imperatore scelse come luogo di sepoltura la cattedrale in Palermo dove gi riposavano il padre Enrico Sesto, la madre Costanza, il nonno Ruggero Primo, la prima moglie Costanza. Questo desiderio fu tempestivamente rispettato: quasi cent'anni prima, Ruggero Secondo aveva lasciato per testamento di essere tumulato a Cefal e il suo corpo in via provvisoria era stato deposto in un semplice sarcofago di porfido nell'attesa del trasferimento da Palermo ad una tomba pi elaborata del medesimo materiale; ma la traslazione non aveva mai avuto luogo e Federico volle per s il ricco sepolcro vuoto in origine riservato al nonno. Qui, fianco a fianco, giacciono oggi i due sovrani, inumati nel marmo imperiale dell'antica Roma.
Attorniato dai suoi consiglieri, l'imperatore consum le residue energie. Tra gli astanti, numerosissimi, figurava l'arcivescovo di Palermo, Berardo, che era sempre rimasto al suo fianco. Perdurando l'ostracismo del papa, tocc a lui confessare e assolvere Federico, paludatosi, se vogliamo prestar fede a Matteo di Parigi, da monaco cistercense. Un tempo il pi potente sovrano della cristianit, ora intendeva lasciare questa valle di lacrime nelle umili vesti di un povero penitente, rinunciando ad ogni possedimento terreno. Era un segnale a chi gli stava intorno e a Dio che egli non aveva mai negato i princip essenziali della sua fede. Il 13 dicembre 1250, tredici giorni prima del compimento del suo cinquantaseiesimo anno, venne la fine - d'improvviso, giacch la malattia l'aveva colto proprio nel momento in cui pareva sul punto di prevalere in Italia e Germania. Vicino al capezzale stava Manfredi, reggente in Sicilia, le cui parole, in una lettera a Corrado, esprimono concisamente il punto di vista degli Hohenstaufen sulle imprese dell'imperatore: "Il sole della giustizia  tramontato, l'artefice della pace  spirato". Non era approdato alla vittoria, ma neppure era stato sopraffatto. La sua massima ambizione sembrava prossima a realizzarsi: che i figli ereditassero i suoi regni e portassero innanzi il buon nome della dinastia.

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Capitolo tredicesimo.
I FANTASMI DEGLI HOHENSTAUFEN.


1.

L'Anno del Signore 1251 esplose a Lione con la notizia della morte del pi agguerrito avversario del pontefice. "Si rallegrino il cielo e la terra", proclam Innocenzo all'udire della scomparsa del nemico giurato della Chiesa, il tiranno Federico. L'annuncio di quello che il papa considerava un trionfo dell'Onnipotente  una delle pagine meno appetibili del registro papale. Ma Innocenzo si preoccup anche di ricordare ai suoi ascoltatori la seguitante minaccia degli Hohenstaufen. Occorreva dirigere il fuoco delle batterie su Corrado, sollecitare i Siciliani a disfarsi dei loro padroni e rimettere al lavoro Guglielmo d'Olanda in Germania. Le vicende dei vent'anni che seguirono vengono comprensibilmente trascurate nella stragrande maggioranza delle analisi storiche del regno di Federico Secondo. Il finale  drammatico a sufficienza. Nelle versioni ottimistiche, l'imperatore pare essere sul punto di recuperare la sua forza politica quando viene tradito dalla sua forza fisica; in quelle pessimistiche, la corte imperiale ancora barcolla sotto le mazzate di Parma e la sorte della dinastia sembra segnata. Non si possono per ignorare gli sviluppi postumi: l'uscita di scena di Federico non bast a porre termine al conflitto; Innocenzo Quarto rimase alla guida della Chiesa ancora quasi quattro anni e i suoi successori, in gran parte appartenenti alla stessa corrente di pensiero curiale, si impegnarono duramente per portare a termine quello che era stato lo scopo di tutta la sua vita: lo sradicamento della casa degli Hohenstaufen. La sfida di questi pontefici era diretta al cuore stesso della politica di Federico Secondo, la creazione di un impero diversificato ma devoto alla dinastia, comprensivo della Sicilia e della Germania ma anche di ampie estensioni dell'Italia settentrionale, trasmissibili di generazione in generazione, "in toto" o a settori, nell'ambito della famiglia regnante sveva. Sull'opposto fronte il papato si sforz di elevare ai troni di Germania e Sicilia campioni separati, pronti ai comandi della Santa Sede e provvisti di vene in cui non scorresse neppure una goccia di sangue degli Hohenstaufen.
Il papato cerc subito di trarre vantaggio dall'insperata fortuna scatenando l'ennesima offensiva contro il Meridione. A favore delle truppe pontificie giocava l'inquietudine di Napoli e delle regioni di confine, una leggera distrazione federiciana che ora minacciava di sfuggire al controllo. L'assenza di Corrado in Germania sicuramente agevol l'avanzata dei ribelli, che per ebbero il torto di sottovalutare l'energia del reggente Manfredi. Questi rivel doti di abile stratega ed anzi riport l'ordine in misura tale da autorizzare Corrado a prender contatto con il pontefice suggerendo di seppellire le asce di guerra e invitandolo a riconoscerlo quale re di Sicilia - un'ingenuit colossale, visto che la mente del pontefice rifiutava di prendere anche solo in considerazione l'ipotesi di una duplice corona sul capo di un unico Hohenstaufen e veleggiava in altre direzioni, gi sedotta, a quanto risulta, dall'idea di un campione che conducesse le insegne pontificie alla vittoria nell'Italia meridionale. Riprese cos la ricerca di un principe occidentale che fosse pronto a rispondere all'appello. Avendo declinato l'invito Riccardo conte di Cornovaglia, da tempo sulla lista, gli occhi di Innocenzo si posarono su un nobile inglese di alto lignaggio ma ancora fanciullo, Edmondo, figlio di Enrico Terzo e nipote di Riccardo. Costui avrebbe certo portato in dote le risorse del monarca vassallo d'Inghilterra, la cui lealt nei confronti del papato era andata riaffermandosi nel corso del conflitto con Federico. Certo maggior lustro avrebbe assicurato il fratello di Luigi Nono, Carlo d'Angi, dispostissimo a mettersi al servizio della Santa Sede ma costretto a fare i conti con la rigida opposizione del re di Francia, preoccupato di conservare la propria studiata equidistanza nel conflitto tra i due massimi contendenti. Un principe del rango di Carlo poteva significare ampi consensi, mentre l'idea che il giovane Edmondo potesse pilotare una crociata in Sicilia era considerata con scherno dai baroni inglesi, poco interessati alla gloria dinastica che sarebbe venuta a Enrico Terzo ove suo figlio si fosse assiso sul trono siciliano e viceversa consapevoli che l'acquisizione della Sicilia avrebbe potuto tradursi in realt soltanto con denaro estratto in gran parte dalle loro tasche. L'"affare siciliano" in Inghilterra rapidamente si caric di implicazioni domestiche che sconvolsero l'alta aristocrazia, tanto che persino il papato cominci a rendersi conto che la scelta di un ragazzetto da porre sul trono siciliano aveva procurato soltanto indugi e controversie. I successori di Innocenzo furono lieti di cercare altrove il paladino di Cristo. Nel 1258 i diritti di Edmondo vennero congelati, su intesa tra la corona inglese e il pontefice. Sfortunatamente per Enrico, la designazione di Edmondo si lasci dietro uno strascico di contrasti politici.
La carriera di Corrado Quarto era venuta a subitanea fine nel 1254, con la sua prematura dipartita, dopo una breve discesa in Puglia per rivendicare il titolo che gli spettava. Scomparso era anche Enrico figlio di Isabella. Pareva che il trascorrere del tempo avesse risolto una parte dei problemi di Innocenzo. Corrado aveva lasciato in Germania un figlio di un paio d'anni battezzato con il suo stesso nome ma in generale noto come Corradino, o "piccolo Corrado". Non lo si poteva certo considerare una minaccia; la virtuale estinzione della dinastia regnante aveva gettato i principi teutonici nello scompiglio e in Sicilia rimaneva soltanto il reggente Manfredi, che non pareva voler avanzare pretese di governo in Lombardia, nell'Italia centrale e in Germania. Innocenzo intravvide uno spiraglio per avviare trattative con Manfredi, sorvolando sul fatto che questi era pur sempre un figlio di Federico. L'evidente ansia di Manfredi di vedersi legittimare il diritto al trono offriva al papa un'irripetibile opportunit di esercitare da ultimo le sue prerogative di signore feudale del regno di Sicilia. Manfredi ricevette rassicurazioni giuridiche e conferma del titolo di principe di Taranto, un onore conferitogli da Federico Secondo. Inebriato da un nuovo senso di potenza, il pontefice si rec a Napoli per soprintendere alla riorganizzazione del "regnum": la creazione tanto a lungo differita di liberi comuni, e lo smantellamento o ristrutturazione della burocrazia normanna centralizzata. Offeso a morte dall'ostentazione di autorit da parte di Innocenzo, Manfredi non perse tempo a litigare e si ritir fulmineamente nella roccaforte saracena di Lucera, sfidando la collera e le truppe del papa. Mirava ormai a mettersi sul capo la corona di Sicilia, trovando sostegno in questa sua ambizione nel precedente di Tancredi - anch'egli figlio naturale - e nella determinazione di tener vivi la politica e il buon nome del padre. Figlio devoto di Federico, ne aveva financo ereditato l'interesse per la falconeria, concretizzatosi nell'edizione definitiva del manuale "De Arte venandi cum avibus". I metodi di Innocenzo gli erano insopportabili e non era improbabile che il pontefice intendesse semplicemente servirsi di lui sino a quando sul trono siciliano non potesse sedersi un principe di diverso lignaggio.
L'autorevolezza di Manfredi si pales con la morte di Innocenzo sul finire del 1254. Al pari di Federico Secondo, il papa non era vissuto abbastanza a lungo da assistere all'esito della lotta cui aveva dedicato le migliori energie. Egli credeva fermamente nel potere ecclesiastico, in forza del quale la resistenza degli Hohenstaufen era paragonabile al sacrilegio, ma la sua indisponibilit al compromesso, e l'uso disinvolto dello strumento della crociata contro i suoi nemici, contribuirono non poco ad offuscare la reputazione del papato presso le corti europee. Non si lasci distogliere dalle mille difficolt e merita il nostro invidioso rispetto per l'ostinazione, la relativa coerenza e la fermezza di cui diede prova. La sua conoscenza del diritto canonico trovava pochi confronti e non v' traccia di cinismo nell'uso che fece di argomenti legali, teologici o morali a difesa delle proprie convinzioni. Ogni compromesso con gli avversari altro non era che una perdita di tempo. Non era lecito differire la dimostrazione che l'autorit papale si estendeva non soltanto sui regni vassalli come la Sicilia ma su tutta la cristianit. Meno agevole  stabilire se il linguaggio apocalittico di Rainiero di Viterbo toccasse in lui qualche corda riposta. La curia papale sfornava a getto continuo agghiaccianti descrizioni degli errori e dei peccati di Federico Secondo, rafforzandole con immaginifiche citazioni tratte da "Daniele" o dall'"Apocalisse". Fosse o meno sensibile a questo modo di esprimersi, Innocenzo non cedette di un pollice sulle questioni di principio.  stato definito "un papa molto papale": una frase che rende a meraviglia la sua incrollabile adesione, nella teoria come nella pratica, alla formula massimalista dell'autorit pontificia.
La sostituzione di Innocenzo Quarto con un Santo Padre di analogo orientamento (Alessandro Quarto) non fece n freddo n caldo a Manfredi. Rinnovando l'ascesa al trono del bastardo Tancredi, Manfredi di Hohenstaufen persuase i baroni siciliani a eleggerlo re. Come nel 1190, l'aristocrazia feudale pot sostenere che interesse primario del regno era un sovrano che risiedesse sul posto e fosse in et di governare. Ovviamente l'assunto che toccasse ai baroni, magari con l'aggiunta di un pizzico di notabili, il privilegio di eleggere il monarca contraddiceva la concezione papale che chiunque fosse a capo della Sicilia, in quanto vassallo della Santa Sede, dovesse da questa essere confermato in carica o addirittura scelto. L'uso di un "parlamento" di grandi feudatari per eleggere un re, consolidato nel 1130 e 1190 e ripetuto nel 1282, era un modo efficace di esautorare l'autorit papale: il sistema solleticava la vanit dei baroni e ne garantiva la lealt nel conflitto con un papato che certo avrebbe loro negato un potere di intervento cos decisivo. N un'elezione andava d'obbligo a detrimento della dignit della Corona, a patto che si verificasse in un momento di grande preoccupazione dell'aristocrazia per la mancanza di un leader permanente.
Manfredi non perse tempo a ripristinare i metodi di governo e la linea politica del padre; gi la breve interferenza di Innocenzo Quarto aveva prodotto qualche guasto. All'interno del regno, revoc senza indugio le libert municipali; ricostitu i fasti della corte paterna; continu a servirsi di un manipolo scelto di Saraceni da Lucera. Il porto di Manfredonia, da lui fondato, dopo la sua morte sarebbe a lungo rimasto un importante centro del commercio granario dell'Adriatico. Federico Secondo aveva mantenuti contatti con gli Stati greci sopravvissuti alla conquista latina di Costantinopoli nel 1204; Manfredi arriv a combinare un matrimonio tra la figlia Elena e Michele Secondo, despota dell'Epiro, ricavandone in dote l'isola di Corf, Durazzo e un buon tratto della costa albanese. Altrettanto importante per le prospettive future fu una nuova alleanza matrimoniale stipulata con l'Aragona: l'erede al trono di Aragona e Catalogna, Pietro, impalm nel 1260 un'altra figlia di Manfredi, Costanza, che port con s alla corte barcellonese piatti cari al palato siciliano, come il piccione arrosto.  lecito assegnarle il valore di un simbolo del rinnovarsi di un legame che aveva arricchito di piacere ed anche di qualche armigero la giovinezza di Federico Secondo in Sicilia all'epoca del suo sposalizio con Costanza d'Aragona. Ecco qui Giacomo Primo d'Aragona, conquistatore di Maiorca, Valencia ed altre terre, vassallo del papa, astro nascente d'Occidente, consentire a un matrimonio con un nemico di colui al quale tecnicamente doveva obbedienza. V'erano dunque sovrani nel Mediterraneo propensi ad accettare le rivendicazioni di Manfredi al trono di Sicilia, fondandosi sulla cospicua evidenza del suo saldo governo e del supporto di gran parte dell'alto baronaggio.
Manfredi aveva, a tutti gli effetti, immobilizzato il papato. Senza neppur pi un Edmondo sollecito agli ordini di Roma, la Santa Sede fu costretta a segnare il passo nell'Italia meridionale. Sulle prime Manfredi si mostr piuttosto circospetto per quanto riguardava le regioni centro-settentrionali; non gli era possibile comporre i contrasti delle citt lombarde e, negli anni cinquanta, si guard bene dall'accampare pretese territoriali nella Pianura Padana. Man mano si fece per sempre pi premura di sostenere gli alleati ghibellini dell'Italia centrale, senza dubbio nel timore che la loro distruzione sguinzagliasse un massiccio attacco guelfo ai suoi stessi territori. Non lesin perci appoggio ai ghibellini di Siena nel 1260, quando alla battaglia di Montaperti questi e i loro confederati toscani sgominarono una coalizione di guelfi. Opportunismo della pi bell'acqua: qualche anno prima si era opposto a Siena e, a differenza degli Hohenstaufen che l'avevano preceduto, diede aiuto ai Genovesi contro i Pisani - a lungo i pi fedeli sostenitori di Federico Barbarossa e dei suoi eredi. Anzi, giunse addirittura al punto di concedere generose agevolazioni commerciali a quegli stessi Genovesi che il proprio padre aveva badato a tener lontani. Il problema era che l'annodarsi di legami sempre pi stretti tra Manfredi e il centro-nord non poteva non essere recepito dalla Santa Sede come un'affiorante minaccia alla sua influenza in Lombardia e in Toscana. Di particolare gravit erano i dichiarati disegni di Manfredi su un paio di comuni - nel 1261 reclam Alessandria, in Piemonte, una citt che era nata come simbolo della resistenza lombarda agli Hohenstaufen. L'asserzione di questi diritti nel Nord Italia stimol il papato a raddoppiare gli sforzi per scovare un campione capace di spazzar via gli Hohenstaufen dalla penisola.

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2.

Papa Urbano Quarto (1261-64), francese di nascita, trov il suo uomo in Obizzo d'Este, capitano-generale di una lega filopontificia che includeva citt di primo piano quali Ferrara e Mantova. Il guazzabuglio lombardo, che nessuno era riuscito a districare in maniera definitiva, riprese nuova lena; ma questa volta la questione non si riduceva pi al pieno riconoscimento dell'autorit di un Sacro Romano Imperatore nell'Italia settentrionale. Manfredi era ormai completamente invischiato nelle lotte fratricide tra fautori, autoproclamatisi, della Chiesa o guelfi, e sostenitori, autonominatisi, di un impero acefalo o ghibellini. Ezzelino aveva dovuto alzare bandiera bianca sotto l'impatto di una crociata lanciata contro di lui all'epilogo della vita di Innocenzo Quarto, per cui i ghibellini erano in cerca di un nuovo patrono e avevano fondati motivi di identificarlo nella persona di Manfredi, salito al potere proprio in quei critici frangenti. D'altra parte, l'intesa di Manfredi con i comuni settentrionali era vista a Roma come una conferma dell'impossibilit di venire a patti con gli Hohenstaufen. Pur priva di una corona imperiale, l'esecrata trib sembrava ansiosa di sottomettere tutta la penisola. Il problema non si compendiava, come aveva supposto Gregorio Nono, nell'unione di impero e "regnum". Qualsiasi re svevo di Sicilia anelava a estendere la propria influenza sulla Lombardia, e potenzialmente anche sull'Italia centrale. Seguendo il filo di questo ragionamento, Urbano rivitalizz le quiescenti speranze di scegliere un paladino tra i principi d'Europa, un "atleta di Cristo" che guidasse la crociata contro la casa di Federico alla vittoria finale con la conquista del Mezzogiorno e della Sicilia.
Gi nel 1252 il papato aveva esplorato la possibilit di assicurarsi allo scopo i servigi di Carlo d'Angi. A distanza di dieci anni, dopo il fiasco del principe Edmondo, la candidatura di Carlo alla corona siciliana era divenuta ancor pi opportuna e appetibile. Nel 1246 la moglie Beatrice gli aveva recato in dote la contea di Provenza, e cio un territorio che formava parte dell'impero degli Hohenstaufen (soltanto nel 1486 la Provenza angioina sarebbe stata unita al regno di Francia). La Provenza costituiva un capace serbatoio di ricchezze per un comandante militare che volesse impelagarsi in quella che senza dubbio sarebbe stata una costosa guerra italica: era ben amministrata e contava fiorenti citt, prima tra tutte il grande porto di Marsiglia; era stata in precedenza governata da un ramo della casa d'Aragona e la sua acquisizione ad opera di Carlo dest profonda ostilit alla corte degli alleati aragonesi di Manfredi. Carlo seppe rafforzare il proprio potere estirpando alla radice l'opposizione politica in Marsiglia e in altre citt pi avvezze alle autonomie comunali che all'amministrazione centralizzata di un conte angioino. Molte cure dedic poi alla sottomissione dei potenti baroni dell'entroterra provenzale e alla normalizzazione dei rapporti con la repubblica genovese, il cui territorio confinava con quello della Provenza lungo la costa mediterranea. Anche i signori del Piemonte occidentale, come il conte di Saluzzo, cominciarono a rendergli omaggio. Insomma, dopo quindici anni di indefesso lavoro Carlo era riuscito a ritagliarsi un opulento dominio mediterraneo e andava allungando il collo verso altri lidi. Gli interessi degli Angi e degli Hohenstaufen erano in rotta di collisione nell'Italia nordoccidentale: abbiamo osservato che Manfredi coltivava ambizioni sul Piemonte, e amicizie tra i Genovesi.
Favoriva anche i progetti papali il carattere di Carlo. Non  facile spingersi oltre lo stereotipo di un uomo d'arme assetato di gloria, farisaico e camaleontico. Destinato in origine, quale membro cadetto della dinastia dei Capetingi, alla carriera ecclesiastica, ricevette ancor giovane in appannaggio la contea del Maine e le terre della valle centrale della Loira, da poco strappate alla Corona inglese. Prima del 1246 lo ritroviamo attivissimo anche nelle Fiandre, intento ad allargare i suoi domini nella zona attorno a Valenciennes. Un poeta genovese rilev che era "avido anche quando non era un conte, doppiamente come re". Lo scultore italiano del Tredicesimo secolo Arnolfo di Cambio, che ne intagli una statua a grandezza naturale per il comune di Roma, gli confer un'espressione severa e lugubre, forse intesa a comunicare un senso di remota maest, ma in realt tale da suggerire allo stesso tempo un'indole schiva e una determinazione feroce. Qualche trovatore cant le sue lodi e non v' dubbio che fosse generoso con le belle arti; ma il plauso di un poeta era inquinato dalla prospettiva di un vitalizio e non va preso troppo sul serio. Gli storici francesi si sono sforzati di modificare la nomea di bruto insensibile che la tradizione ci ha consegnato; non si pu negare che nelle sue azioni, almeno a partire dal 1284, fosse guidato da un senso di profonda devozione religiosa. Le sue vaste ambizioni nel Mediterraneo avevano come chiave di lettura il bene di tutta la cristianit e non soltanto quello suo personale. Comunque non fu mai schiavo dei papi; aveva idee ben precise, magari un po' presuntuose, e le port pi innanzi di quanto la maggioranza dei Vicari di Cristo avrebbe desiderato.
Nel 1262 e '63 Carlo venne tenuto in spasmodica attesa, mentre il pontefice cercava di decidere su un possibile patto con Manfredi: questi avrebbe soccorso l'imperatore latino di Costantinopoli (riconquistata, nel 1261, dai Greci di Nicea) in cambio del riconoscimento papale del suo titolo al trono siciliano. Alla fine Urbano decise per di non farne nulla - tutto considerato, Manfredi costituiva un pericolo nell'Italia settentrionale e molti guelfi non vedevano di buon occhio una pace a qualsiasi costo con gli Hohenstaufen. Ne scatur cos un accordo con Carlo d'Angi, incaricato di invadere la Sicilia alla testa di un forte esercito per il quale promise a piene mani navi e uomini, pagati in parte di tasca propria e in parte con i proventi di una "una tantum" pro-crociata (di cui parleremo tra breve). A Carlo venne fatto espresso divieto di ambire ai possedimenti imperiali in Italia, o al Patrimonio di San Pietro: lo spettro spaventevole di un re arbitro dell'intera penisola doveva essere bandito per sempre. Il papa avrebbe usato le sue arti diplomatiche per impedire a Corradino di ricevere la corona del Sacro Romano Impero e di trasformarsi cos in una minaccia potenziale in Italia. Carlo ottenne l'assicurazione che la crociata sarebbe stata predicata a suo nome, e il diritto di incamerare - per tre anni - le rendite ecclesiastiche in Francia, Provenza e nell'antico regno di Arles. A pi lungo termine, veniva promessa al pontefice la riattivazione del "census", un tributo annuale dovuto dal re di Sicilia al suo signore feudale: una somma di 10000 once d'oro. Tempo qualche mese, Carlo denunci quanto fosse elastica la sua interpretazione degli accordi, accettando dai cittadini di Roma il titolo di senatore in barba ad una precisa clausola che gli avrebbe precluso qualsiasi carica onorifica nella citt dei papi. I cardinali anti-angioini nella curia gridarono allo scandalo, con modesti effetti. E Manfredi pass al contrattacco con inaudita sfacciataggine, chiedendo agli abitanti dell'Urbe una corona imperiale - pura e semplice adulazione, giacch soltanto gli elementi pi radicali reclamavano il potere di conferire l'investitura. Non  il caso di dare a simili richieste eccessivo peso; n, in questa fase, si pu pensare che Manfredi considerasse Carlo uno spauracchio.
Tuttavia Carlo d'Angi era un abile organizzatore e non perse tempo a mettere in esecuzione i piani militari che aveva elaborato a tavolino. Prima che volgesse al termine il 1265 aveva definito con le citt lombarde e i vari signorotti italiani le condizioni utili a poterne attraversare indenne i territori e aveva preso contatti con i guelfi dell'Italia del Nord (tra gli altri, con Obizzo d'Este) onde assicurarsene l'azione di copertura in previsione delle inevitabili manovre di disturbo dei ghibellini mentre egli sarebbe stato impegnato nella conquista del Sud. A differenza del nuovo inquilino di San Pietro (Clemente Quarto), Carlo si rendeva conto che la campagna siciliana era condizionata all'acquisizione di potenti alleati nell'Italia settentrionale. Una cosa era essere vincolato a non metter becco nei domini imperiali della Pianura Padana, un'altra arrischiare una strategia che non tenesse conto dei solerti fautori settentrionali di Manfredi. I ghibellini toscani davano segni di particolare vivacit. Il vero problema di Carlo era per di natura finanziaria. Luigi Nono non aveva alcuna intenzione di sovvenzionare un progetto che soltanto a malincuore si era deciso ad avallare. Ben presto le risorse della Provenza si rivelarono inadeguate per l'impresa di ampio respiro che Carlo aveva in mente e purtroppo le contribuzioni che gli erano state garantite faticavano a materializzarsi nella misura anticipata. Particolare negligenza a questo proposito dimostrava il clero francese, nonostante un alto prelato, Simone di Brie, fosse stato assegnato alla predicazione della crociata e alla raccolta dei fondi. Dal canto suo, Carlo trov appoggio tra i banchieri guelfi in Toscana, ma fu costretto a rivolgersi al papa, che dovette ipotecare i suoi interessi per mettere insieme in tutta fretta la somma necessaria. Come osserv Edouard Jordan, "prima ancora che il futuro re di Sicilia avesse raggiunto la Sicilia, i forzieri papali mostrarono il fondo". In gran parte deluse andarono anche le speranze che frotte di volontari prendessero la croce contro Manfredi, aggregandosi a proprie spese all'esercito di Carlo. Ci non toglie che prima dello spuntare del nuovo anno si fosse adunata nell'Italia settentrionale un'eterogenea massa di Francesi, Provenzali, Italiani ed anche Tedeschi, Inglesi e Spagnoli, una corrosiva mistura di crociati, mercenari, vassalli feudali, avventurieri. Alcuni sognavano terre, uffici e prebende nell'Italia meridionale; altri si accontentavano di vedersi condonare i peccati in cambio del loro aiuto nello sradicamento degli eredi di Federico.
Il 3 febbraio 1266 l'armata di Carlo d'Angi attravers la frontiera del "regnum" e si avvi a un rendez-vous a Benevento con le forze di Manfredi. Carlo era gi stato incoronato re dal papa prima dell'invasione. Un evento che stava a indicare il nuovo rapporto di vassallaggio della monarchia siciliana. Il 26 febbraio le truppe di Manfredi si squagliarono come neve al sole; il loro capo combatt con il coraggio che gli era proprio, rifiutando di volger le spalle al nemico. Venne abbattuto ed insieme a lui caddero, o furono catturati, molti nobili siciliani e ghibellini toscani che erano rimasti fedeli alla casa sveva. Essendo scomunicato, Manfredi venne sepolto senza cerimonie ecclesiastiche ma con gli onori dovuti a un principe sconfitto. Carlo rispettava i dettami della cavalleria; con minimo sforzo, si era cos ritrovato padrone del campo. Per una volta i disegni papali contro gli Hohenstaufen erano andati a buon fine. La vittoria che aveva eluso Gregorio Nono e Innocenzo Quarto era stata finalmente afferrata nello spazio di qualche settimana. Il trionfo era ancor pi completo in quanto l'opposizione nativa aveva perduto non soltanto il proprio sovrano eletto ma un gran numero dei capi di seconda schiera. Un pugno di baroni continu la lotta tra i monti, ma Carlo seppe dar prova di clemenza, guardandosi anzi bene dal sovvertire l'ordine costituito - le strutture amministrative e gentilizie esistenti erano essenziali per raggranellare i fondi e le risorse che gli venivano dai suoi novelli sudditi. Mugugni assortiti si levarono dai suoi stessi seguaci quando si resero conto che non sarebbero state distribuite le grandi ricompense in vista delle quali avevano seguito il loro condottiero.
Carlo dunque non smantell il sistema di governo preesistente. La burocrazia angioina non venne modellata su quella normanno-sveva, ma piuttosto si identific con essa senza significative soluzioni di continuit. Basti pensare che sotto gli Angioini vide la luce una nitida copia del registro normanno del servizio militare, il "Catalogo dei Baroni", eseguita con ogni probabilit da un ex dipendente degli Hohenstaufen che aveva trasferito i suoi servigi alla nuova dinastia, uno di quella folta schiera di Amalfitani e Salernitani che senza scrupolo alcuno avevano posto la loro efficienza agli ordini di un padrone completamente diverso. Naturalmente qualcuno rifiut di adattarsi al nuovo stato di cose: Giovanni da Procida, che aveva assistito Federico Secondo nei suoi ultimi giorni, prefer stabilirsi alla corte aragonese. Ritorneremo su questo personaggio tra qualche pagina. Carlo d'Angi ebbe d'altra parte l'accortezza di non gettare alle ortiche l'ordinamento giuridico di Federico Secondo che risaliva agli anni precedenti la sua formale deposizione a Lione. Alle "Costituzioni di Melfi" si rifece esplicitamente Carlo quando, nel 1267, radun in assemblea i giustizieri e i tesorieri per esaminare le lamentele che gli erano pervenute nei loro confronti. La battaglia di Benevento regal succosi frutti a Carlo anche al di fuori del "regnum". Con sorprendente impudenza egli si appropri di Corf e dell'Albania - autonominandosene sovrano -, che pur erano giunte alla famiglia degli Hohenstaufen per via di dote. Ma quel che pi conta  il dilatarsi dei consensi nell'Italia settentrionale per effetto del suo accresciuto prestigio dopo Benevento. Dovette,  vero, rinunciare alla dignit senatoria dell'Urbe cedendo alle pressioni della Santa Sede, ma ottenne di poter inviare propri osservatori ad un consiglio della Lega Lombarda in Milano nel 1266, nonch l'autorizzazione papale al suo siniscalco in Piemonte e Provenza di tener d'occhio l'evolversi della situazione in Lombardia. Carlo evit di irritare la curia romana assumendo su di s cariche effettive, ma fece incetta di titoli ad honorem, come "podest" o "signore" di citt guelfe (Firenze, ad esempio) e riusc ad attrarre estese aree nella sfera di influenza angioina. Il pontefice assisteva con una certa apprensione al moltiplicarsi di queste iniziative, ma i gruppi dominanti nella curia erano filoguelfi e grande era la tentazione di servirsi della forza politica e delle risorse militari di Carlo per mettere a segno colpi risolutori anche nell'Italia centro-settentrionale. Ad ogni modo il papa rimaneva saldo al principio di confinare le attivit di Carlo al Mezzogiorno e al Mediterraneo. Era augurabile che l'"athleta Christi" volgesse le sue energie a Oriente e mobilitasse le potenzialit del "regnum" ai fini di una crociata per la riconquista di Gerusalemme e, perch no, di Costantinopoli, ormai ricaduta nelle mani dei Greci scismatici. Occorreva trovare nell'Italia settentrionale, e diciamo anche in Germania, un "campione" nuovo di zecca che perpetuasse la divisione di "regnum" e impero.

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3.

Malgrado tutto, i ghibellini non avevano gettato la spugna, riponendo ogni residua speranza in quell'infante, figlio di Corrado Quarto, cui Manfredi aveva usurpato la Corona di Sicilia. Fuggiaschi meridionali ed esuli toscani esortarono il principe Corradino a calare in Italia e a fare per la causa degli Hohenstaufen ci che Carlo aveva fatto in nome del papa. Proprio Carlo aveva dimostrato quanto potesse essere agevole la vittoria, a patto di godere di sufficienti appoggi. Corradino aveva per soltanto quattordici anni. L'entusiasmo giovanile non poteva compensare la mancanza di esperienza militare e diplomatica. Fortunatamente sia a nord che a sud dei confini del "regnum" non mancavano i potenziali alleati. L'apparire nel 1267 dell'imberbe pretendente nell'Alta Italia ebbe effetti drammatici: come il giovane Federico aveva indotto all'obbedienza gran parte della Germania, cos il nipote ispir baroni e citt del Sud alla ribellione contro l'indesiderato invasore francese. Parve ai ghibellini che si potessero ripetere i miracoli di un non lontano passato e che nuove glorie fossero a portata di mano. La Sicilia si lev in rivolta e un contingente di Berberi inviato dal sovrano di Tunisi sbarc sull'isola. Gi vassallo degli Hohenstaufen, il re tunisino intravvide una ghiotta opportunit di sottrarsi alla sua incomoda posizione. Un colpo ben assestato agli Angioini poteva emancipare Tunisi dal regolare pagamento di un tributo alla corte siciliana. Caos in Sicilia, ma sviluppi non meno gravidi di conseguenze sulla terraferma. Avendo appoggiato la scorreria di Carlo, Enrico, principe di Castiglia, si attendeva in ricompensa terre e titoli. Deluso nelle sue aspettative, mise insieme un piccolo esercito che avanz su Roma, venne eletto capitano-generale dei ghibellini in Toscana e sembr destinato a diventare uno dei cardini dell'azione militare di Corradino.
La calorosa accoglienza pisana incoraggi Corradino a proseguire la marcia verso quella che considerava la sua eredit. Era ben provvisto di denaro e persino qualche nobile minore del Nord Italia, come il marchese di Saluzzo, aveva deciso di dargli tiepido sostegno nel timore di un'eccessiva invadenza dell'ambizioso Carlo. Non poco rincuor poi Corradino la vista di Carlo d'Angi che si affannava a spazzar via almeno una parte dell'opposizione prima che il rivale attraversasse le frontiere del regno di Sicilia. Particolare fastidio dava a quest'ultimo la fortezza saracena di Lucera, che aveva optato per gli antichi padroni. A dispetto dell'energica condanna dei Saraceni di Lucera, in tutte le bolle dirette contro Manfredi, e prima ancora contro Federico Secondo, la colonia musulmana era sopravvissuta sotto Carlo, il quale peraltro non si perit di approfittare del lussuoso palazzo edificato in Lucera dall'odiato imperatore. La colonia sarebbe stata soppressa soltanto nel 1300, ma and assai vicina all'estinzione durante l'assedio del 1268. Altri eventi sopraggiunsero. Corradino andava aprendosi la strada nel "regnum", forte di un esercito solido e moderno - gli uomini di Enrico di Castiglia indossavano l'armatura a piastre, pesante ma ritornata in auge. Le famiglie romane degli Orsini e degli Annibaldi (fornitori questi ultimi dello scomparso papa Alessandro Quarto, ostile a Manfredi) davano ora aperto appoggio agli Hohenstaufen. La posizione di Carlo era critica.
Carlo abbandon l'assedio di Lucera, muovendo a nord-ovest verso il villaggio di frontiera di Tagliacozzo. Ivi infuri una battaglia sanguinosa le cui sorti in un primo tempo parvero volgere in favore dei ghibellini; con uno sforzo disperato gli Angioini riuscirono per a rinserrare le file e ad avere la meglio. Ambo le parti lamentarono perdite ingenti. Corradino si diede alla fuga, ma fu tosto catturato. Seguirono nell'Italia meridionale mesi di spietata repressione dei nemici di Carlo, molti dei quali erano usciti allo scoperto durante la rivolta del 1267 e l'invasione del 1268. Numerosi baroni pagarono la colpa di essere stati fedeli a Manfredi e a suo padre con la perdita dei loro feudi, dove furono insediati uomini di fiducia del nuovo sovrano provenienti dalla Francia, dalla Provenza e dall'Alta Italia. Stuoli di Francesi, Provenzali e Toscani vennero inseriti nell'amministrazione centrale a Napoli e dislocati come giustizieri ed esattori nelle province. I Fiorentini negli anni accumularono vere e proprie fortune in qualit di approvvigionatori e banchieri di una Corona nel cui successo avevano deciso di investire prima di Tagliacozzo - un investimento davvero redditizio, tradottosi in esenzioni fiscali, diritti di conio e accesso a scorte di grano impervie ai sudditi. Con tutto ci i meridionali non furono tagliati fuori dal governo del "regnum": rimasero al loro posto i funzionari statali amalfitani che gi si erano messi in luce sotto Federico Secondo; non sub se non lievissimi cambiamenti l'impalcatura amministrativa. Va da s che aument il numero dei documenti redatti in francese, poich questo era l'idioma pi familiare al sovrano, cui d'altra parte funzionari di lingua francese garantivano contatti semplificati con le sue propriet nell'Anjou e nel Maine. Siamo comunque ben lontani da uno stravolgimento; piuttosto si pu parlare di una diversa impostazione: la complessa macchina burocratica venne ad essere vista come strumento di pressione di sudditi potenzialmente infidi; furono imposte gravose tasse di guerra - quelle stesse "collecta" che tante aspre critiche si erano meritate da parte del papato al tempo di Federico. Esse servirono a finanziare lontane campagne in Alta Italia, Africa, Albania e Terra Santa, contribuendo a far lievitare la generale insofferenza verso i tributi da pagare a imprese militari che nulla avevano a che fare con il "regnum".
Tagliacozzo segn il tracollo dell'opposizione nel Meridione e in Sicilia. Vi furono confische, impiccagioni, occasionali manifestazioni di piet, per ispirare volta a volta timore o gratitudine. Un atto suscit per orrore persino a quell'epoca. Mentre i contemporanei si sarebbero accontentati dell'eliminazione clandestina dei rivali, Carlo volle processare pubblicamente Corradino e i suoi pi stretti collaboratori. Da un lato, vi possiamo scorgere il desiderio di Carlo di mostrare che egli non era un usurpatore, ma un governante rispettoso delle leggi. Dall'altro, come osserv Emile Lonard, questo processo non poteva essere che una facciata: "la scomparsa dell'ultimo degli Hohenstaufen era una necessit politica degli Angioini". Corradino venne condannato alla decapitazione, in numerosa compagnia. Carlo intendeva ad ogni costo annientare gli Hohenstaufen, poich essi soli potevano rivendicare il regno per diritto di successione, anche se non per disposto papale; essi soli, cos ragionava, avrebbero potuto essere sorgente di ribellione contro la casa d'Angi. Bisognava seguire alla lettera le istruzioni impartite vent'anni prima da Innocenzo Quarto ai suoi seguaci: la dinastia sveva doveva essere abbattuta; se ci significava la sua eliminazione fisica, Carlo non era uomo da tirarsi indietro. Il 29 ottobre 1268 il sedicenne avventuriero Corradino pos dunque il capo sul ceppo: una fine che provoc un senso di raccapriccio in tutta Europa e forn un martire alla causa ghibellina. Ma nonostante l'indubbia accortezza, Carlo non aveva incontrato il suo ultimo rivale Hohenstaufen.

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4.

Non ci pare il caso di esaminare in dettaglio le conseguenze di Tagliacozzo al Nord: il prestigio di Carlo sal alle stelle e il papato, ancorch innervosito dal fervore di iniziative di cui dava prova il re di Sicilia, aveva motivo di congratularsi con se stesso per il fatto che in Lombardia e Toscana garrissero ora in assoluta prevalenza gli stendardi guelfi. Finalmente era stato raggiunto un accomodamento unilaterale sulla falsariga delle aspirazioni di Innocenzo Quarto. Soltanto la separazione di Bassa e Alta Italia non era ancora una realt. Carlo era addirittura riuscito a riprendersi la carica di senatore di Roma, bench la citt avesse festeggiato Corradino al suo passaggio. Nessuno era in grado di contrastarlo. Negli anni settanta fu proprio l'espansionismo angioino a scatenare una reazione: Gregorio Decimo, impaziente di riasserire l'autorit papale in Romagna, cerc un nuovo campione che si insediasse nell'Italia settentrionale, in modo da assicurare il definitivo disgiungimento tra Nord e Sud. La scelta cadde su Rodolfo di Asburgo, re dei Romani, che invero non si dimostr all'altezza ma con la sua sola presenza al di l delle Alpi valse a rammentare a Carlo che le sue ambizioni in Lombardia e Piemonte potevano essere seriamente ridimensionate. Tanto Gregorio Decimo che Niccol Terzo ebbero ulteriori motivi per dubitare di Carlo. Entrambi si impegnarono a fondo per ricucire gli strappi con l'impero bizantino. La riconquista di Costantinopoli nel 1261 ad opera di Michele Ottavo Paleologo aveva riaperto il bisecolare problema del reciso rifiuto della Chiesa greca di riconoscere il primato papale o di conformarsi alla teologia e alle pratiche cultuali dell'Occidente. La Santa Sede si rendeva conto che Michele Ottavo era circondato da nemici e preoccupato di tenere in scacco i vari aspiranti al suo trono, non ultimo il deposto imperatore latino Baldovino di Courtenay. Michele era perci disposto a venire a patti con il papato, cosa che i suoi ambasciatori fecero al Concilio di Lione del 1274. Alcuni principi occidentali, guidati da Carlo d'Angi, sostenevano per che i Greci mai avrebbero onorato i loro obblighi verso San Pietro; la forza era l'unico linguaggio che intendessero. Carlo us accenti vibranti a favore di una crociata contro Costantinopoli, alla cui testa lui stesso si sarebbe posto per ridare lo scettro all'imperatore latino. Avendo domini feudali in Albania e in una parte dell'Acaia, era ovvio che nutrisse interessi territoriali, ma in realt mirava ancor pi a oriente. Nel 1277 Carlo acquist la Corona di Gerusalemme da Maria di Antiochia, del cui diritto di disfarsene  lecito dubitare (si sarebbero dovuti fare i conti con il sovrano di Cipro), affrettandosi a inviare provviste e uomini in Terra Santa. Memore degli argomenti che avevano giustificato la sua stessa crociata contro Manfredi, egli era animato dal desiderio di soccorrere un regno sottoposto a pressioni intollerabili da parte dei Mammalucchi egiziani. Occorreva mobilitare le risorse del regno di Sicilia. Avrebbe mostrato al mondo che un re angioino era un crociato pi affidabile di un Hohenstaufen. Possiamo supporre che nei suoi disegni la riconquista di Costantinopoli fosse un passo strategico importante in direzione di pi vasti orizzonti.
I propositi di Carlo di organizzare una crociata dapprima contro i Greci e poi in Terra Santa sembrarono sul punto di concretarsi quando Simone di Brie, che per suo conto aveva raccolto fondi in Francia durante la campagna di predicazione contro Manfredi, venne eletto papa, assumendo il nome di Martino Quarto, nel 1281. Entusiasta della causa guelfa, Martino prepar anche il terreno a una disfatta militare dell'impero greco, scomunicando Michele Ottavo per non aver dato corso alla promessa unione con la Chiesa romana e creando una coalizione di forze occidentali contro Bisanzio. Aiuto agli Angioini e ai detronizzati Latini doveva venire da Venezia, sostenitrice della prima ora della dinastia che aveva contribuito a insediare dopo la conquista della citt ad opera della Quarta Crociata nel 1204. Carlo si alle con un legame matrimoniale ai Courtenay, garantendosi non gi la Corona di Costantinopoli - che era al di l della sua portata o comunque dei suoi reali interessi - ma l'eventuale successione della figlia in qualit di imperatrice. Grandi destini attendevano la stirpe angioina: ritroviamo, tra i nemici degli Svevi, quello stesso orgoglio dinastico che aveva cos vivamente motivato Federico Secondo.
Nella primavera del 1282 i cantieri navali messinesi erano in alacre attivit. Ma le navi non uscirono mai dal porto. All'ora dei vespri del 30 marzo 1282 alcuni soldati angioini insultarono una giovane sposa siciliana sul sagrato della chiesa di Santo Spirito, alla periferia di Palermo. Ne nacque un parapiglia, sangue fu versato e alto si lev il grido: 'Maranu li francisi!' - "Morte ai Francesi! " La guarnigione angioina venne trucidata e la rivolta entro poche settimane dilag per tutta l'isola, culminando con la caduta in mani ribelli della citt-arsenale di Messina (28 aprile 1282). Gli Angioini avevano perduto la Sicilia, d'un sol colpo e inaspettatamente; e i moti siciliani si diffusero a macchia d'olio sul continente. Ma chi erano gli insorti e che cosa volevano?
Ad entrambe le domande  sorprendentemente difficile rispondere, alla luce degli accadimenti che seguirono. Al culmine della sollevazione i rappresentanti dell'aristocrazia e dei centri urbani chiesero la protezione del papa: era loro intenzione porre la Sicilia sotto la sua giurisdizione, acquisendo alle singole citt quella sorta di status di cui godevano Perugia o Orvieto negli Stati pontifici, vale a dire comuni indipendenti nel rispetto della sovranit papale. Messina in particolare da tempo scalpitava per vedersi riconoscere i privilegi comunali. Martino Quarto era per la persona meno adatta, fatta eccezione per lo stesso Carlo, cui rivolgere simili richieste. Rifiut infatti con assoluta franchezza. Ottima cosa che i ribelli desiderassero buttare a mare gli amministratori amalfitani, francesi e provenzali che avevano oliato con tanta efficienza gli ingranaggi fiscali, ma tutto sommato il loro sistema di governo, come abbiamo visto, era sostanzialmente quello degli Hohenstaufen, anzi applicato se possibile con ancora maggior rigore che sotto Federico. Ad ogni buon conto le lagnanze del 1282 riecheggiano in modo inquietante quelle mosse a Federico Secondo negli ultimi anni di regno: vessazioni fiscali e altre interferenze nella vita economica.  possibile che l'isola fosse piena di rancore per essere stata declassata al rango d'una provincia in favore del Mezzogiorno continentale. Alcuni rivoltosi poi avevano sperimentato la durezza angioina quando erano state soffocate le agitazioni del 1267-68 e non si pu escludere che gli ancora numerosi Greci abbiano avversato la politica di Carlo nei confronti di Bisanzio. Comprensibilmente gli storici francesi si sono dimostrati sensibili all'accusa rivolta a Carlo di avere adottato metodi di governo ancor pi repressivi di quelli di Federico. Nel 1285 un pontefice ebbe ad ammettere che nel corso del regno di Carlo and perduta l'abitudine di tenere regolari adunanze dei giustizieri in modo da passarne al setaccio fine la condotta. N si pu dire che il sovrano trascorresse molto tempo in Sicilia: si fece vedere soltanto in occasione della crociata di Tunisi del 1270-71. D'altra parte non fu soltanto l'isola a ribellarsi. Tutto sommato, la prima fase dell'insurrezione dei Vespri Siciliani va considerata una sommossa contro il malgoverno: la scintilla fu la tensione tra i Palermitani e la soldataglia forestiera, ma da un capo all'altro del "regnum" non mancava certo la legna da ardere.
Altre forze s'agitavano per sullo sfondo per riportare sul trono di Sicilia, a distanza di oltre trent'anni, la stirpe di Federico Secondo. Abbiamo accennato ai maneggi matrimoniali di Manfredi, volti a intrecciare saldi legami con la corte d'Aragona. Qui, circondata da cortigiani di matrice sveva, la regina Costanza, moglie di Pietro, non aveva dimenticato il regno che era stato del nonno e del padre. Nella sua cerchia ricopriva un ruolo di primo piano Giovanni da Procida. Del resto, anche altri motivi spingevano il consorte Pietro a guardare con occhio malevolo Carlo d'Angi: i sovrani aragonesi avevano in una certa misura controllato la Provenza, tramite legami dinastici, prima che gli Angioini acquisissero la contea; gli Aragonesi, o per meglio dire i mercanti catalani di Barcellona, miravano a estendere la propria influenza politica ed economica nell'Africa nordoccidentale e in quest'ottica non potevano certo vedere di buon occhio la sovranit di Carlo su Tunisi, confermata da una crociata lampo nel 1270. L'urto tra Angi e Aragona non inizi nel 1282; ma i fatti siciliani portarono a maturazione una rivalit a lungo latente. Poche settimane dopo la rivolta dei Vespri, Pietro d'Aragona prese il mare da Barcellona con la flotta catalana facendo rotta a oriente e dando ad intendere che era suo desiderio condurre una nuova 'crociata' contro il re di Tunisi - iniziativa per la quale avrebbe dovuto in via preliminare consultare Carlo d'Angi, sovrano feudale di quel re. Ma in realt Tunisi era soltanto una carta di riserva. L'obiettivo vero era la Sicilia. Il parlamento siciliano s'adun a Palermo ed accolse il suggerimento degli inviati aragonesi di invitare Pietro a venirsi a prendere ci che gli spettava per i diritti venutigli dalla consorte; e Pietro, sbarcato a Trapani in agosto, attravers trionfalmente la Sicilia occidentale verso la sua incoronazione a Palermo nel settembre 1282. Il rifiuto opposto dal pontefice alla richiesta di autonomia comunale aveva avuto come unico effetto quello di spingere i Siciliani tra le braccia del monarca aragonese e della sua moglie Hohenstaufen.
Nell'operato di Pietro molti hanno individuato il proposito di una grandiosa cospirazione che unisse l'Aragona, la Sicilia e l'assediata Bisanzio in un tentativo di distruggere il comune nemico angioino. Eminenza grigia del progetto di invasione (cos almeno ci assicura Verdi) sarebbe stato Giovanni da Procida. Non v' dubbio che alla vigilia della sommossa dei Vespri vi furono contatti tra Barcellona e Costantinopoli, ma il fatto  che l'accelerazione degli eventi colse di sorpresa lo stesso Pietro. La ribellione esplose spontanea e certo ne agevol i piani, ma appare pi probabile che egli in origine avesse inteso muoversi quando le navi angioine fossero state in alto mare e l'isola alla sua merc. Uno scontro con la flotta siciliana, assai pi agguerrita della sua, avrebbe potuto rivelarsi esiziale. Alla fine comunque la spunt, ma gli Hohenstaufen non erano ancora domi. L'esercito aragonese dilag in Calabria, dopo aver sbaragliato lo squadrone di Carlo nello stretto di Messina. Pietro auspicava successi importanti nel golfo di Napoli e puntava a inglobare ogni pollice del regno di Federico Secondo, entusiasticamente appoggiato dai ghibellini dell'Alta Italia che gli assicurarono gradite azioni diversive sfrattando i governatori papali e angioini dalle citt. Persino Perugia abbandon Martino Quarto. L'influenza di Carlo nel Nord calava con la stessa rapidit con cui i Pisani e altri ghibellini prendevano animo. Ma l'avanzata degli Aragonesi era lenta; Carlo organizz un'efficace resistenza in Puglia e si rivel un osso pi duro del previsto. I costi della campagna militare minacciavano di soffocare Pietro; e ulteriori preoccupazioni gli venivano dalla Spagna, dove i baroni delle alteterre aragonesi non avevano mai fatto pazzie per il suo avventurismo. Una crociata francese, benedetta dal pontefice, venne scagliata contro l'Aragona nel 1285 e, pur fallendo lo scopo, ottenne qualche consenso qui e persino a Barcellona. Quando, nel 1285, i due protagonisti uscirono quasi contemporaneamente di scena, la situazione era di classico stallo: gli Aragonesi potevano considerarsi al sicuro, tenevano sotto controllo la Sicilia e avevano in mano anche l'erede di Carlo Primo (Carlo Secondo); ma sulla terraferma non riuscivano a progredire di un passo.
Considerando la Sicilia una sciagura finanziaria, militare e diplomatica, re Giacomo Secondo d'Aragona, figlio di Pietro, si dichiar addirittura disposto ad abbandonare l'isola in cambio della pace e della non insignificante annessione, concessa dal papato, della Sardegna e della Corsica. Suo fratello, per, Federico, reggente in Sicilia, si oppose fermamente a questa politica, con l'incondizionato appoggio dello sgomento "sangue blu" siciliano. Anzi, Federico sfid apertamente il fratello accettando la corona di Sicilia da un parlamento siciliano nel dicembre 1297; per conseguenza, fino alla firma di un trattato qualche tempo appresso, si ritrov in guerra ad un tempo con l'Aragona, gli Angioini di Napoli, il papato e altri ancora. Questo Federico divenne in breve tempo il germe di cristallizzazione delle speranze ghibelline; la sua corte fu invasa da esuli delle citt a dominazione guelfa; la Santa Sede lo condann e lo scomunic; i Francescani radicali lo esaltarono come principe della pace venuto a smantellare gli idoli papisti. A nord delle Alpi venne acclamato come il nuovo Federico, l'imperatore eletto giunto ad assolvere le promesse degli Hohenstaufen e a inaugurare una novella era. In realt, ahim, da buon pragmatico qual era, egli si limit a far del suo meglio per tenere in piedi l'antico sistema normanno di governo, cercando di arrestare l'emorragia di potere provocata da potenti vassalli. Escogit addirittura il modo di salvare la faccia al papato e agli Angioini, assumendo nel 1302 il titolo di "re di Trinacria" (il "luogo triangolare") e concordando il ritorno della "Trinacria" agli Angioini dopo la sua morte (cosa che non avvenne); gli Angioini continuarono a denominarsi "re di Gerusalemme e di Sicilia", anche se in realt non avevano terre nel primo regno, interamente perduto a favore dei Mammalucchi nel 1291, e poterono al pi vantare una nicchia (Milazzo) nel secondo dopo la rivolta dei Vespri nel 1282. Per quanto riguarda il regno angioino, la burocrazia normanna venne poco a poco indebolita da massicce concessioni di privilegi e terre a mercanti o nobili feudali dell'Alta Italia. Nelle campagne si susseguirono i tumulti, ancorch insignificanti se presi singolarmente.
Pietro d'Aragona aveva dunque recuperato soltanto una piccola parte dell'eredit di Federico Secondo. La Germania non rientrava nei suoi calcoli; l'autorit di cui godette nell'Italia settentrionale non regge il confronto n col passato degli Hohenstaufen n col presente degli Angioini, entrambi rappresentati nella regione da un forte esercito. E neppure le imprese di Pietro convinsero i suoi successori dell'importanza di tenersi stretta la Sicilia: con l'ovvia eccezione dell'omonimo di Federico Secondo. Nel Nord Italia, pi efficace delle armate o dei quattrini aragonesi fu comunque la memoria del nome di Federico Secondo: fonte di nostalgia per i ghibellini nel tardo Tredicesimo e primo Quattordicesimo secolo e imperituro ricordo di tirannia per gli interessi dominanti, guelfi, in Toscana e in Lombardia.  d'uopo soffermarsi sull'impatto che ebbe quel nome.

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5.

L'importanza di Federico Secondo, come abbiamo pi volte avuto modo di sottolineare, non si esaurisce col suo periodo di regno, ma si dilata alle conseguenze postume: le lotte di potere in Sicilia, culminanti nell'insurrezione dei Vespri nel 1282. Ma altri rivoluzionari, di natura assai diversa, si ispirarono a Federico Secondo, in Italia e ancor pi in Germania. Attorno al nome dell'imperatore si coagul una visione bizzarra ma politicamente autorevole delle traversie e del significato del suo regno - preziosa farina per gli avversatori di una Chiesa edonistica e opulenta. Le origini di questo pensiero si possono rintracciare, all'epoca della fanciullezza di Federico, in quell'abbazia calabrese dove il profeta Gioacchino da Fiore (1145-1202) trasse allarmanti conclusioni sullo stato del mondo. I suoi scritti ebbero peso rilevantissimo nell'animato dibattito che coinvolse persino la corte normanna di Palermo ed ebbe come oggetto il corso della storia umana; Gioacchino attinse a piene mani a una dottrina diffusa tra i monaci greci e gli eremiti sulle montagne della Sila, di toni apocalittici, radicata nella Bibbia non meno che su testi oracolari in lingua greca. Questa dottrina and probabilmente sviluppandosi quando i musulmani conquistarono la Sicilia nel Nono secolo, inducendo un gran numero di Greci cristiani a cercare solitario rifugio al di l dello stretto e a meditare in lugubre contemplazione di avvenimenti che certo preannunciavano la fine del tempo. Tra i testi pi popolari si annoveravano gli "oracoli sibillini", non, beninteso, quelli dell'antica Roma, ma un'opera chiliastica cristianizzata, compilata nell'impero bizantino sulla base di precedenti lavori orientali. Eugenio, ammiraglio dei re normanni in Sicilia, ne fu abbastanza colpito da proporne una versione latina. Difficile dire quale impatto ebbero gli oracoli sulla corte normanna; difficile altres assodare se gli evidenti punti di contatto tra gli oracoli e la cancelleria federiciana segnalino un'influenza diretta o non piuttosto l'abitudine di saccheggiare (a scopi politici) le stesse fonti.
La storia dell'uomo, nell'elegante elaborazione di Gioacchino da Fiore, si articola in tre et, destinate a concludersi con il Giudizio Finale e l'estinzione del mondo. Nell'"et del Padre", cio della prima persona della Trinit, corrispondente ai giorni dell'Antico Testamento, l'uomo era schiavo della legge, legato a Dio per timore della sua collera - domina la figura del Dio degli Ebrei, corrucciato e inesorabile, secondo uno stereotipo comune al giudaismo di questo (e successivi) periodi. L'"et del Figlio" era invece un'epoca di fede e umile accettazione dei desideri divini, sotto la guida del Vangelo, ma comunque ben poca cosa a fronte dell'"et dello Spirito Santo", quando l'intera umanit avrebbe goduto di un ininterrotto "sabato" nell'amore del Creatore e nella percezione della sua bont. Insomma, un periodo di contemplazione mistica, di glorificazione dell'Onnipotente. Superfluo dire che Gioacchino, pur vivendo nella seconda et, aveva avuto in dono il privilegio di preconoscere l'avvento della terza. Calcoli complessi lo convinsero che il nuovo ordine sarebbe infine spuntato nel 1260, dopo il breve regno dell'Anticristo: persecutore, si badi bene, non soltanto della virt ma anche di una Chiesa proclive agli interessi materiali, corrotta sino al midollo. Tali idee si propagarono come un incendio; uno dei primi adepti di Gioacchino fu Riccardo Cuor di Leone, in marcia verso la Terra Santa: una spedizione nella quale, tra i seguaci dell'imperatore tedesco, Federico Primo, sono identificabili altre nozioni apocalittiche. L'impatto del movimento gioachimita, nei cinquant'anni a venire, si fece particolarmente sentire sul neonato Ordine francescano. L'esaltazione della povert e della predicazione, insieme alla vita esemplare del suo fondatore, sembravano assegnare all'Ordine - almeno agli occhi dei suoi esponenti pi radicali - il ruolo di nunzio della terza et. Senza voler dimenticare altre considerazioni - ad esempio la conflittualit interna sulla natura e portata della rinuncia dell'Ordine alla ricchezza terrena -  evidente che la spaccatura tra Francescani "conventuali" e "spirituali", questi ultimi irriducibili assertori della povert assoluta del Cristo, venne alimentata dalle visioni catastrofiche dei Gioachimiti e consimili profeti.
N la drammatica lotta tra papa e imperatore nella prima met del Tredicesimo secolo poteva sfuggire all'attenzione di questi veggenti. Laddove san Francesco aveva indicato il cammino verso la terza et, Federico e i suoi avversari furono eretti a simbolo del crepuscolo della seconda. Negli anni quaranta, il "Commento su Geremia" prospett a un uditorio italiano il castigo e la distruzione di una Chiesa troppo attaccata alle cose terrene, in un crescendo che all'alba del 1260 sarebbe sfociato nel nuovo ordine. Strumento della giusta punizione sarebbe stato lo stesso Federico Secondo. Tutto ci produsse un'immagine del conquistatore che potremmo definire ambivalente: da un lato egli era l'Anticristo, dall'altro il flagello di un corpo ecclesiastico empio e peccaminoso. Ad avvalorare la sensazione che la societ umana fosse in via di disfacimento contribuivano poi altri elementi, come le sempre pi minacciose incursioni tartare nell'Europa orientale, senza contare che i violenti attacchi contro il miscredente Federico nelle bolle papali, e nelle predicazioni dei monaci, parevano rafforzare, da una direzione inaspettata, la tesi che gli ultimi due decenni dell'et dello Spirito fossero alle porte. I millenaristi non andavano certo tanto per il sottile, pronti a scovare in ogni dove segni favorevoli alle loro predizioni. Un esempio sorprendente dell'influsso sulle folle di simili dottrine ci viene dalla Svevia, dove negli anni quaranta si diffuse un movimento eretico che inneggiava a una Chiesa dei poveri e negava i fondamenti del potere del clero di amministrare i sacramenti. In parte si tratt di una reazione all'interdetto che aveva colpito la Germania: rifiutandosi i sacerdoti ligi alle direttive papali di impartire i sacramenti, coloro che un tempo ne avevano seguito i consigli cominciarono a prestare orecchio pi attento ai detrattori che ne ponevano in dubbio la stessa utilit. Di particolare interesse  l'asserzione degli eretici svevi che l'imperatore e il re Corrado erano meritevoli di guidare la nuova Chiesa degli umili; per loro e non per il papa si doveva pregare. Non andrebbe comunque sottovalutata l'importanza dell'eterodossia come fenomeno sociale degli artigiani. A gettar olio sul fuoco provvedevano evangelizzatori locali come Fratello Arnoldo, domenicano di tonaca, che colloc il papa sul trono dell'Anticristo e vide in Federico Secondo il difensore dei nullatenenti. Entro il 1260 l'imperatore avrebbe smantellato la mondana Chiesa di Roma e ridistribuito il suo patrimonio tra gli indigenti. L'enfasi sulle virt dei bisognosi non era affatto nuova - basti pensare alle parole di Ges - ma lo era senz'altro la convinzione che a questo mirasse il programma politico di Federico. Curiosamente le critiche mosse all'imperatore per la sua mancanza di generosit nei riguardi del clero in Sicilia e altrove si erano rivolte a mo' di boomerang contro il papato; a nord delle Alpi il suo "crimine", divenne un atto di giustizia.
Gli avvenimenti del 1250 recarono per poco conforto ai Gioachimiti. Come rileva Norman Cohn, "la sua morte fu una mazzata sia per i Gioachimiti tedeschi, che priv della loro ispirazione, sia per quelli italici, che priv del loro Anticristo". Dall'"impasse" non si poteva uscire che con una nuova predizione: la conferma che l'et dello Spirito sarebbe iniziata nel 1260 (o comunque in un futuro assai prossimo) con l'aiuto dell'imperatore Federico. Infatti l'imperatore avrebbe fatto ritorno: o era ancora vivo e si era ritirato da qualche parte, magari in solitaria penitenza; o era morto, ma sarebbe risorto come un nuovo Federico, per portare a termine ci che aveva lasciato incompiuto. I Gioachimiti di Sicilia sostenevano che si era rifugiato sul monte Etna; manco a dirlo, era stato scorto presso il cratere nel dicembre 1250, accompagnato da uno stuolo di scintillanti cavalieri che si precipitarono lungo le pendici della montagna, fendendo il mare per congiungersi al loro maestro nelle viscere della terra. Non per nulla il vulcano e le sue possenti colate laviche erano da tempo oggetto di visioni apocalittiche. Narrava una leggenda che nelle profondit della montagna giacesse il re Arturo. Gli oracoli sibillini, ancora circolanti nel 1250, accennavano al misterioso ritorno di colui nel quale riposavano le speranze dell'umanit: "Egli vive e non vive"; una frase che uno storico moderno di Federico Secondo, all'epoca di Weimar, disgraziatamente giudic applicabile alla contemporanea Germania in attesa di resurrezione.
Negli anni successivi al 1250 si snod una teoria infinita di impostori o visionari che pretendevano di essere la reincarnazione dell'imperatore - un fenomeno che interess soprattutto la Germania. L'immagine di Federico Secondo rimase quella del flagello della Chiesa e amico dei poveri: evidentemente i ciarlatani erano di modeste origini. Negli anni ottanta comparve a Neuss uno sfidante di Rodolfo di Asburgo che, a dire il vero, si offr di conferire al re dei Romani una corona a patto che questi riconoscesse l'autorit dello pseudo-Federico. Dopo che si fu assicurato un congruo seguito nella Germania centrale, l'imbroglione venne smascherato da Rodolfo e bruciato come eretico, ma i suoi fans rifiutarono di credere alla sua morte e giurarono che sarebbe tornato il terzo giorno. Si vociferava che, eseguita la sentenza, non fossero state trovate ossa umane, ma soltanto un fagiolo, simbolo di rigenerazione. Nel 1284 un eremita da Worms proclam di essere l'imperatore Federico. Non sarebbe pi tornato il giovane, verrebbe fatto di dire "sempreverde", Federico - una figura evocatrice del ragazzo che aveva conquistato la Puglia - e neppure un uomo via via invecchiato da anni di pellegrinaggio o romitaggio. Le sembianze del secondo Federico si amalgamavano con quelle del nonno Federico Barbarossa, il vecchio guerriero che era entrato in Gerusalemme per appendere lo scudo a un ramo d'olivo e inaugurare una nuova era per l'umanit. Alla corte del Barbarossa aleggiava un'atmosfera di imminente catastrofe cui certo non era estraneo lo zio Ottone, vescovo di Frisinga, ed ebbe indubbiamente peso determinante nelle imprese di Federico Primo in Terra Santa; anche lui fu l'imperatore degli Ultimi Giorni, ma senza le escrescenze gioachimite. Anche la sua improvvisa morte per annegamento era stata mutata in un ritiro dal mondo; l'imperatore era nascosto in una caverna sotto una montagna germanica, il Kyffhuser, dormiente ma in attesa del momento giusto per tornare a redimere la cristianit. Non mancava chi giurava di averlo visto, con la barba cresciuta tanto da perforare il tavolo su cui stava disteso. Nell'escatologia popolare nonno e nipote si fusero insieme e il raggrumarsi delle due tradizioni ne accrebbe l'impatto. Ancora nel Quattordicesimo secolo, quando ormai Federico Secondo avrebbe ampiamente oltrepassato la normale durata della vita umana, circolavano in Germania voci di un suo prossimo ritorno.
Anche il caso ci si mise in mezzo, concretizzandosi nell'apparire sulla scena europea di monarchi cui ero stato dato il nome di Federico. Abbiamo visto che Federico d'Aragona, re di Sicilia, divent nel Quattordicesimo secolo il fulcro delle aspirazioni dei Gioachimiti italiani e dei Francescani spirituali. Proprio le sue difficolt con il papato rafforzarono la convinzione che egli fosse stato inviato per cancellare le malefatte e gli errori della Chiesa contemporanea - erede ed esecutore testamentario dell'imperatore apocalittico piuttosto che Federico Secondo "redivivus". Attecch in effetti in Germania l'idea di un Federico Secondo che " ancora vivo e lo rester sino alla fine dei secoli; non vi  stato n vi sar un imperatore che possa stargli alla pari". La fonte di questa citazione  del 1434, ma essa non fa che riprendere un motivo che percorse l'intero Quattordicesimo secolo. Il risuscitato Federico era naturalmente visto nei panni di un difensore degli oppressi, apostolo o persecutore degli Ebrei (sempre pi vicini allo stereotipo di nemici degli sventurati) e del clero corrotto, ma anche del crociato vittorioso che conduce gli uomini a Gerusalemme, ne spalanca le porte e d inizio alla nuova era, o quanto meno ad un periodo d'abbondanza e buon governo. Il lungo regno dell'imperatore Federico Terzo nel Quindicesimo secolo calamit, almeno ai suoi albori, molti sogni di questo genere. Gli entusiasti lo salutarono come il promesso imperatore del riscatto, un esplosivo impasto di Federico Primo, Secondo e Terzo; purtroppo, non fu certo quello un periodo in cui la monarchia tedesca diede prova di saper venire incontro alle istanze che si levavano dal popolo.
Molto pi deludente fu Federico Terzo alla luce delle profezie di un'opera di ampia diffusione conosciuta come "Reformatio Sigismundi", scritta negli anni trenta e presentata in parte come una visione del defunto imperatore Sigismondo - veniva preannunciato l'arrivo di un nuovo Federico, che nel caso specifico pare identificarsi con l'autore del libro o comunque un amico di questi, un sacerdote radicale di nome Friedrich von Lantnaw (non imparentato con il futuro imperatore Federico Terzo). Compito di quest'imperatore doveva essere la riforma della Chiesa, inquinata da ricchezze e avarizia, ma egli avrebbe anche dovuto proteggere i poveri dai capricci dell'inflazione e dei salari fluttuanti. Il libro riflette dunque i disagi dei meno abbienti nella lunga crisi economica che segu la Morte Nera: per alcuni, un'epoca di nuova prosperit, ma per altri la sensazione di essere sfruttati a vantaggio di pochi. Nessuno offr a Friedrich von Lantnaw una corona, e Federico Terzo venne desolantemente meno alle aspettative. D'altra parte la Germania del Quindicesimo secolo  ricca di segni dell'influenza che continuava a esercitare il "terzo Federico". Dalle opere dell'umanista Celtis, totalmente estraneo all'apocalittico entusiasmo degli indigenti, emerge potente il senso dell'identit nazionale tedesca. Balza in primo piano la germanicit, non pi la "Romanitas", dell'impero. Il "Libro dei cento capitoli", dell'inizio del Sedicesimo secolo, soffonde le tesi degli umanisti di un'aura da "fine del mondo", preconizzando un Reich di mille anni sotto l'"imperatore dalla Foresta Nera": guai ai preti depravati, agli Ebrei, ai Turchi. Sono i Germani il popolo eletto di Dio e i dieci comandamenti vanno gettati, giacch il nuovo Federico avrebbe riportato le sue genti alla religione ancestrale, il culto di Zeus. "Un tempo i Germani tenevano il mondo intero nelle loro mani; lo faranno di nuovo, e con pi forza che mai". Ma l'imperatore dalla Foresta Nera non fu un principe absburgico, bens un uomo di umili condizioni e origini. Il nome di Federico ormai non  pi che una parola in codice, un'incarnazione dell'ideale di una Germania restaurata e riunita, sotto un nuovo e rivoluzionario ordine sociale in cui sarebbe stato completamente smantellato il potere di baroni, possidenti terrieri e ricchi mercanti.
Tutto ci ci rimanda al 1250, poich la Germania che Federico aveva lasciato era, e rimase, una Germania dell'alta nobilt. Il lungo interregno sino al 1273 (preceduto nel 1256 dalla scomparsa di Guglielmo d'Olanda); la pochezza dei successori di Rodolfo di Asburgo; il fallito tentativo dell'imperatore Enrico Settimo di recar pace a guelfi e ghibellini nell'Italia di Dante; il definitivo rifugiarsi degli imperatori nella roccaforte boema sotto Carlo Quarto, verso la met del Quattordicesimo secolo - un insieme di fattori che in pratica sottrassero alla monarchia tedesca ogni possibilit di efficace intervento non soltanto in Italia, ma anche in larghe estensioni della Germania. Va detto che i grandi feudatari dovettero impegnarsi a fondo per tenere in qualche modo insieme le loro propriet; la disintegrazione del potere regio procedette in certe regioni di pari passo con quella del potere baronale. Tuttavia nel Quindicesimo secolo si registr un netto recupero di autorit. La Bolla d'oro, emanata da Carlo Quarto nel 1356, confermando ed estendendo l'autonomia degli alti feudatari, appose il sigillo agli sviluppi gi visibili al tempo di Federico Secondo. Ma il processo di disintegrazione e dislocazione ebbe effetti dirompenti nella misura in cui stimol i poveri e i diseredati a sogni di glorie perdute con Federico Secondo e di una futura rivincita al seguito di un imperatore consacrato.

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CONCLUSIONE.


A differenza di molti altri che ci vengono alla mente, il sottotitolo di questo libro racchiude in s un preciso significato: l'imperatore medievale e re di Sicilia nel quale tutti, a partire dal Tredicesimo secolo, hanno identificato uno "stupor mundi", una meraviglia delle genti, fu in realt un uomo del suo tempo, e non quel despota rinascimentale "ante litteram" che la tradizione ci ha consegnato. Ne consegue uno schietto rigetto delle opinioni (ad esempio) di Matteo di Parigi nell'Inghilterra di Enrico Terzo - linguacciuto quanto si vuole, ma ben informato per quanto riguarda Federico - o di Jacob Burckhardt nella sua autorevole analisi dei signori del Rinascimento, o di Ernst Kantorowicz nella sua epica biografia dell'imperatore, o ancora di Thomas Curtis van Cleve nella sua lugubre cavalcata attraverso il regno. Al pari di vari suoi colleghi, Federico coltivava interessi scientifici, che seppe e volle approfondire pi di altri monarchi del Tredicesimo secolo - si distinse nel campo dell'ornitologia. Tuttavia l'abilit nel "bird-watching" non  dote sufficiente per portare con dignit una corona; le capacit di governo di Federico non vanno sminuite, ma lungi dall'essere un implacabile avversario della Santa Sede, quale di solito  raffigurato, egli fu sincero nei suoi tentativi di compromesso, persino di conciliante arrendevolezza, e per tutta l'esistenza fu genuino assertore del movimento crociato. Ovviamente per alcuni versi si discost dai suoi vicini in Francia o Spagna: una burocrazia pi centralizzata in Sicilia, ancorch non di sua creazione; un sistema di governo alquanto decentrato in Germania. In altri casi egli rimodell alla forma primitiva ci che aveva trovato e recit la parte di un incallito conservatore: infatti era ci che era e ben poco nelle sue idee pu essere considerato davvero innovatore.
Ci che distingue il suo regno  l'asprezza della lotta tra papa e imperatore, comunque temperata da significativi intervalli d'armonia. E quando s'addivenne alla battaglia, non furono i pontefici ma i comuni lombardi che a lungo combatterono in prima fila. Eppure erano in gioco soprattutto questioni di politica locale e gli episodi di Cortenuova o Parma furono, in un certo senso, intrusioni di Federico in una guerra che sin dalla met del Dodicesimo secolo si era andata trascinando tra Milanesi e soci da un lato e Cremonesi e relativi alleati dall'altro - una guerra che papi e imperatori certo reputavano una grossa minaccia alla pace in Europa e speravano di comporre imponendosi come arbitri supremi nelle cose italiane. Grande agitazione suscit poi a Roma la possibile unione del "regnum" con il Sacro Romano Impero, sotto Federico e suo padre; ma anche in questo caso non si dovrebbe trascurare la flessibilit dell'imperatore.
La politica di Federico fu, in una parola, dinastica. Come il re di Francia, Luigi Nono, o il sovrano d'Aragona, Giacomo il Conquistatore, egli mirava a tramandare intatti ai suoi eredi i territori che aveva ereditato e sottomesso, e come loro doveva decidere se ripartire questi territori tra i figli o passarli in blocco al primogenito. Due fattori ne condizionarono le scelte: la pretesa del pontefice di risolvere la questione a modo suo, cosa che non poteva accettare, e la ribellione del figlio maggiore, Enrico, che fu costretto a congedare dal trono di Germania. Negli ultimi anni accentr perci tutte le sue speranze di successione nel secondogenito Corrado; ma in precedenza era stato molto pi vicino all'ideale papale della divisione della Sicilia dall'impero.
Parte del fascino che Federico ha sempre esercitato sui posteri risiede nella personalit che per cos dire gli  stata cucita addosso: un razionalista, diciamo pure un libero pensatore, un pioniere allevato nel tollerante contesto della Sicilia semi-musulmana, un amico di Ebrei e Saraceni; insomma quel tipo di monarca di cui a esser franchi non esiste traccia nel Medioevo cristiano, neppure in Sicilia o Spagna. Un giudizio di tal fatta esprime la frustrazione degli storici che devono cimentarsi con un periodo improntato a una visione del mondo alquanto remota dalla nostra. Ragionando in termini relativi, bisogna concludere che dimostr una straordinaria indulgenza, ma non certo secondo i criteri moderni di ugual trattamento dinnanzi alla legge, e nella mentalit corrente, degli individui di ogni fede religiosa; egli offr manifestazioni di piet meno evidenti del suo pio collega Luigi di Francia, ma sarebbe ingiusto trascurare i legami che intrecci con l'ordine cistercense. Le critiche che in qualit di cristiano mosse all'assolutismo papale, che tanta sofferenza gli rec, erano condivise dai contemporanei, incluso il monaco Matteo di Parigi.
Uomo di discreta levatura intellettuale e di ragionevoli qualit politiche, complice una doppia eredit si trov suo malgrado invischiato in un'interminabile lotta con le rivendicazioni di primato temporale della Chiesa romana; e quando il guanto di sfida venne lanciato, non seppe contrastare con la dovuta energia il primato morale che il papato si attribuiva nell'universo cristiano. Si preoccup di discolparsi, non di sferrare un colpo decisivo contro l'uomo nel quale ancora vedeva il Vicario di Cristo. L'idea di una Chiesa dei poveri era certo familiare ai membri della sua corte, ma ricevette incoraggiamenti assai limitati.
Questo libro propone una reinterpretazione di un regno che in realt  stato decifrato seguendo itinerari logici improbabili. Sarebbe del resto assolutamente illusorio partire dal presupposto che Federico sia stato lineare nell'applicazione dei propri princip; questi si evolsero nel tempo, ma, com' costume in politica, egli non si perit di perseguire di volta in volta obiettivi che a un osservatore moderno paiono contraddittori, o quanto meno inconseguenti. Il fatto che abbia tentato di far rivivere l'autocrazia normanna in Sicilia confermando allo stesso tempo il potere dei grandi feudatari (e la mancanza di potere della monarchia) in Germania ha lasciato perplessi gli storici; ammesso che vi fosse un filo conduttore, questo era l'idea che tutti i sudditi dovessero ottenere i loro diritti consacrati dal tempo. Troppo si  parlato della nomina di un giustiziere in Germania o di un vicario generale nell'Italia settentrionale - puro e semplice conservatorismo, non precoce dispotismo illuminato. Comunque Federico pi di una volta si ritrov nei pasticci quando ebbe a che fare con conflitti di autorit nell'ambito dei suoi molti regni: si ricordi la visita a Cipro e in Terra Santa.
D'altra parte non ci sembra il caso che gli storici si affannino tanto a risolvere simili incongruenze. Federico non fu un genio politico o un visionario e gli sforzi dei suoi consiglieri, Pier delle Vigne in particolare, di formulare una teoria della regalit ragionevolmente coerente diedero pochi risultati concreti, e per giunta limitati all'Italia meridionale. N si dovrebbe confondere l'enunciato di un programma di governo con la sua esecuzione; la Porta di Capua, gli augustali e l'introduzione al corpo di leggi del 1231 non tradussero l'assolutismo romano in realt pi di quanto i manifesti politici del Ventesimo secolo non trabocchino di promesse irrealizzate e sovente utopiche.
Federico visse come un principe orientale meno di quanto ci si voglia far credere, anche se non  difficile supporre che la sua corte folta di danzatrici e suonatori di tromba musulmani suscitasse impressioni stravaganti nei visitatori provenienti dal Nord. Ma il patronato culturale dell'imperatore fu soltanto una pallida ombra di quello dei suoi progenitori normanni, in parte a causa della guerra, che ne storn attenzione e risorse verso la Lombardia, e in parte per effetto del progressivo disimpegno della Sicilia dal mondo musulmano, culminante nell'espulsione dei Saraceni dall'isola e nella rifondazione di Lucera come citt-presidio islamica in Puglia. Con il Tredicesimo secolo la coesistenza di cristiani, musulmani ed ebrei, impegnati in comuni imprese culturali come le opere di traduzione, divenne un elemento peculiare della corte castigliana anzich di quella siciliana. Il regno di Federico Secondo segna la fine, non la rinascita, della "convivencia" nel suo regno meridionale.
L'interesse della parabola di Federico sta nei suoi avversari non meno che in lui stesso, nei pontefici che si mostrarono pi determinati a distruggere la sua potenza di quanto egli fu mai ad abbatterne la loro. Una tragedia a tutti gli effetti, di un uomo costretto dai suoi denigratori ad agire in propria difesa, disilluso sul piano degli ideali, vittima di una duplice eredit dinastica. Eppure tra i suoi ideali pi alti vi fu la conservazione di quell'eredit, non soltanto per accrescere il proprio potere ma per trasferire integri a chi era destinato a succedergli i titoli, le terre e i privilegi di cui Dio stesso lo aveva investito. Non fu un siciliano, n un romano, n un tedesco, n un "mlange" di teutonico e latino, ancor meno un quasi-musulmano: fu un Hohenstaufen e un Altavilla.

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BIBLIOGRAFIA E NOTE.


ABBREVIAZIONI.

AF Atti del convegno internazionale di studi federiciani, Palermo 1952.
H.B. J. L. A. Huillard-Brholles, Historia diplomatica Friderici secundi, 6 voll., in dodici parti, Paris 1852-61.
M.G.H. Monumenta Gemaniae Hstorica.
- Ep. Sel. = Epistolae saeculi XIII e regestis Pontificum Romanorum Selectae.
- Const. = Leges, Constitutiones Imperatoum.
- S.S. = Scriptores.
P.F. Probleme um Friedrich II., a cura di J. Fleckenstein, Vortrge und Forschungen, XVI, Sigmaringen 1974.
S.M.1 Stupor Mundi: zur Geschichte Friedrichs II. von Hohenstaufen, a cura di G. Wolf, Darmstadt 1966.
S.M.2 Stupor Mundi: zur Geschichte Friedrichs II. von Hohenstaufen, a cura di G. Wolf, Darmstadt 1982.

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Questa appendice  finalizzata a segnalare alcune delle opere pi importanti, con particolare riguardo alla letteratura recente, su Federico Secondo. Una bibliografia completa non sarebbe soltanto sterminata, ma dovrebbe affastellare fonti di valore assai variegato; d'altra parte ve ne sono gi in giro di eccellenti, tra le quali spicca in particolar modo quella di C. A. Willemsen, "Bibliografia federiciana: fonti e letteratura storica su Federico Secondo e gli ultimi svevi" (Societ di storia patria per la Puglia, Bibliografie e fonti archivistiche, 1, Bari 1982), con un'edizione tedesca pubblicata in M.G.H. [ma molti dei riferimenti che qui compaiono non trovano spazio nei repertori di Willemsen]; senza dimenticare, soprattutto per quanto riguarda la produzione in lingua italiana, una pi breve elencazione critica in G. Pepe, "Lo stato ghibellino di Federico Secondo", Bari 1951[2], ristampato con il titolo di "Carlo Magno e Federico Secondo", Firenze 1968. Sorprendentemente aggiornata  anche la rassegna della letteratura in T. C. van Cleve, The Emperor Frederick II of Hohenstaufen, ImmutatorMundi, Oxford 1972.

a) Biografie di Federico Secondo.

Tralasciando saggi ormai vetusti, sul genere di T. L. Kington, History of Frederick II, Emperor of the Romans, from chronicles and documents published within the last ten years, 2 voll., Cambridge 1862, il contributo non recente pi significativo  forse quello di Eduard Winkelmann, Philipp von Schwaben und Otto IV. von Braunschweig, 2 voll., Leipzig 1873-78, e Kaiser Friedrich II, 2 voll., Leipzig 1889-97, nella serie Jahrbcher des Deutschen Reiches. Il minuzioso percorso cronologico  integrato da prolisse citazioni a pi di pagina dalle fonti originarie. Winkelmann non riusc per mai a completare gli ultimi vent'anni del regno; un'idea dell'approccio adottato si pu avere consultando la sua breve monografia Zur Geschichte Kaiser Friedrichs II. in den Jahren 1239 bis 1241, in "Forschungen zur deutschen Geschichte", XII (1872).
Nella prima met del Ventesimo secolo si accumularono sensazionali resoconti del regno di Federico, adorni di titoli quali The Infidel Emperor (di P. Wiegler, London 1930) o The Boy from Apulia (di R. Oke, London 1936), ma un'opera tra tutte seppe unire l'erudizione sul passato con la profezia del futuro: la pubblicazione di E. Kantorowicz, Kaiser Friedrich der Zweite, Berlin 1927 [trad. it. "Federico Secondo imperatore", Garzanti, Milano 1976 e 1988], suscit una tempesta di polemiche. In merito alla genesi del libro, conf. D. Abulafia, Kantorowicz and Frederick II, in "History", LXII (1977), p.p. 193-210, ristampa in D. Abulafia, Italy, Sicily and the Mediterranean, 1050-1400, London 1987. Gran parte del dibattito  compendiata in S.M.1. Lo stesso Kantorowicz  oggetto dell'interesse di E. Ginewald, Ernst Kantorowicz und Stefan George. Beitrge zur Biographie des Historikers bis zum Jahre 1938 und seinem Jugendwerk 'Kaiser Friedrich derZweit, Wiesbaden 1982, a proposito del quale rimando comunque ai miei commenti critici The Elusive Emperor, in "Theoretische Geschiedenis", XII (1985), p.p. 204-8. Struttura analoga al testo di Kantorowicz rivela W. von den Steinen, "Der Verwandler der Welt". Kaiser Friedrich der Zweite. Zum 700. Todestag, in Id., Menschen im Mittelalter. Gesammelte Forschungen, Betrachtungen, Bilder, a cura di P. von Moos, Bern 1967.
La prima edizione di Kantorowicz era priva di note, ma nel 1931 fece la sua comparsa un supplemento (Ergnzungsband) ricco di rimandi bibliografici e digressioni. Soltanto il vol. 1 venne tradotto in inglese con il titolo di Frederick the Second, 1194-1250, trad. E. O. Lorimer, London 1931 e ristampe. L'influsso di Kantorowicz  manifesto in vari saggi posteriori che tendono ad accreditare di Federico l'immagine di un fanciullo prodigio, un uomo almeno in parte fuori del suo tempo - ci viene alla mente l'avvincente e vivace biografia di Georgina Masson, un'esperta di giardini all'italiana: Frederick II of Hohenstaufen. A Life, London 1957. Maggiori ambizioni sarebbero giustificate in T. C. van Cleve, The Emperor Frederick II of Hohenstaufen, Immutator Mundi, Oxford 1972, ma la sua analisi pecca di originalit, muovendo sulla scia di Kantorowicz sia come impianto che come capacit interpretativa, con l'aggravante di una miriade di dettagli di dubbia utilit. Le sue ipotesi sulla natura delle continuit tra la Sicilia normanna e quella sveva sono decisamente opinabili. Per giunta rivela una chiara mancanza di informazione sulle ultime novit editoriali riguardanti la Sicilia e l'Italia settentrionale. Utile correttivo  K. Leyser, Emperor Frederick II, nel suo Medieval Germany and Its Neighbours, London 1982 (pubblicato per la prima volta in "The Listener", XC, n. 2316, 16 agosto 1973, p.p. 208-10), anche se inclina un po' troppo nella direzione opposta.
Tra le ricerche di meno ampio respiro, con ogni probabilit la migliore  H. M. Schaller, Friedrich der Zweite nella serie Persnlichkeit und Geschichte, vol. 34, Frankfurt-Zrich 1964 [trad. it. "Federico Secondo", Edizioni Paoline, Torino 1970], che ha per il difetto di abbandonarsi alla retorica della monarchia imperiale pi di quanto io giudichi opportuno. Conf. anche A. de Stefano, "L'idea imperiale di Federico Secondo", Bologna 1952 e il succitato saggio di G. Pepe in varie edizioni. Una biografia popolare in tedesco ci  offerta da E. Horst, Friedrich der Staufer, Dsseldorf 1975. Pi recente  H. Fink, Ich bin der Herr der Welt, Mnchen 1986, assai brioso nel presentare Federico come un "tiranno" del Tredicesimo secolo, ma poco innovativo rispetto a Kantorowicz. L'altra Germania ci propone B. Gloger, Kaiser, Gott und Teufel, Ostberlin 1970, che ha il vantaggio di sviscerare la reputazione tardomedievale di Federico.
Importanti raccolte di saggi sono AF e P.F. Hanno visto la luce due edizioni di G. Wolf (a cura di), "Stupor Mundi" (S.M.1, S.M.2), identiche per met circa del materiale che contengono; questi volumi constano di ristampe di articoli fondamentali, quasi tutti di qualit eccellente, relativi a un'ampia panoramica di aspetti del regno di Federico - l'archivio, la politica economica, l'atteggiamento nei confronti degli eretici, eccetera. Altrettanto esteso nella scelta degli argomenti  per P.F., che ha il pregio dell'assoluta novit.

b) Temi di carattere generale.

L'atteggiamento di Federico nei confronti del clero siciliano  stato oggetto di un interessante articolo di H. J. Pybus, The Emperor Frederick II and the Sicilian Church, in "Cambridge Historical Journal ", III (1929-30), p.p. 134-63, un paio di ricerche di James M. Powell, Frederick II and the Church in the Kingdom of Sicily, 1220-40, in "Church History", XXX (1961), p.p. 28-34 e Frederick II and the church: a revisionist view, in "Catholic Historical Review", XLIV (1962-63), p.p. 487-97 e una monumentale opera di N. Kamp, Kirche und Monarchie im staufischen Knigreich Sizilien, 4 voll., (sinora), Mnster 1973 segg., che possiamo considerare una vera e propria prosopografia, vale a dire un "Who's Who" dei vescovi siciliani e meridionali in genere dal tardo periodo normanno alle prime frange angioine.
Sui giudei, in particolare per quanto concerne lo status legale e le attivit economiche in Sicilia, non  ancora comparso all'orizzonte un degno sostituto dell'attempato R. Straus, Die Juden im Knigreich Sizilien unter Normannen und Staufem, Heidelberg 1910. Quanto ai rapporti di Federico con il mondo musulmano, si consiglia J. Hauziriski, Polityka orientalna Frideryka II nella raccolta Universytet Adama Mickiewicza w Posnaniu, Seria hystorica, LXXIX, Poznan 1978, che contiene un compendio in lingua tedesca.

c) Fonti principali.

Qualsiasi inventario deve iniziare con la massiccia raccolta di documenti e altro materiale messa insieme da J. L. A. Huillard-Brholles, Historia diplomatica Friderici secundi, 6 voll., in 12 parti, Paris 1852-61. Circa il registro di Federico Secondo originariamente conservato nell'Archivio di Stato di Napoli  per preferibile C. Carcani (a cura di), Constitutiones regum regni utriusque Siciliae mandante Friderico II Imperatore per Petrum de Vinea Capuanum Praetorio Praefectum et Cancellarium... et Fragmentum quod superest Regesto eiusdem Imperatoris Ann. 1239 & 1240, Napoli 1786. Chi fosse interessato alla storia di questo documento, pu consultare W. Hagemann, "La nuova edizione del Regesto di Federico Secondo", AF, p.p. 315-36.
Scartabellando tra gli archivi di Marsiglia, Napoli e altre citt, E. Winckelmann, Acta imperii inedita, 2 voll., Innsbruck 1880-85,  riuscito a rintracciare documenti di grande importanza contenenti trascrizioni di materiale in origine incluso nei registri perduti di Federico Secondo, anteriori al 1239 e posteriori al 1240.
A proposito delle lettere di Pier della Vigna, e in generale delle sue vicissitudini, conf. J. L. A. Huillard-Brholles, Etude sur la vie, la correspondance et la vie politique de Pierre de la Vigne, Paris 1865.
Sulla corrispondenza papale vi sono i volumi dei M.G.H., Epistolae Selectae, serie a cura di C. Rodenberg (alquanto lacunosi) e le pubblicazioni della Ecole Franaise de Rome: E. Berger (a cura di), Les Rgistres d'Innocent IV (1243-54), 4 voll., Paris 1884-1921, che hanno per il difetto di mettere in risalto le relazioni con la Francia pi di quelle con l'impero e di presentare molti dei documenti in forma di riassunto.
Onorio Terzo  stato trattato separatamente da P. Pressutti (a cura di), Regesta Honorii Papae III, 2 voll., Roma 1888-95. Una nuova edizione delle lettere di Innocenzo Terzo, improntata a criteri rigorosissimi,  in via di completamento ad opera dell'Istituto Austriaco in Roma; nell'attesa, non resta che affidarsi a Migne, "Patrologia Latina", voll. 214-16.
Le cronache sono troppo numerose per darne un'elencazione completa. Alcune, come gli "Annali di Colonia", pur dedicandogli ampio spazio, accennano a Federico incidentalmente; gli studiosi che per primi si accinsero all'arduo compito di assemblare la storia del regno dovettero passare al setaccio una valanga di resoconti cronologici ciascuno dei quali portava un infinitesimo contributo al quadro complessivo. Federico Secondo non aveva un agiografo di corte e, nonostante tutto il suo carisma, ispir pochi biografi contemporanei. Comunque il notaio meridionale Riccardo di San Germano ci ha lasciato una breve esposizione dal punto di vista del regno, Ryccardi de Sancto Germano, Chronica, a cura di C. A. Garufi, Rerum italicarum Scriptores, 2a serie, vol. 7, parte 2, Bologna 1936-38 (anche in M.G.H., S.S., XIX). Lo storico inglese Matteo di Parigi sub il fascino di Federico: Matteo di Parigi, Chronica majora, 7 voll., a cura di H. R. Luard, Rolls Series 1872-83; anche la sua Historia minor, 3 voll., a cura di F. Madden, Rolls Series 1865-69.
La figura di Federico aleggia poi naturalmente sullo sfondo di tre importanti cronache lombarde, gli annali guelfi e ghibellini di Piacenza e quelli (solo guelfi) di Parma: Annales piacentini gibellini, M.G.H., S.S., XVIII; Annales piacentini guelfi, M.G.H., S.S., XVIII e M.G.H., Scriptores in usum scholarum, a cura di O. Holder-Egger, Hannover-Leipzig 1901; Annales parmenses maiores, M.G.H., S.S., XVIII; Chronicon parmense, Rerum italicarum Scriptores, 2a ed., vol. 9, parte 9.
Il francescano Salimbene incorpor molti racconti drammatici sulla vita e le opere di Federico nel suo Cronica, a cura di G. Scalia (Scrittori d'Italia, Bari 1966; ed. pi antica di F. Bernini, medesima serie, Bari 1942). Una parafrasi in inglese di un certo numero di sezioni si pu trovare in G. C. Coulton, From St Francis to Dante: translations from the chronichle of the Franciscan Salimbene (1221-1288), London 1907; ristampa Philadelphia 1972; ricordiamo altres un'edizione in M.G.H., S.S., XXXII.
Testimonianze preziose ci hanno anche lasciato gli annalisti genovesi, depositari di un'antica tradizione di cronistorie cittadine: L. T. Belgrano e C. Imperiale di Sant'Angelo (a cura di), "Annali genovesi di Caffaro e de' suoi continuatori", 4 voll. (Fonti per la Storia d'Italia, Roma 1890-1929). Altre fonti italiane degne di nota includono i Carmina triumphalia tria de Victoria urbe eversa, M.G.H., S.S., XVIII e (relativamente a Venezia) la cronaca del doge Andrea Dandolo, in Rerum italicarum Scriptores, 2a ed., vol. 12, parte 1.
Nell'ambito della produzione germanica, alquanto deludente a fronte di quella italica, si vedano in particolare le Chronica regia coloniensis di Colonia, a cura di G. Waitz, M.G.H. in usum scholarum, Hannover 1880. Un cenno meritano altres gli Annales Bremenses, M.G.H., S.S., XVII, gli Annales Erphordenses, M.G.H., S.S., XVI e gli Annales Wormatienses, M.G.H., S.S., XVII.
Sulla crociata nulla regge il confronto di Philippe de Novare (Filippo di Novara), Mmoires, a cura di C. Kohler, Paris 1913, anche in traduzione inglese con il titolo The Wars of Frederick II against the Ibelins in Syria and Cypris, trad. J. L. LaMonte e M. J. Hubert, New York 1936. Dei cronisti arabi del regno sono disponibili versioni francesi non sempre attendibili in Recueil des historiens des croisades, historiens orientaux, voll. 1, 2, 4. Meglio (ma con riferimento alla sola Sicilia) le traduzioni italiane di M. Amari, "Biblioteca arabo-sicula, versione italiana", 2 voll., Torino-Roma 1880-81. Estratti in lingua inglese - disgraziatamente ricavati da una volgarizzazione italiana di una fonte araba - si possono trovare in F. Gabrieli, Arab historians of the crusades, London 1969 [ed. it. "Storici arabi delle Crociate", Einaudi, Torino 1957].
Le "Costituzioni di Melfi" sono state ripetutamente pubblicate, nell'arco di cinque secoli. Una delle prime edizioni  quella napoletana di Sixtus Riessinger del 1475, ristampata come Constitutiones regni Siciliae 'Liber Augustalis' Neapel 1475, Faksimiledruck mit einer Einleitung von Hermann Dilcher, Glashtten/Taunus 1973, sebbene si tratti di un volume piccolo di formato e di ardua lettura. A parte la gi citata edizione di Carcani, comprensiva del registro del 1239-40, non va dimenticata quella integrata dai commenti di Andrea d'Isernia: Constitutiones regni utriusque Siciliae, Glossis ordinariis, Commentariis excellentiss. I. U. D. Domini Andraeae de Isernia, ac Bartholomaei Capuani, Lugduni 1568; n sarebbe opportuno passare sotto silenzio la nuova edizione tedesca, corredata di approfondite analisi e affidata alla direzione generale di Hermann Dilcher: Die Konstitunionen Friedrichs II. fr sein Knigreich Sizilien, a cura di H. Conrad, T. von der Lieck-Buychen e W. Wagner; D. Dilcher, Die sizilische Gesetzgebung Kaiser Friedrichs II. Quellen der Constitutionem von Melfi und ihrer Novellen, nella serie Studien und Quellen zur Welt Kaiser Friedrichs II, Kln-Sigmaringen 1972-74. Per una traduzione inglese del testo completo, conf. J. M. Powell, The Liber Augustalis or Constitutions of Melfi promulgated by the Emperor Frederick II for the Kngdom of Sicly in 1231, Syracuse (N.Y.) 1971.

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d) Bibliografia e note ai singoli capitoli.

CAPITOLO PRIMO.

Una vivace descrizione della conquista normanna della Sicilia e delle vicende politiche del regno normanno ci  offerta in J. J. Norwich, The Normans in the South, 1013-1130, London 1967, cui fa seguito Id., The Kingdom in the Sun, 1130-1194, London 1970. Chi desiderasse maggior precisione pu invece rivolgersi al ponderoso trattato di F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicilie, 2 voll., Paris 1907. Sugli aspetti economici, conf. I. Peri, "Uomini, citt e campagne in Sicilia", Bari 1979 e D. Abulafia, The Two Italies: economic relations between the Norman kingdom of Sicily and the northern communes, Cambridge 1977, nonch Id., The crown and the economy under Roger II and his successors, in "Dumbarton Oaks Papers", XXXVII (1983), p.p. 1-14, ristampa in Italy, Sicily and the Mediterranean, 1050-1400, London 1987. Intorno ai metodi di governo, si veda in particolare E. Jamison, The Norman Administration of Apulia and Capua more especially under Roger II and William I, in "Papers of the British School at Rome", VI (1913); M. Caravale, "Il Regno normanno di Sicilia", Milano 1966; E. Mazzarese Fardella, "Aspetti dell'organizzazione amministrativa nello stato normanno-svevo", Milano 1966, e uno studio di H. Takayama, in "Viator", XVI (1985). L. R. Mnager, Ammiratus-'Aperas. L'mirat et les origines de l'Amiraut, Paris 1960,  un'analisi estremamente interessante delle origini della carica di "ammiraglio" e della derivazione del termine moderno attraverso la Sicilia, Genova e la Francia. La questione della paternit bizantina piuttosto che occidentale delle idee di assolutismo che informavano la monarchia normanna pu essere affrontata scorrendo il fondamentale articolo di W. Ullmann, Rulership and the rule of law in the Middle ages: the case of Norman Sicily, in "Acta Juridica" (1978), cui fa per contrasto L. R. Mnager, L'institution monarchque dans les tats normands d'Italie, in "Cahiers de civilisation mdivale", 11 (1959), ristampa in Hommes et institutions de l'Italie normande, London 1981. Al proposito  per anche importante J. Der, The Dynastic Porphyry Tombs of the Norman Period in Sicily, Washington (D.C.) 1959.
In merito alla vita culturale, conf. E. Jamison, Admiral Eugenius of Sicily. His Life and Work and the authorship of the 'Epistola ad Petrum' and the 'Historia Hugonis Falcandi Siculi', London 1957 - con riserve; F. Giunta, "Bizantini e bizantinismo nella Sicilia normanna", Palermo 1974; C. H. Haskins, Studies in the History of Medieval Science, Cambridge (Mass.) 1924, e sulle belle arti: O. Demus, Byzantine Art and the West, London 1970; Id., The Mosaics of Norman Sicily, London 1949-50; E. Kitzinger, The Art of Byzantinium and the Medieval West: collected studies, a cura di W. E. Klein-bauer, Bloomington (Ind.) 1976.
Sulla politica estera, a parte Chalandon, si suggeriscono P. Lamma, "Comneni e Staufer: Ricerche sui rapporti fra Bisanzio e l'Occidente nel secolo Dodicesimo", 2 voll., Roma 1955-57. Per quanto riguarda Bisanzio, e, in relazione all'Africa, D. Abulafia, The Norman Kingdom of Africa, in "Anglo-Norman Studies", VII (1985), p.p. 26-49, ristampa in Italy, Sicily and the Mediterranean, 1050-1400 cit. Di respiro pi ampio di quanto suggerisca il titolo  il saggio di un notevole patriota siciliano del diciannovesimo secolo: M. Amari, "Storia dei musulmani di Sicilia", 3 voll., in 5 parti, 2a ed. di C. A. Nallino, Catania 1933-39. Viceversa non meritano grande fiducia D. C. Douglas, The Norman Fate, London 1976, e A. Ahmad, History of Islamic Sicily, London 1975.

CAPITOLO SECONDO.

La letteratura sul Barbarossa non  pi soddisfacente di quella su Federico Secondo. Tanto per cominciare, possiamo citare H. Simonsfeld, Friedrich I, Leipzig 1908, nei Jahrbcher. Due biografie di data recente sono P. Munz, Frederick Barbarossa: a study in medieval politics, London 1969, e M. Pacaut, Frederick Barbarossa, London 1969, tradotto da un'edizione francese (Paris 1967). Nessuna delle due corrisponde per in pieno alle aspettative. Di carattere generale sono: K. Hampe, Germany under the Salian and Hohenstaufen Emperors, trad. R. F. Bennett, Oxford 1973; H. Fuhrmann, Germany in the Central Middle Ages, Cambridge 1986; G. Barraclough, The Origins of Modern Germany, Oxford 1946, erratico ma molto stimolante. Essenziale ed equilibrata  un'opera tedesca ora reperibile in inglese: K. Jordan, Henry the Lion, Oxford 1987. Conf. anche l'eccellente raccolta di monografie tradotte dal tedesco: G. Barraclough (a cura di), Mediaeval Germany, 2 voll., Oxford 1938.
Un'antologia di saggi composita e unica nel suo genere  "Popolo e Stato in Italia nell'et di Federico Barbarossa. Alessandria e la Lega Lombarda. Relazioni al 33esimo congresso storico subalpino per la celebrazione dell'ottavo centenario della fondazione di Alessandria (Alessandria 1968)", Torino 1970. Importante materiale sui moventi del Barbarossa si trova in K. R. Brhl, Fodrum, Gistum, Servitium Regis, Coloniae 1968 e in K. Leyser, Frederick Barbarossa, Henry II and the Land of St James, in Medieval Germany and its Neighbours, London 1982. Chi volesse avventurarsi nei meandri della sua politica italiana farebbe bene a iniziare con la cronaca del regno impostata dallo zio di Federico, Ottone di Frisinga, e continuata da Ragevino; conf. M.G.H., S.S., XX, e, per una buona traduzione, C. C. Mierow e R. W. Emery (trad.), The Deeds of Frederick Barbarossa, New York 1953. Conf. per anche J. K. Hyde, Society and Politics in Medieval Italy, London 1972 [trad. it. "Societ e politica nell'Italia medievale", il Mulino, Bologna 1977], e D. Waley, The Italian City-Republics, London 1969, 1988 [trad. it. "Le citt-repubblica dell'Italia medievale", Einaudi, Torino 1980]. Molto quotato  tuttora E. F. Butler, The Lombard Communes, London 1906, ristampa Westport (Conn.) 1969.
Su Enrico Sesto rimane fondamentale lo studio di H. Toeche sugli Jahrbcher: Heinrich VI, Leipzig 1867; degno di interesse  comunque J. Haller, Heinrich VI. und die Rmische Kirche, Darmstadt 1962, una ristampa di apprezzabili pubblicazioni incentrate sui suoi contatti con il papato. C. M. Brand, Byzantium Confronts the West, 1180-1204, Cambridge (Mass.) 1968, delinea con estrema chiarezza i rapporti di Enrico con Costantinopoli. La politica siciliana di Enrico  stata indagata da D. Clementi, Calendar of the Diplomas of the Hohenstaufen Emperor Henry VI concerning the Kngdom of Sicily, in "Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken", XXXV (1955); conf. anche Abulafia, The Two Italies cit., in merito ai legami tra Enrico e i Genovesi, i Pisani e i Veneziani all'epoca della conquista della Sicilia.
Un massiccio e a prima vista sbalorditivo catalogo di presentazione, Die Zeit der Staufer, 5 voll., Stuttgart 1977-79, pone in assoluto rilievo la Germania e Federico I, ma fornisce anche buon materiale sull'Italia e sugli Hohenstaufen posteriori. Interessanti gli articoli sulla storia, l'arte e l'architettura del "Reich" degli Hohenstaufen.

CAPITOLO TERZO.

Preferibile alla sua biografia di Federico  la precedente opera di T. C. van Cleve dal titolo Markward von Anweiler and the Sicilian Regency, Princeton 1937. Sullo Stato pontificio in questo periodo, conf. l'eccellente lavoro di D. Waley, The Papal State in the Thirteenth Century, London 1961, mentre per quanto riguarda Innocenzo Terzo si rimanda a H. Tillmann, Papst Innocenz III, Bonn 1954, di cui esiste la traduzione inglese Pope Innocent III, Amsterdam 1980.
Pietro da Eboli  stato pubblicato da G. B. Siragusa, Carmen de rebus Siculis (Fonti per la Storia d'Italia, Roma 1905, con un'altra edizione, a cura di E. Rota, nella serie Rerum italicarum Scriptores, 2a ed., vol. 31, parte 1.
Circa Walter von der Vogelweide conf. A. T. Hatto, Otto IV. und Walthervon der Vogelweide, in Walthervon der Vogelweide, a cura di S. Beyschlag, Darmstadt 1971; e sulla Germania nel suo insieme, Winkelmann, Philipp von Schwaben und Otto IV. von Braunschweig cit.
Marcovaldo e la "crociata politica" sono trattati da E. Kennan, Innocent III and the first political crusade: a comment on the limtations of papal power, in "Traditio", XXVII (1971); in proposito conf. anche N. Housley, The Italian Crusades: the papal-Angevin alliance and the crusades against Christian lay powers, 1245-1343, Oxford 1982.
Dei corsari genovesi si occupa D. Abulafia, Henry Count of Malta and his Mediterranean Activities, 1203-1230, in Medieval Malta: Studies on Malta before the Knights, a cura di A. T. Luttrell, London 1975, stampato con una nota sulla letteratura pi recente in Abulafia, Italy, Sicily and the Mediterranean, 1050-1400 cit. Conf. anche Mnager, Ammiratus-'Aperas cit.
Van Cleve, The Emperor Frederick II cit., liquida una volta per tutte la questione dell'educazione di Federico: su questo punto non  d'accordo Kantorowicz.
Intorno alla politica di Filippo di Svevia nella lontana Bisanzio, conf. D. Queller, The Fourth Crusade, Leicester 1978; sulla battaglia di Bouvines, G. Duby, Le dimanche de Bouvines, 27 juillet 1214, Paris 1973 [trad. it. "La domenica di Bouvines (27 luglio 1214)", Einaudi, Torino 1977]. Filippo Augusto  il tema di J. Baldwin, The Government of Philip Augustus, Baltimore 1986.
Sulla Quinta Crociata  ora disponibile J. M. Powell, Anatomy of a Crusade, Philadelphia 1986.

CAPITOLO QUARTO.

Si raccomanda il solito E. F. Butler, The Lombard Communes, London 1906. Conf. anche G. Fasoli, "Aspetti della politica italiana di Federico Secondo", Bologna 1964.
I rapporti di Federico con la repubblica genovese sono ottimamente analizzati in J. M. Powell, Genoese policy and the kingdom of Sicily, 1220-1240, in "Mediaeval Studies", XXVIII (1966), p.p. 346-54.
L'approccio migliore alle assise di Capua e alla legislazione di Messina passa per la cronaca di Riccardo di San Germano. Importanti sono per anche le osservazioni di H. J. Pybus, The Emperor Frederick II and the Scilian Church, in "Cambridge Historical Journal", III (1929-30), che sottolinea le conseguenze sulla Chiesa nel "regnum" del recupero da parte della Corona di molte concessioni feudali. Per gli Israeliti, conf. R. Straus e, sui Saraceni, M. Amari. Lucera  stata investigata a fondo da P. Egidi, "La colonia saracena di Lucera e la sua distruzione", Lucera 1915; "Archivio storico per le provincie napoletane", XXXVI-XXXIX, 1911-14, "Codice diplomatico dei Saraceni di Lucera", Napoli 1917, ma in gran parte la poderosa documentazione si esaurisce nella distruzione dell'insediamento per mano di Carlo Secondo attorno al 1300. Conf. E. Pontieri, "Lucera svevo-angioina", in "Atti dell'Accademia Pontiniana", n.s., XVII (1966), p.p. 5-26. Per gli scavi sul posto, conf. D. Whitehouse, "Ceramici e vetri medioevali provenienti dal Castello di Lucera", in "Bollettino d'Arte", 1966, p.p. 171-78.
Quanto alla crociata, conf. la bibliografia al capitolo 5.

CAPITOLO QUINTO.

Sulla crociata  d'obbligo far riferimento a J. Prawer, Histoire du royaume latin de Jrusalem, vol. 2, Paris 1970. Valido  anche T. C. van Cleve, The crusade of Frederick II, in K. Setton (a cura di), A History of the Crusades, vol. 2: The Later Crusades, Philadelphia 1962. I dati relativi al fondamentale testo delle memorie di Filippo di Novara sono gi stati riportati nella sezione C. L'edizione francese di C. Kohler, del 1913, abbozza le complesse vicende che hanno accompagnato quest'opera. Per motivi di opportunit, Ibn Wasil  citato dalla traduzione di Gabrieli (conf. sopra, sezione c).
Le peripezie di Federico nell'Oriente latino sono discusse da G. F. Hill, A History of Cyprus, 4 voll., Cambridge 1940-52, vol. 3, ormai bisognoso di una robusta revisione; le questioni costituzionali sono oggetto di un vivace dibattito, dominato da J. Prawer, Estates, Communities and the Constitution of the Latin Kingdom of Jerusalem, in "Proceedings of the Israel Academy of Sciences and Humanities", II (1966) e da J. Riley-Smith, The Feudal Nobility and the Kingdom of Jerusalem, 1099-1277, London 1973, raccomandabile soprattutto in rapporto al periodo di Federico Secondo.
Circa il succedersi degli eventi nella Chiesa del Santo Sepolcro, conf. H. E. Mayer, Das Pontifikale von Tyrus, in "Dumbarton Oaks Papers", XXI (1967).
Dei primi passi dei Cavalieri Teutonici si occupa M. L. Favreau, Studien zur Frhgeschichte des Deutschen Ordens (Kiel s.d.), cui andrebbe aggiunto, per l'Europa orientale, l'ispirato libro di E. Christiansen, The Northern Crusades, London 1980.
Sugli sviluppi artistici, con particolare riguardo alla Riccardiana Psalter, conf. H. Buchthal, Miniature Paintng in the Latin Kingdom of Jerusalem, Oxford 1957. Limitatamente al campo architettonico  meglio iniziare da M. Benvenisti, The Crusaders in the Holy Land, Jerusalem 1970, ma grande diletto si pu trarre dalla lettura della relazione di Starkemberg sugli scavi americani, nell'edizione di M. Benvenisti, The Crusader's Fortress of Montfort, Jerusalem 1983, ristampa (con aggiunta di materiale) dal "Bulletin of the Metropolitan Museum of Art, New York", 1927.
La "guerra delle chiavi" di Gregorio Nono dev'essere seguita attraverso le lettere di Gregorio (ad esempio nei M.G.H., Ep. Sel.) e gli scritti di Ruggero di Wendover, Chronica sive Flores Historiarum, 4 voll., a cura di H. O. Coxe, Londini 1831-44. Conf. anche W. Koster, Der Kreuzabla im Kampfe der Kurie mit Friedrich II., Mnster 1913.

CAPITOLO SESTO.

Disponiamo di un'ampia produzione, culminante nella nuova edizione tedesca delle "Costituzioni" sotto la supervisione di H. Dilcher (conf. sopra).
Di particolare importanza  l'opera di T. Buyken, Das rmische Recht in den Constitutionen vol Melfi (Wissenschaftl. Abh. d. Arbeitsgemeinschaft fr Forschung des Landes Nordrhein-Westfalen, XVII, Kln 1960), e Die Constitutionen von Melfi und das Jus Francorum (Abh. der Rheinisch-Westfalischen Akab der Wissenschaften, LI, Pladen 1973. Conf. anche la storica polacca I. Malinowska-Kwiatkowska, Prawo prywatne w ustawodawstwie Krlestwa Sycylii (1140-1231) (Accademia polacca delle Scienze, Varsavia, Breslavia, ecc, 1973).
La traduzione inglese di J. M. Powell, The Liber Augustalis or Constitutions of Melfi, Syracuse (N.Y.) 1971, contiene una breve introduzione al documento e al periodo compilata da uno specialista nel regno.
Su "jus" e "justitia" conf. W. Ullmann, The Growth of Papal Government, London 1970 e E. Kantorowicz, The King's Two Bodies, Princeton 1957 [trad. it. "I due corpi del Re", Einaudi, Torino 1989]. Il tema del purgatorio  affrontato con risultati sconcertantemente brillanti da J. Le Goff, La naissance du Purgatoire, Paris 1981 [trad. it. "La nascita del Purgatorio", Einaudi, Torino 1982].
La politica economica di Federico  stata esaminata nei dettagli in due studi di grosso rilievo: J. M. Powell, Medieval monarchy and trade: the economic policy of Frederick II in the Kingdom of Sicily, in "Studi medievali", serie 3, III (1966), p.p. 420-524, un'imponente disamina delle leggi del 1231; ma E. Maschke, Die Wirtschaftspolitik Friedrichs II. im Knigreich Sizilien, in "Vierteljahrschrift fr Sozia- und Wirtschaftsgeschichte", LV (1966), p.p. 289-328, ristampa in S.M.2,  spesso in disaccordo con Powell. Quanto al sottoscritto, si colloca in una posizione intermedia. Qualche spunto interessante offre F. M. De Robertis, "La politica economica di Federico Secondo di Svevia", in "Atti delle seconde giornate federiciane, Oria 16-17 Ottobre 1971" (Societ di storia patria per la Puglia, Convegni, IV, Bari 1974), p.p. 27-40.
Sui legami tra la Sicilia e l'Italia settentrionale sotto Federico Secondo, conf. H. Chone, Die Handelsbeziehungen Kaiser Friedrichs II. zu den Seestdten Venedig, Pisa, Genua, Berlin 1902, ristampa Liechtenstein 1965; J. M. Powell, Mediaeval Studies, XXXVIII (1966).
A proposito degli augustali, ricordiamo le interessanti osservazioni di R. Lopez, Back to Gold, 1252, in "Economic History Review", serie 2, IX (1956-57), ma per una trattazione pi esauriente conf. D. Abulafia, "Maometto e Carlomagno: le due aree monetarie dell'Italia medievale, dell'oro e dell'argento", in "Storia d'Italia Einaudi", "Annali", 6: "Economia naturale, economia monetaria", a cura di U. Tucci e R. Romano, Torino 1983, ristampa in Abulafia, Italy, Sicily and the Mediteranean, 1050-1400 cit.
Circa i monopoli, D. Abulafia, The crown and the economy under Roger II and his successors, in "Dumbarton Oaks Papers", XXVII (1983), p.p. 1-14, tentativi di inserire le norme di Federico in un contesto pi ampio.

CAPITOLO SETTIMO.

Sul corso degli eventi, si veda Van Cleve, The Emperor Frederick II cit.; conf. G. Blondel, Etudes sur la politique de l'empereur Frdric II en Allemagne et sur les transformations de la constitution allemande dans la premire moiti du XIIe sicle, Paris 1892. Importante  l'analisi di E. Klingelhfer, Die Reichsgesetze von 1220, 12231-22 und 1235, ihr Werden und ihre Wirkung im deutschen Staat Friedrich II, in "Quellen und Studien zur Verfassungsgeschichte des Deutschen Reiches in Mittelalter und Neuzeit", VIII, Heft 2, Weimar 1955, ristampa (seppur con omissioni) in S.M.1, S.M.2.
I rapporti con la Danimarca sono vagliati da J. Danstrup e H. Koch (a cura di), Danmarks Historie, voll. III: Kongemagt og Kirke, 1060-1241, di H. Koch, Copenhagen 1963, e IV: Borgerkrig og Kalmarunion, 1241-1448, di E. Kjersgaard, Copenhagen 1963.
I privilegi ai baroni tedeschi sono riportati in M.G.H., Const. 11, al pari del Mainzer Landfriede.
Sugli Ebrei in Germania  fondamentale G. Kisch, The Jews of Medieval Germany, New York 1970.

CAPITOLO OTTAVO.

Il "locus" migliore da cui prendere le mosse  la raccolta di saggi di C. H. Haskins, ristampati in Studies in the History of Medieval Science, Cambridge (Mass.) 1924, e in Studies in Medieval Culture, Oxford 1929, con ampie dissertazioni sulle lettere greche e latine, sulla falconeria e su altri argomenti. Ma per gli Ebrei conf. C. Sirat, A History of Jewish Philosophy in the Middle Ages, Cambridge 1985. Su Michele Scoto, cos come su Haskins, conf. L. Thorndike, Michael Scot, London 1965. Materiale utile si trova anche in P.F., S.M.1, S.M.2.
La cultura greca  presa in esame da M. B. Wellas, Griechisches aus dem Umkreis Kaiser Friedrichs II. (Mnchener Beitrge zur Medivistik und Renaissance-Forschung, XXXIII, Mnchen 1983); conf. il breve articolo di J. M. Powell, Frederick II's knowledge of Greek, in "Speculum", XXXVIII (1963), p.p. 481-82.
Sulla falconeria, conf. il facsimile del manoscritto palatino 1071, conservato in Vaticano, a cura di C. A. Willemsen (Graz 1969); una ricerca data alle stampe da questo stesso esperto (Leipzig 1942); e l'eccellente traduzione inglese e discussione di C. A. Wood e F. M. Fyfe, The Art of Falconry, being the "De Arte Venandi cum Avibus" of Frederick II of Hohenstaufen, Stanford 1943. Di un certo livello  anche Haskins, Studies in the History of Medieval Science cit.
In riferimento alla Scuola Siciliana la letteratura  particolarmente abbondante. Una combinazione di commenti, testi e traduzioni si pu trovare nel pregevole studio di F. Jensen, The Poets of the Scuola Siciliana, Garland Library, New York 1986. Quanto ai poeti, M. Catalano, "La scuola poetica italiana", Messina 1948,  una rassegna valida ma sovente trascurata. Pi aggiornato  R. Baehr, Die sizilianische Dichterschule und Friedrich II., P.F.
Una scelta di argomenti, con traduzione tedesca,  offerta da C. A. Willemsen in Kaiser Friedrich II. und sein Dichterkreis, Wiesbaden 1977. Chi volesse l'edizione completa dovrebbe per rivolgersi a B. Panvini, "La scuola poetica siciliana", 2 voll., Firenze 1955-58, vol. 1, che contiene il materiale proveniente dalla corte di Federico. Su Giacomo da Lentini disponiamo del saggio di E. F. Langley, The Poetry of Giacomo da Lentino, Sicilian poet of the thirteenth century, Cambridge (Mass.) 1915. I primi vagiti della lirica d'amore europea sono oggetto del controverso P. Dronke, Medieval Latin Literature and the Rise of the Love Lyric, 2 voll., Oxford 1968, mentre alquanto meno rivoluzionario  l'approccio di L. T. Topsfield, Troubadours and Love, Cambridge 1975.
Sull'impegno architettonico di Federico la principale autorit, deliziata della presenza nell'Italia meridionale di un figlio della Germania e degli Scandinavi,  C. A. Willemsen, in particolare Kaiser Friedrichs II. Triumphtor zu Capua, Wiesbaden 1953; anche Castel del Monte: das vollendste Baudenkmal Kaiser Friedrichs des Zweiten, Frankfurt 1982; del medesimo autore hanno per maggior completezza Apulien: Kathedralen und Kastellen (DuMont Reisefhrer, Kln 1973 e l'ottimamente illustrato Apulia: Imperial Splendour in Southern Italy (con D. Odenthal), London 1959. Un compendio  in C. A. Willemsen, "I castelli di Federico Secondo nell'Italia meridionale", Napoli 1978.
Sul castello di Prato, conf. A.F. Quanto ai castelli di Federico in Germania, W. Holtz, Pfalzen und Burgen der Stauferzeit, Darmstadt 1981.
Tuttora da non trascurare  C. Shearer, The Renaissance of Architecture in Southern Italy. A Study of Frederick II of Hohenstaufen and the Capua Triumphtor Archway and Towers, Cambridge 1935. Sulle tendenze gotiche, conf. anche F. Bologna, "I pittori alla corte angioina di Napoli, 1266-1414, e un riesame dell'arte nell'et federiciana", Roma 1969.
Kantorowicz, The King's Two Bodies cit., espone idee interessanti sulla Porta di Capua e sul concetto di "iustitia".
Per una disamina pi approfondita delle arti sotto Federico Secondo, conf. in particolare lo studio dei cammei in stile romano attribuiti alla corte dell'imperatore (R. Kahnsitz, Staufische Kameen, vol. 5, p.p. 477-520). Taluni preferiscono per datare gran parte del materiale col analizzato al periodo mediceo in Firenze.

CAPITOLO NONO.

Sui tiranni italiani la migliore analisi  J. Larner, Italy in the Age of Dante and Petrarch, 1216-1380, London 1980; conf. Lords of the Romagna, London 1965. Ottimo come sguardo d'insieme  D. M. Bueno de Mesquita, The place of despotism in Italian politics, in J. Hale, R. Highfield e B. Smalley (a cura di), Europe in the late Middle Age, London 1965, p.p. 301-31. Su Federico e sulla tirannia, conf. G. Fasoli, "Aspetti della politica italiana di Federico Secondo", Bologna 1964.
Sui dissapori di Federico con i Genovesi si sofferma Chone, Handelsbeziehungen cit., ma la questione sarda gode di un'ampia letteratura, ad esempio A. Boscolo, "La Sardegna dei Giudicati", Cagliari 1969, e F. Artizzu, "La Sardegna pisana e genovese", Sassari 1985, eccellente per chi volesse farsi un'idea generale. Conf. anche C. Imperiale di Sant'Angelo, "Genova e le sue relazioni con Federico Secondo", Venezia 1923.
In relazione al conflitto con i pontefici, conf. J. L. A. Huillard-Brholles, Pierre de la Vigne, M.G.H., Ep. Sel.; e - limitatamente all'Italia centrale - Waley, Papal State.

CAPITOLO DECIMO.

Questo capitolo si fonda su un'attenta lettura del registro di Federico Secondo, nell'edizione di Carcani del 1786 e dalle fotografie conservate a Napoli. Conf. anche H.B., vol. 5, per il registro, e H.B., introduzione, p.p. CDXX-CDXXII per i prestiti bancari.
Un modesto resoconto degli avvenimenti del 1943 compare in W. Hagemann, La nuova edizione del Regesto di Federico Secondo", AF; conf. D. Abulafia, Kantorowicz and Frederick II cit.
Sulle esportazioni cerealicole  particolarmente accurato Maschke, Wirtschafts-politik cit. Conf. anche Peri, "Citt e campagna" cit. e Powell, Medieval Monarchy and Trade cit.
In merito ai funzionari  essenziale N. Kamp, Von Kmmerer zum Sekreten: Wirtschaftsreformen und Finanzvetwaltung im staufischen Knigreich Sizilien, P.F. Si veda anche W. E. Hempel, Der sizilische Grosshof unter Kaiser Friedrich II., Leipzig 1940.
Sugli Ebrei, Straus, Die Juden cit., contiene una sintesi di un registro di documenti.

CAPITOLO UNDICESIMO.

La lettera all'arcivescovo di Messina  tratta dal registro del 1239-40.
L'appello di Gregorio Nono alla crociata contro Federico Secondo  il tema di W. Koster, Der Kreuzablass im Kampfe der Kurie mit Friedrich II., Mnster 1913. Si confronti N. Housley, The Italian Crusades, Oxford 1982. Fonti importanti a questo proposito sono Matteo di Parigi e gli annali genovesi, nonch ovviamente le bolle papali.
La figura di Riccardo, conte di Cornovaglia, ha attirato l'interesse di N. Denholm-Young, Richard of Cornwall, Oxford 1947. Sugli eventi in Roma, conf. ad esempio P. Partner, The Lands of St Peter, London 1972.
Di Innocenzo Quarto si occupa con profitto C. Rodenberg, Innocenz IV. und das Knigreich Sizilien, 1245-1254, Halle 1892. Conf. anche W. Ullmann, Reflections on the conflict between Frederick II and the papacy, in "Archivio storico pugliese", XIII (1960), p.p. 16-39, ristampa in W. Ullmann, Scholarship and Politics in the Middle Ages, London 1978; del medesimo autore ricordiamo Frederick II's opponent Innocent IV as Melchisedek, AF.

CAPITOLO DODICESIMO.

Oltre a riassumere i registri papali di Innocenzo Quarto nella serie in quattro volumi della Ecole franaise de Rome, E. Berger ha analizzato il ruolo avuto dal sovrano francese nella politica internazionale nel suo Saint Louis et Innocent IV, Paris 1893.
La congiura ai danni di Federico  stata esaminata da K. Hampe, Papst Innocenz IV. und die sizilische Verschwrung von 1246, Sonderband der Heidelbergischen Akademie, phil.-hist. Kl., VIII, Heidelberg 1923.
Sull'assedio di Parma e relativi antefatti, conf. in particolare lo studio in AF.
Circa la caduta di Pier delle Vigne, Huillard-Brholles, Pierre de la Vigne cit.
Per la tomba di Federico Secondo (e di Ruggero Secondo), conf. J. Der, The Dynastic Porphyry Tombs of the Norman Period in Sicily, Washington (D.C.) 1959.
Nella stesura di questo capitolo mi sono attenuto soprattutto a Vat. Reg. 12 dell'Archivio Segreto Vaticano.

CAPITOLO TREDICESIMO.

Di quanto accaduto dopo il 1250 fornisce una brillante descrizione Sir Steven Runciman, The Sicilian Vespers; a history of the Mediterranean world in the later thirteenth century, Cambridge 1958, anche se le sue idee su Federico Secondo non collimano con le mie. Conf. anche E. Lonard, Les Angevins de Naples, Paris 1954 [trad. it. zGli Angioini di Napoliz, dall'Oglio, Milano 1967]; D. Abulafia, Charles of Anjou and the Sicilian Vespers, in "History Today", XXXII, maggio 1982; H. Wieruszowski, Politics and Culture in Medieval Spain and Italy (raccolta di saggi), Roma 1970; e, per la continuit nei metodi di Governo, L. Cadier, Essai sur l'administration du royaume de Sicile sous Charles Premier et Charles II d'Anjou, Paris 1981 (trad. it. "L'amministrazione della Sicilia angioina", Palermo 1974). Housley, The Italian Crusades cit.,  una vera miniera di informazioni su Manfredi - anche se per molti versi dal libro emana un effluvio neoguelfo. H. Bresc, Un monde mditerranen: Economie et Socit en Sicile, 1300-1450, 2 voll., Roma-Palermo 1986, affonda lo sguardo ancor pi indietro nel tempo ed espone interessanti idee sul concetto di "nazionalismo" nella Sicilia del Tredicesimo secolo.
Sull'ascesa dell'Aragona, conf. J. Hillgarth, The Problem of a Catalan Mediterranean Empire ("English Historical Review", supplemento n. 8, London 1975) e T. N. Bisson, The Medieval Crown of Aragon: a short history, Oxford 1986.
Circa la Germania post-Federico, siamo nel buio pi fitto. Una recente opera tedesca, H. Thomas, Deutsche Geschichte im Sptmittelalter, 1250-1500 (1983) ha la consistenza e il peso di un budino. Siamo costretti a far ancora conto su G. Barraclough, The Origins of Modern Germany, Oxford 1946, piuttosto che su F. R. H. du Boulay, Germany in the Later Middle Ages, London 1983.
Quanto alla reputazione di Federico nel Quattordicesimo e Quindicesimo secolo, conf. N. Cohn, The Pursuit of the Millennium, London 1970[2]; B. Gloger, Kaiser, Gott und Teufel, Ostberlin 1970; e A. G. Dickens, Martin Luther and the German Nation, London 1967. Qualcosa si pu anche trovare in Die Zeit der Staufer, vol. 3. La sua fama nel Ventesimo secolo  oggetto, in parte, di un mio articolo, Kantorowicz and Frederick II e merita ulteriori indagini. Un recente articolo di M. Burleigh sulla professione di storico di Albert Brackmann ("History Today", XXXVII, marzo 1987) rivela l'esistenza di tesori di erudizione in attesa di essere portati alla luce. Gran parte degli studi effettuati sugli Hohenstaufen sul finire degli anni trenta venne almeno indirettamente finanziato dal regime nazista e molti studiosi si macchiarono la reputazione buttandosi a capofitto in sproloqui sul genere della purezza ariana. Doppiamente sorprendente  il coinvolgimento di Brackmann, in quanto proprio lui aveva rimproverato Kantorowicz con le parole "si deve scrivere storia non come un allievo di George n come cattolico o protestante o marxista, ma semplicemente come un individuo in cerca della verit". E, in ogni caso, ne  spesso sortita un'attenzione eccessiva alle minuzie e svagata nei confronti dei problemi generali di interpretazione: un fanatismo per il dettaglio che  a suo modo nocivo alla comprensione del passato.
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FINE.